I. I Colori-2

2051 Words
Forse, se Ethan avesse avuto l’opportunità di proseguire negli studi umanistici, avrebbe potuto chiarire alla sua ragazza che il mestiere di mariuolo non era soltanto l’unico in cui vantasse una certa esperienza, ma anche quello che prometteva maggiori profitti a un uomo privo di titoli di studio ma non certo d’iniziativa. Poiché, però, Ethan non aveva trascorso l’adolescenza al college, ma alla macelleria Pistorio, ad appendere carcasse – quasi sempre bovine – ai ganci della cella frigorifera, si era semplicemente limitato a mandare la sua donna a fare in culo. La tranquillità della vita criminosa di Ethan Pane, tuttavia, era minata non soltanto dal sopraccitato problema alle natiche, ma da qualcosa di estremamente più pericoloso per la salute giuridica e fisiologia: Jack LeRoy. Jack LeRoy uscì in tutta tranquillità dalla Videoteca Green – Dal 1980 Solo Home Video di Qualità. Spense il fumo della pistola per riaccendere quel suo famoso mozzicone di sigaro, senza il quale l’angolo della propria bocca gli risultava inutile come una manciata di ghiaccio senza del buon whisky irlandese. Nella mano destra portava una valigetta nera. Nella sinistra, un grosso accendino d’oro massiccio. La fiamma, sproporzionata, gli disegnò sul volto ombre maligne, segni di malattie mai diagnosticate e, probabilmente, incurabili. «Ehi, LeRoy! Vediamo di tagliare la corda!» LeRoy valutò il braccio di Ethan Pane: troppo grosso per tirare di boxe, ma buono abbastanza per afferrare un cristiano per il collo e sollevarlo di peso. Peccato che quell’Ethan, assieme a suo fratello Joel, poteva diventare un vero strazio. I fratelli Pane. Il cognome dei due italoirlandesi avrebbe dovuto essere pronunciato all’italiana, anche se alcuni dicevano “Pani”; quanto a LeRoy, la pronuncia “Pain”3 gli sembrava la più appropriata. LeRoy non sapeva quale fosse il suo problema, forse non chiavava, ma comunque fosse, negli ultimi tempi gli sudavano troppo le mani quando c’era da imbracciare un ferro. Perfino quand’era Jack a imbracciarlo. Due minuti prima, ad esempio. Jack ed Ethan si trovavano all’interno della videoteca, e Green, quel noleggiatore di pornografia a buon mercato, aveva bisogno di chiarimenti riguardo a chi cazzo tenesse il coltello dalla parte del manico. Ovvio che LeRoy era stato costretto a sparare due o tre colpi di avvertimento, ma Pane non era sembrato d’accordo. Così, mentre sparava, LeRoy aveva odorato qualcosa di sgradevole. Proprio come se, beh, come sei il suo compare se la stesse facendo sotto. «Che figlio di puttana, quel LeRoy!» mormorò Ethan dando una sonora manata al volante. Joel si limitò a fare spallucce con gli occhi sgranati. Il solito scemo. Nessuno sapeva molto di Jack LeRoy. Un giovane pistolero arrivato da chissà dove, che, chissà come, in pochi anni era diventato un pezzo abbastanza importante, più importante, comunque, di molti che, come Pane, su quelle strade ci lavoravano dal giorno in cui la loro mano era diventata abbastanza salda da stringere una calibro 9. LeRoy era un nanetto dal grilletto facile, e qualcuno si divertiva a chiamarlo Piccolo Cesare. Ma, c’era da giurarci, quel soprannome non dava poi così tanto fastidio al gangster, che sembrava anzi coltivare quella sua certa somiglianza con Edward G. Robinson... perché quel sigaro, altrimenti? Perché quel ridicolo cappello? «Dannazione! Gli sbirri potrebbero arrivare da un momento all’altro. Potrebbe succedere di tutto! E lui, che fa? Si gingilla con la fottuta valigetta, porca puttana!» Aspirando dal sigaro con calma, l’uomo col cappello posò la valigetta sul cofano della Chevy, pochi centimetri sopra il rombo impaziente del V8. E il cappello era un circolo grigio accanto ai rettangoli neri e lucenti della valigetta e del cofano lucido. Jamar, dall’alto, riuscì a vedere il contenuto del piccolo rettangolo nero, quando l’uomo col cappello l’aprì di scatto. Era un altro rettangolo, molto più piccolo, stavolta, e azzurro. Una scatola azzurra delle dimensioni di un pugno. L’uomo col cappello la soppesò a lungo, emanando una soddisfazione evidente anche da grande distanza. Ma Jamar non riuscì mai a vedere cosa contenesse la scatola. Perché, proprio un istante prima che l’uomo col cappello la aprisse, l’eco di una fucilata gli fece saltare il cappello dalla testa. «Oh, merda.» Nell’abitacolo, Ethan spense il motore, dandosi una sonora pacca sulla fronte e abbandonandosi sul sedile. LeRoy si passò tre dita sopra la testa scoperta. La sensazione di trovare solo aria, là sopra, si rivelò particolarmente irritante. Chiuse la valigetta di scatto. Poi, con calma. Con molta calma. Si voltò. Fritz “Gin” Green non era mai stato un eroe. Né, evidentemente, un grande tiratore. Gestire un videonoleggio, fino ad ora, si era rivelato un lavoro tranquillo. Perfino nel Bronx. E poi sua madre gliel’aveva sempre detto, di non giocare con i fucili. Beh, forse Green avrebbe fatto meglio a non dare così tanto retta alla vecchia, da bambino, e così ora, probabilmente, si sarebbe risparmiato di mancare un bersaglio a non più di cinque metri di distanza, immobile, di spalle, e in ottime condizioni di visibilità. Green stringeva ancora il fucile tra le braccia, eppure sentiva crescere nelle mani un irrimediabile tremolio... E quando finalmente LeRoy si fu voltato completamente, Green realizzò che commettere omicidio facendo saltare la testa di un uomo era male. Ma far saltare il cappello dalla testa di Piccolo Cesare poteva rivelarsi molto, molto, peggio. LeRoy scosse la testa. Green. Un ragazzo, così alto, così candido con i suoi capelli rossi e i denti enormi! E sembrava tanto innocente con quel fucile fra le mani – un’arma che doveva aver passato la guerra mondiale, la prima, dietro la vetrina di un antiquario. Che peccato doverlo uccidere. «Fritz. Fritzfritzfritz» mormorò LeRoy, appropinquandosi al commesso. Il biondo aveva il fucile spianato, il gangster le mani ben piantate in tasca. Ma non c’era alcun dubbio su chi dei due fosse disarmato. «Povero, piccolo Fritz. Il nonno non ti ha spiegato che non devi giocare con le sue armi? Lo sai com’è, il carattere del nonno. Potrebbe incazzarsi per un nonnulla. «Sì, potrebbe venirgli veramente voglia di spappolarti quella tua minuscola testolina di cazzo, Fritz, solo per il gusto di vedere quanto sangue può uscire da una testa vuota!» Ethan fissò Piccolo Cesare; il parabrezza era quasi delle proporzioni di uno schermo panoramico, e, come in un film, il gangster strappava dalle mani del suo imbranato sfidante il fucile che pochi istanti prima era puntato sulla propria testa. Proprio così. LeRoy prese il fucile per la canna. Lo soppesò per qualche istante. E poi, stringendolo come una mazza da baseball, lo usò per frantumare la vetrina della Videoteca Green in un milione di piccoli pezzi. Fritz Green rimase pietrificato in un angolo dello schermo. Jamar osservò la vetrina implodere e piovere in una tempesta di schegge di cielo. «No! LeRoy... LeRoy, basta, ti prego! Io... non intendevo... il fucile... era caricato a sale!» «Caricato a sale. «E dimmi, povero piccolo Green. «Che tipo di sale? «Raffinato, iodato o integrale?» «Io... beh... non ricordo...» «RISPONDI, TESTA DI CAZZO!» E giù un’altra mazzata alla vetrina, ormai completamente distrutta. «Allora, raffinato, iodato o integrale?» «Non lo so, LeRoy, ti giuro che non lo so!» «CHE COSA!?» «...è mia madre che lo compra... ma... ce n’è una scatola dietro il bancone...» «Joel! Corri a prendermelo.» «Subito, capo.» «...» «Sale iodato. Ma bene. «Devi fare i complimenti alla mamma, Fritz. Sale iodato. Lo sai che significa?» «...» «Significa che contiene una quantità sensibile di ioduro di potassio. Lo iodio, sai, è molto importante per la dieta. L’organismo ne ha bisogno, Green! Previene problemi di tiroide. E noi non vogliamo nessun problema con la fottuta tiroide, non è vero, Ethan?» «Parole sante, capo» rispose lo sgherro al volante della Chevy. Il tono suonava più che sconsolato. «Quindi, Fritz, sono davvero felice che tu abbia scelto del sale iodato, anziché del comune sale da cucina, QUANDO HAI DECISO DI FARMI SALTARE LE CERVELLA SPARANDOMI ALLE SPALLE COME IL LURIDO VIGLIACCO CHE SEI SEMPRE STATO!» Mentre parlava, Piccolo Cesare continuava a rigirarsi il fucile tra le mani. L’aveva caricato di nuovo, gettandosi alle spalle la scatola di sale vuota. «Ma hai commesso un errore, Fritz! Avresti potuto colpirmi alla testa, al collo. Perfino a un braccio o a una gamba. I miei uomini sarebbero stati clementi con te. «Ti avrebbero ammazzato subito. «Ora, invece, dovrai soffrire come un cane. Apri la bocca. Più grande.» E infilò il fucile nella gola di Fritz, che piangeva come un bambino. «Perché se c’è una cosa a cui tengo, oltre alle palle, Fritz, è il mio cappello. «Nessuno. Deve. Toccare. Quel fottuto cappello. «E TU CI HAI APPENA SCARICATO SOPRA MEZZO CHILO DI SALE IODATO!» Boom. L’urlo di Fritz era il lamento di uno scoiattolo schiacciato dalla ruota di un fuoristrada dei Marines, quando salì fino alle orecchie di Jamar. Il bambino non riuscì a vedere la mandibola saltare via dalla testa di Green, ridotta a una maschera di sangue, ma immaginò. Immaginò l’orrore. Il sangue scarlatto che scendeva da una parete insolitamente candida. «Caricate questo idiota nel bagagliaio. Non ho ancora finito con lui.» Ethan riteneva che il portabagagli di una Monte Carlo fosse il frutto di una mente criminale. Soltanto un serial killer, un maniaco sessuale particolarmente efferato, avrebbero potuto disegnare un portabagagli così perfetto per contenere il corpo di un uomo di media stazza, lasciando anche lo spazio per un paio di borse per la spesa, cassette di birra – o, piuttosto, due taniche da cinque litri contenenti napalm preparato in casa da un gangster di altezza inferiore alla media dei delinquenti di New York. Piccolo Cesare era tornato a fumare il suosigaro, e quando i fratelli Pane spalancarono il bagagliaio nero, non badò ai loro discorsi che ripetevano ossessivamente le parole “filarsela” e “sbirri”, né ai lamenti di Green, non del tutto morto. Piuttosto, LeRoy si passò la lingua tra le labbra, fissando le due taniche con aria assente, nemmeno fossero due spettacolari odalische degne di un imperatore babilonese, mentre dimenavano le chiappe dorate nella fiamma... la fiamma... la fiamma... «Diamo fuoco a questa schifosa baracca! È necessario!» «Ma Jack...» «Niente ma!» «Al boss questa storia non piacerà!» «Gestisco io l’operazione. Al boss interessa solo quella valigetta. L’abbiamo recuperata, no? E adesso spassiamocela un po’.» Trenta secondi più tardi, quella che era stata la Videoteca Green – Oltre 2000 Titoli per Tutti i Gusti, esplodeva, mentre una Chevrolet nera sgommava via nella strada deserta, lasciandosi dietro la sghignazzante eco di LeRoy, e una sottile scia di sangue e sale. Dieci metri più in alto, Jamar ed Ezra ripresero fiato, scambiandosi eloquenti occhiate. La bocca di Ezra Rastus rimaneva ancora spalancata. Si trattava di una bocca che, sotto l’occhio clinico di uno specialista, avrebbe forse rivelato diversi segni di carie. Ma certamente nessun segno di paura, non ora, non più. «Scendiamo!» E ridiscesero l’impalcatura, giù fino alla strada. Intorno a loro, voci e rumori di routine interrotte che riprendevano il loro corso, gente che non aveva visto niente tornava ad aprire le imposte, riaccendeva motori e radio da cucina. Riecheggiava almeno una sirena, ma ancora molto, molto lontana. Non appena le suole delle sue Adidas, che erano state bianche, tornarono a baciare l’asfalto, Jamar si fermò. Dall’altra parte della strada, un mondo era terminato, esploso, ed ora ricominciava nella fiamma, nella corsa folle di Ezra alla ricerca di videocassette intatte. I film erano stati proiettati fuori dalla vetrina infranta, in un’esplosione di pellicola e lingue chimiche di fuoco. Jamar osservava avidamente l’imperturbabile, onnipotente gioco della fiamma; c’erano, in quel rogo fenomenale, tutti i colori dell’inferno, del peccato, del sangue. Ma anche tutte le tinte dell’iride, le sottili sfumature danzanti, ridondanti nel calore insopportabile, e bellissimo. Jamar pensò che, di nuovo, il cielo era in alto ed era in basso, ma questa volta nudo, spogliato di quel manto di azzurrissima, insostenibile quiete che l’aveva coperto fino a poco prima, risvegliato, in tutte le sue tonalità più proibite, da una piccola apocalisse urbana. In alto il paradiso, in basso l’inferno; al centro, Jamar, conscio di essere solo una piccola, insignificante sagoma incolore. Eppure, in qualche modo, sentiva di stare diventando quella fiamma. Quel grande fuoco di fronte ai suoi occhi era ora dentro di lui, e, per la prima volta, lo riconosceva, come se si stesse rispecchiando in un autoritratto astratto, su di uno specchio più autentico. Ed Ezra Rastus, Ezra lo spaccone timido, credeva di aver raggiunto, a sua volta, il proprio incandescente paradiso, che rapido si scioglieva in un inferno di plastica fusa. Quante volte Ezra era scivolato nella videoteca di Green, sfruttando i lunghi momenti in cui Fritz “Gin” andava a guadagnarsi il proprio secondo nome alla Tavola Calda di Minnie la Scroccona, fingendosi irlandese per giustificare il suo infelice status razziale di unico culo pallido nel locale... Ed ora, tutti i film che Ezra aveva sempre desiderato vedere, ma non aveva avuto il tempo di rubare, giacevano sparsi ai suoi piedi: gli sarebbe bastato allungare una mano, peccato che le videocassette fossero tutte bollenti, molte fondevano in un sibilo grigio sull’asfalto, altre, divelte, si contorcevano, neri serpenti analogici agonizzanti, opere immortali di grandi registi/sceneggiatori/divi hollywoodiani ridotte a poche gocce di petrolio scadente, stillate sul vecchio asfalto di una strada del Bronx...
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