1. L’Elefante di via Ripamonti
Via Ripamonti, bocciofila Il Capolinea, all’alba.
Il rumore sordo e il colpo sul pavimento gelido lo svegliano da un incubo etilico.
Il signor Peppino apre gli occhi e si rende conto di essersi addormentato un’altra volta in bilico sulla sedia, appoggiato al tavolo, e una volta di più la gravità ha vinto facendolo ruzzolare per terra.
Rialzandosi, ancora intontito, il brutto sogno gli torna vivido in testa e gli fa lanciare un’occhiata sgomenta al centro del tavolo.
Non era un incubo. Il fiasco è vuoto davvero.
Da quando è rimasto vedovo, qualche mese fa, al signor Peppino il mondo è crollato addosso tutto d’un tratto, e l’unico amico che gli è venuto in soccorso è stato il vino, che per il vero ha sempre frequentato anche quando la moglie era viva.
Il suo bilocale, ancora con bagno esterno, sembra la stia di un pollaio in cui le galline hanno fatto baruffa per ore. Il signor Peppino tira su la sedia, rimira con nostalgia la foto del matrimonio, appoggiata sulla credenza in mogano dai piedini intagliati con motivi floreali, come andava di moda quando la moglie l’aveva portata in dote, trentotto anni prima. Prende il fiasco vuoto ed esce senza tirarsi dietro la porta di casa. Lo conoscono tutti nella corte, per anni è stato titolare della bottega da ciclista Pedali a go-go in via Ripamonti e poi non c’è pericolo qui in campagna, anche se la città è arrivata di prepotenza dietro l’angolo, tanto che lui non ha fatto in tempo ad accorgersene.
È l’alba, l’aria è frizzantina come un bel bicchiere di prosecco, anche se è il rosso la sua vera passione. Il signor Peppino, ancora mezzo ciucco, decide di prendere la bici non per inforcarla, ma per adoperarla come un bastone, giusto per non cadere. La strada fino all’osteria, dove potrà farsi riempire il fiasco, è un po’ lunga e si deve tagliare da via Manduria, passando per le vecchie cascine abbandonate che aspettano il loro momento per diventare lotti edificabili. Poi, in seconda battuta, casermoni di quindici o sedici piani dove ci metteranno dentro tutti i terroni che continuano ad arrivare ai bordi della città, senza che il lavoro per loro ci sia più.
Son finiti i tempi d’oro, pensa il signor Peppino, che dopo la dipartita della moglie ha deciso di andare in pensione e ha chiuso la sua bottega da ciclista. Son finiti, ma non per tutti, perché la gente che c’ha voglia di lavorare c’è ancora e allora il lavoro arriva. Proprio come fa l’Osvaldo, l’oste che a quest’ora del mattino è già sicuramente in bocciofila a mettere su le pentole per il mezzogiorno, e a preparare le colazioni per gli operai che smontano dalla notte e si trascinano, cotti dalla fatica, verso il letto.
Da queste parti, al confine fra la città e la campagna, dove il richiamo della bassa lodigiana e della terra grassa da coltivare è ancora più forte di quello della foresta di cemento poco più in là, l’alba ha una luce diversa: il sole sorge più basso, come se germogliasse proprio dai campi arati che si perdono verso Gratosolglio e Rozzano, una luce che abbacina, fa baluginare l’orizzonte e confonde i contorni delle cose. In questo chiarore indefinito il signor Peppino, con i fumi dell’alcool che evaporano lentamente, proprio all’altezza delle cascine abbandonate, nota qualcosa di mirabolante. Una proboscide spunta da dietro un muraglione e s’infila in un fienile, si serve un’abbondante dose di paglia e sparisce dalla sua vista.
Lo spavento è più forte della sbornia e della vecchiaia, perché il sciur Peppino monta in sella e si mette a sgagnare la strada come faceva prima della guerra, quando correva per il gruppo ciclistico del Vigentino.
Il campanello dell’ingresso sventola a cento all’ora come se all’osteria fosse entrata una mandria di operai a digiuno da tre settimane.
Dietro al suono piomba, mezzo morto di paura, il signor Peppino.
“Osvaldo, Osvaldo” grida il vecchio ciclista, “fammi giù un grigioverde , più grigio che verde, che ho appena visto un elefante!”
L’Osvaldo, un omone grande come una casa, coi capelli bianchi e una barba grigia che lo fa assomigliare al Carlo Marx che vede sui libri di scuola del figlio, (ma è meglio non dirglielo che ci resta male) si gira e strabuzza gli occhi:
“Un elefante?” dice l’oste, “sciur Peppino, prima di tutto l’è un po’ prest’ per el grigioverde, passi per la menta, ma la grappa a quest’ora l’è pusee pesanta del piomb’. Sarà mica che anche ieri sera el g’ha dà denter cunt el vin ros?”
“Ué Osvaldo, lassa perd’ el vin. Mi te disi che ho visto la proboscide di un elefante, giù alle cascine abbandonate, t’è capì?”
“Sciur Peppino, guardi che l’Annibale l’hanno mandato a stendere più di duemila anni fa” ride bonario l’Osvaldo, “si sieda che ci faccio giù una bella colazione come si deve. Una frittatina, un bel caffè nero e due scodelle di polenta, così vedrà che le passa la malinconia” Per le traveggole l’è un po’ più dura, pensa l’Osvaldo, ma non lo dice e s’infila dietro il bancone diretto nel retro.
In cucina, dove fa sfoggio di sé un piano cottura cromato con otto fuochi a pieno regime e altrettanti pentoloni messi a sobbollire, la Luisa, cuoca nonché moglie dell’Osvaldo e madre dei suoi due figli, il Giovanni e la Marisa, spunta da dietro una cella frigorifera della AEG e si rivolge al marito:
“Osvaldo, chi l’è che el vusa come un strascè?” “Nient’, nient’ Luisa, a l’è el sciur Peppino” dice l’Osvaldo e si tocca la tempia destra con l’indice della mano a segnalare la sopraggiunta demenza senile del malcapitato, “è ciucco tradito e gli è passata la voglia di stare a casa a dormire. L’ho fatto sedere giù e ci offro la colazione. Fa’ giò un po’ de polenta, una frittatina e gli porto tutto di là.”
“Va ben, faccio presto però che devo andar su dalla Marisa a svegliarla. Lo sai che a Ragioneria ci deve arrivare in orario perfetto. Son fiscali in quella scuola lì.”
“Per forsa, Luisa, te ci daresti a traa’ a un ragioniere che arriva in ritardo. Se è in ritardo lui, figúres i pagamenti e le scadenze, no?”
“Tè,” dice la Luisa all’Osvaldo e gli mette sul vassoio le pietanze per il signor Peppino “bell’e pronto, che da quando mi hai rinnovato tutta la cucina, lavorare alla mattina presto l’è un piasee!”
L’Osvaldo esce dalla cucina seguito dalla Luisa, che saluta il signor Peppino e sale le scale che vanno verso gli alloggi della famiglia Benelli, dove dormono la Marisa e la signora Cesira, la suocera dell’Osvaldo, coetanea del signor Peppino.
Il vecchio ciclista sembra una camera d’aria forata, gobbo com’è sul tavolo e con lo sguardo allucinato. Ci pensa la frittata con la polenta a ridargli vigore e, alla terza forchettata, infatti, il signor Peppino sembra rinsavire: “Ué Osvaldo, non so neanche io cosa ho visto prima. È che da quand’ che l’è morta la mia miee a sunt dree a diventà mat’, sto impazzendo. Me pias el vin e me ven semper la malinconia. E con la malinconia, mi viene sete e inscì, giù altro vino. A proposit’ c’ho fuori il fiasco da riempire.”
“Basta vino, per oggi, signor Peppino. Adesso mangi, poi vada a casa e recuperi un po’ di sonno. Stasera venga qui per cena che un bicchiere, ma uno solo, ce lo offro io. Va ben?”
“Va ben, va ben, Osvaldo. Se non ci fossi te, saria giammò a Ciaravall1 anca mi. Cosa la fa la Luisa, stasera?”
“Minestron cunt el lard, polenta abbrustolita con la pancetta e le erbette al burro”
“Alòra vegni sicúr” dice il signor Peppino, “la tua miee l’è una delizia ai fornelli. Tienitela stretta, me racumandi. Piuttosto” prosegue il Peppino, “ ma el to fieu el viv semper in de per lu?”
“Sì, sì. Da solo, dalle parti di porta Genova. Va all’università, ma per mi el studia un di sì e des dì no. El torna a caa’ una volta ogni mort’ de Papa e po’ via anca mò. G’hoo pers la speransa, ma la Marisa la va ben a Ragioneria, e ci farò fare Economia e Commercio, così altro che Osteria!”
“Ciumbia!” dice il signor Peppino, guardando la sala da pranzo e il vetro che la divide dai quattro campi da bocce ai quali l’Osvaldo negli ultimi anni ha aggiunto le tribune per le gare nazionali, “te lo meriti tutto, il bene che stai tirando su. Te sei sempre stato un lavoratore, e adesso stai raccogliendo i frutti. Anche l’Osteria l’hai fatta diventare un gioiellino, negli ultimi tempi.”
“Grazie, sciur Peppino,” sorride timido e un po’ colpevole l’Osvaldo “adess’ però sono quasi le sette e c’ho da far andare le mani, perché gli operai che smontano notte stanno arrivando e quelli che monteranno saranno qui a breve. Con permesso, neh.”
Il sciur Peppino mangia e pensa alla moglie che lo ha lasciato, mentre benedice l’Osvaldo e la sua famiglia, che si prendono cura di lui. Intanto l’Osvaldo passa dietro il bancone e spolvera con lo strofinaccio una bella fotografia in una cornice d’argento. Nella foto sono ritratti la Luisa, la Marisa e il Giovanni, quando erano piccoli e la signora Cesira, quando era un po’ più magra. Di fianco un’altra foto che ritrae un gruppo di giovani uomini davanti a un cantiere. Sono l’Osvaldo, e i suoi amici di una vita: l’Angelino e il Lorenzo. Ci sono anche altri due giovanotti, uno alto e forte e uno magro e nervoso che fuma una sigaretta. L’Osvaldo li guarda con pietà, perché il Pecòla e il Calabrese non ci sono più da tanti anni.
Il campanello dell’ingresso suona, la porta si apre e dietro ad alcuni operai entrano anche tutti i rumori della città che non dorme mai e che si sta risvegliando in questa mattina di primavera, che purtroppo l’Italia ricorderà per sempre.