I. I Colori-3

2650 Words
«Jamar! Dammi una mano, cazzo!» Eccolo di nuovo là, imbambolato come uno spaventapasseri. A Ezra quasi scendevano le lacrime. Non era sopravvissuto neanche un singolo film, l’incendio divorava tutto, e Jamar se ne stava là come un idiota... A piccoli passi, Jamar si avvicinò all’amico. Ezra stava chino a terra, con occhi febbricitanti alla folle ricerca di qualcosa che non poteva trovare. Ma Jamar, Jamar quello che cercava l’aveva già trovato. Il suo sguardo viaggiò attraverso il suo amico, al di là del suo fragile corpo di bambino di nove anni, forse perfino al di là delle fiamme e del negozio distrutto, oltre i confini della città, e al di là dell’oceano, per miglia e miglia e miglia... ed Ezra lo fissava senza capire, Ezra in ginocchio ai piedi dell’amico... ma capì, capì Ezra, quando Jamar gli posò tra le mani un oggetto spigoloso e caldo, ma non bollente, capì. Non ebbe nemmeno bisogno di guardarsi fra le mani: era un film! Un film intero, tutto per sé! Non un biglietto per uno spettacolo pomeridiano all’Odeon, né il frutto di una ruberia poco meticolosa... no! Questa volta si trattava sicuramente di un grande film, a colori, per forza, doveva essere davvero qualcosa di eccezionale, come dubitarne? Era l’unico film sopravvissuto al grande rogo della videoteca di Morris Street. Ezra non ricordava di essersi sentito così felice fin dal giorno del suo compleanno... e, sì, aveva tentato di darsi un contegno da duro, un po’ come suo fratello, sempre in giro con quel catenaccio e il giubbotto di pelle... ma questa volta non era possibile, Ezra non poté fare a meno di trattenere una lacrima calda, la sentì scendere morbida sulla guancia destra e infilarsi in quel gigantesco, ebete sorriso, grande come il più smisurato dei... «La polizia. Alzati, Ezra. Arrivano gli sbirri.» L’agente Donald Quix era fresco del mestiere. O, almeno, era quello che si sentiva ripetere da tutti. In realtà, Donald era in servizio da almeno due anni, ventiquattro mesi in cui non aveva mai richiesto un week-end di malattia, né un singolo giorno di licenza, nemmeno il giorno in cui suo figlio era venuto al mondo. Forse era per questo che lo chiamavano ancora uomo fresco, specie il capitano Sanchez, suo attuale compagno di ronda. Ad agenti come Sanchez non veniva in mente alcun motivo plausibile per cui un poliziotto potesse essere così attaccato al suo frustrante e sottopagato mestiere. Quix non se la prendeva mai comoda, sempre sull’attenti e sissignore, mai che scendesse, diciamo così, a compromessi con l’uomo della strada, mai che graziasse un povero cristo da una contravvenzione, mai che accettasse quella colazione gratuita offerta da quel barista così amico di Sanchez. Amici di quel genere, Quix non ne voleva. Proprio questo doveva essere il motivo per cui non stava facendo carriera. Ma a Quix la carriera non importava. Lui voleva solo servire e proteggere. Lui veramente sperava di poter aiutare a costruire un paese in cui il Cittadino potesse camminare per strade tranquille, senza dover assistere a quella continua carneficina che i criminali perpetravano indisturbati dalle autorità e dalla politica. E quando Donald Quix assisteva a scene come quella – un’onesta attività data barbaramente alle fiamme, anzi addirittura fatta esplodere; tracce di sangue sui muri; una calca di curiosi pronta a saziare il proprio perverso voyeurismo ma non ad aiutare i tutori della legge con utili e sincere testimonianze; peggio ancora, c’erano due ragazzini nel bel mezzo del luogo del delitto, e se le stavano dando a gambe – egli era colto da un insopportabile disgusto, da un’indignazione colma d’impegno civile. Così, incurante delle parole del compagno Sanchez, sprofondato nel sedile con chiare chiazze di chili sull’uniforme, Quix saltò giù dalla macchina, dandosi all’inseguimento. Ezra si risvegliò come da uno stato di trance. Strinse al petto la cassetta, rialzandosi in piedi. La volante era a pochi metri da loro. Lo sbirro non scese immediatamente, come se stesse consultando il collega. Avrebbero fatto fuoco? Li avrebbero schiacciati con la macchina? O si sarebbero limitati a chiamare rinforzi e slegare i cani? Forse li volevano vivi, per poterli trascinare in gattabuia, e torturare! Jamar parlava spesso di gas e sedie elettriche, ruote e bruciature di sigaretta... Prima che l’agente Quix richiudesse la portella alle proprie spalle, Ezra Rastus se l’era già data a gambe. «Capitano Sanchez! Dobbiamo inseguirli, signore!» «Ma no, figliolo, stai buono, sono solo dei ragazzini.» «Negativo, signore! Potrebbe trattarsi di testimoni oculari! Potrebbero perfino essere coinvolti in atti di sciacallaggio!» Madre de Dios! Sanchez si portò entrambe le mani al volto, e, con un movimento discendente, le unì, levando gli occhi al cielo con tanto fervore che la Santissima Vergine, lassù, certamente non avrebbe potuto ignorare l’infinito patimento del pover’uomo. Sanchez non si considerava, è vero, un gran poliziotto, eppure il suo lavoro l’aveva sempre fatto. Come capitano di polizia e padre di famiglia. La domenica andava alla messa e, negli ultimi tempi, aveva perfino fatto fioretto di abbandonare la mala strada della bestemmia. E allora perché, si chiedeva Sanchez, perché, o Signore Onnipotente, hai voluto punire questo tuo umile servitore, mettendogli a fianco un invasato come Donald Quix? «Ora ascoltami bene, agente Quix. Quei ragazzini vivono in una miseria che tu, viso pallido, non puoi nemmeno immaginare. Li vedi quei palazzoni di mierda? Alla tua signora non piacerebbero, no, e nemmeno a te piacerebbe crescere un figlio lì dentro. Eppure, con tutta probabilità, è lì che vivono questi disgraziati. Anzi, è probabile che ci resteranno para toda la vida. «Dunque, tu vorresti inseguirli, processarli, e magari spedirli in riformatorio, solo perché hanno preso due o tre cassette da un negozio in fiamme!? Ma non lo vedi che questi sono degli innocenti...» «Con il dovuto rispetto, signore, innocenti o colpevoli lo deciderà la legge. Ed ora, con il suo permesso, porca puttana, qui c’è del lavoro da fare.» E Jamar corse dietro a Ezra, mentre già i pompieri iniziavano a far lavorare gli idranti, disegnando nuovi, meravigliosi arcobaleni nell’aria e sull’asfalto, nella sfavillante, eterna lotta tra l’acqua e il fuoco. L’uniforme blu era proprio alle sue spalle, vedeva quel colore avvicinarsi e ingrandirsi come una gigantesca rete a maglie strette, da cui non sarebbe potuto sfuggire. Allora Jamar seguì Ezra tra le gambe dei passanti, un labirinto di jeans e gonne di cotone e pantaloni sintetici da ginnastica, e poi in uno slalom tra le auto parcheggiate, in un angusto carnevale di lamiera... Alle sue spalle, lo sbirro sembrava aver perso un po’ di terreno, eppure non demordeva, non demordeva affatto... Del lavoro da fare. Del lavoro da fare! In cuor suo, Sanchez invocò l’intervento della Madonna, di tutti i santi per far rinsavire quel Quix. Fin da giovane, quel ragazzo doveva essersi riempito la testa di romanzetti polizieschi in cui l’Agente Buono, alla fine, aveva sempre la meglio sul Cattivo Spregevole Benché Affascinante. Colpa della famiglia, c’era da giurarci. Il padre di Quix era un ex magistrato maccartista che, Sanchez ci avrebbe messo la mano sul fuoco, aveva cresciuto il figlio all’ombra di ritratti sinistramente incorniciati, e raffiguranti J. Edgar Hoover, anziché San Ignacio, o il benevolo Papa della Romana Chiesa. Ed eccolo qui, il bel risultato! Cristo, quel Quix era talmente ligio al dovere che si preoccupava di rifare il caffè per tutti quando beveva l’ultima tazza! E poi era sempre lì a rodersi il fegato, a vedere dappertutto mafiosi, terroristi, ladri e assassini... certamente, nella mente di Quix, la distruzione di quello stupido negozio doveva essere l’opera di un k******e. Più ripensava alla natura del delitto, meno l’agente Quix nutriva dubbi in proposito. Per cominciare, il videonoleggio era un’attività troppo modesta per giustificare una rapina così cruenta, perfino in quel quartiere. Inoltre, quale rapinatore avrebbe perso tempo a incendiare, anzi a far esplodere un negozio appena svaligiato? Sì, forse il crimine era di stampo mafioso, oppure il proprietario aveva inscenato tutto per truffare le assicurazioni... Ma c’era un’ipotesi più terribile, e, purtroppo, terribilmente probabile. La matrice terroristica. In un quartiere di infinite tensioni etniche come il Bronx c’era da aspettarsi perfino questo. Un uomo disposto al suicidio in nome di Allah pur di distruggere una pur modesta attività basata sul sano vecchio capitalismo. Quanti uomini erano morti per questa follia? Quanti bambini rimarranno senza un padre, una madre, per questo? Quix non lo sapeva. La priorità, in quel momento, era raggiungere i due ragazzini. Loro avevano visto. Sapevano. Bambini così piccoli, e già involontari complici di un misfatto destinato a rovinare la loro intera esistenza. Per questo era necessario, indispensabile. Catturarli. Alabama Frank aveva smesso di ascoltare la musica. La polvere cadeva sui suoi vecchi dischi di musica buona, musica nera di campagna, suoni e voci di tempi e luoghi in cui si viveva come il Signore comanda, senza tutte le follie paranoiche di questa folle città. L’udito del vecchio Frank non funzionava più così bene, per la verità. Non che questo gli impedisse di continuare tranquillamente il proprio lavoro, o di incidere nel legno quelle macchinine. Ai ragazzi piacevano, anche se stavano crescendo anche per queste cose, ormai. Spesso Ezra gli chiedeva il permesso di utilizzare il videoregistratore; per quanto lo riguardava, Alabama Frank non avrebbe mai messo le mani su quell’arnese infernale, vinto con una mano di poker a un ricettatore di New Harem. E un po’ gli dispiaceva che i ragazzi perdessero tempo con quelle stronzate giapponesi; ma per la verità, quei mocciosi, che non erano per niente suoi parenti, costituivano tutta la sua famiglia. Così, quando venivano a trovarlo, tanto valeva viziarli. Far loro poche domande, quando non era il caso di perdersi in chiacchiere. Ezra e Jamar si infilarono nel vicolo, e arrivarono senza fiato alla volta di un vecchio portone, solido come l’inferno. L’insegna, dipinta direttamente sulla volta di mattoni almeno settant’anni prima, diceva, semplicemente, Orpheus. Bussarono tre volte. Nessuno venne ad aprire. Bussarono ancora. Alabama era diventato duro d’orecchie. Se lo sbirro li vedeva entrare là dentro, era la fine. Alabama Frank, per la verità, non era un tipo di molte parole. Vestiva tutto l’anno con una canottiera bianca e una bombetta nera sulle ventitré (sempre la stessa, pare, dal 1927); e nonostante l’età, sembrava ancora perfettamente in grado di masticare bicchieri di vetro, di fumare decine di quelle sigarette senza filtro girate col tabacco che gli arrivava dalla campagna, e di spaccare in due un cristiano qualsiasi con un manrovescio, se gliene fosse capitata la necessità. Grazie a queste sue peculiari abilità, Frank aveva potuto assumere il ruolo di custode dell’Orpheus praticamente a vita. Ragazzo di campagna, era entrato in quel posto ai tempi in cui il locale era il più sordido nickelodeon della città, con un pubblico pagante costituito per lo più da ubriaconi troppo pezzenti per andare a puttane, e poi dalle puttane stesse, rimaste a corto di clienti. Frank aveva spalato la merda in quel locale fino alla metà degli anni ’20, quando le sale si erano fatte più lussuose, il pubblico più esigente. Fallita l’attività proiezionistica, l’Orpheus era stato acquistato da un contrabbandiere di whisky, tale Lucky Bandini, che aveva coperto d’oro quel lurido buco, facendone il più trasgressivo club privato della New York proibizionista. Le cose andavano per il meglio. Dopo aver salvato la faccia – letteralmente – al capo, che stava per ricevere un magnum di Dom Perignon dritto sul grugno da parte di un gioielliere ubriaco, Alabama era stato promosso da sguattero a bodyguard, con uno stipendio solido e un lavoro che consisteva, quasi sempre, nello starsene buoni con una faccia cattiva. E poi, la grande depressione, la crisi. Il locale lasciato alla polvere e trasformato in magazzino di generi alimentari, con casse di frutta uruguayane al posto dei tavolini di lacca déco. Eppure Frank, nel suo piccolo, aveva continuato a passarsela discretamente; per qualche motivo, benché l’Orpheus passasse di mano in mano negli anni, nessuno dei vari proprietari aveva mai avuto il coraggio di mettere Frank in mezzo a una strada. E Frank, d’altro canto, amava quel posto. Ogni epoca aveva lasciato qualcosa del proprio passaggio: un vecchio proiettore arrugginito, il grande bancone nero decorato d’oro, stralci di tappezzeria damascata tra le casse di banane. L’alta volta bianca sembrava quella di una cattedrale, e, fra le molte stanzette che circondavano il salone centrale, c’era da giurarci, si nascondevano più segreti di quanti le poche parole del vecchio, bonario gorilla avrebbero mai voluto rivelare. Ma c’era un rumore. Forse qualcuno alla porta. Meglio controllare. I ragazzini aspettavano nel vicolo, quasi tremando. Due occhi di carbone li squadrarono attentamente da uno spioncino rettangolare, abbastanza ampio per far intuire che, chiunque ci fosse dietro al portone, non era il caso di farlo incazzare. E la porta si aprì, cigolando poderosamente. «Zio Frank!» «Ragazzi. Non dovreste essere a scuola a quest’ora?» «...non c’è scuola, oggi.» «Mmm.» Ezra si affrettò a chiudere la porta alle spalle del vecchio. «Frank, possiamo usare il tuo videoregistratore?» C’era da giurarci. «Fateci quel che vi pare, con quel trabiccolo.» E mentre i ragazzini si avviavano di corsa tra le casse disseminate nella sala principale, tra raggi dorati di luce che piovevano dalla volta, disegnando volteggianti granelli di polvere, il vecchio si sedette di nuovo sull’antico bariletto di rum convertito in spartana poltroncina, tornando a maneggiare il coltellaccio da diciotto centimetri, scolpendo giocattoli nel legno tenero e nel sughero. L’agente Quix non era un tipo da darsi per vinto. Stava attraversando il vicolo di corsa, quasi senza notare il grande portone. Orpheus. Aveva tutta l’aria di una vecchia fumeria d’oppio. Sicuramente tutt’altro che un posto rispettabile. Lo stabile sembrava abbandonato, ma la porta era stata ridipinta da poco, il legno e i cardini apparivano in ottime condizioni. Quando Don Quix bussò alla porta, aveva già tolto la sicura alla pistola. Ed era pronto a far fuoco, era pronto a tutto. Meno che ad Alabama Frank. Meno che a un nero di centocinquanta chili per due metri e dieci, che lo squadrava truce tra una canottiera bianca e una bombetta sulle ventitré. «Hum... beh, buongiorno, signore...» «Che cosa ti serve, amico?» «Ah, io... senta, non-ha-visto-per-caso due bambini, tra i sei e gli otto anni... di colore... alti più o meno...» «Mocciosi non se ne sono visti, da queste parti.» «Ah beh... la ringrazio, ma... vorrei dare un’occhiata all’interno, se non le dispiace.» «Stammi bene a sentire, giovanotto. Ricordo bene l’ultima volta che uno sbirro è entrato qui dentro. Era il 1939, e tu, ragazzo mio, stavi ancora nelle palle di tuo nonno. Ed ora levati dai piedi.» Donald Quix riuscì a mormorare un pallido buona giornata, prima che la porta gli venisse sbattuta sonoramente in faccia. Poco più in là, in uno stanzino ingombro di scatoloni e arredato con un bronzo raffigurante una prosperosa Diana cacciatrice, Ezra Rastus armeggiava con il telecomando, cercando nel piccolo schermo il canale sintonizzato sul videoregistratore. «Eccolo!» Play4. La musica iniziò a suonare, mentre, dai colori, le immagini prendevano forma. Jamar si stancò in fretta del film, che non capiva, non essendo in inglese; e poi non aveva voglia di leggere i minuscoli sottotitoli. Ben presto, se ne andò da Alabama Frank, chiedendogli un foglio e una matita, o qualsiasi altra cosa con cui poter disegnare un grande fuoco. Invece Ezra, Ezra rimase lì, ipnotizzato di fronte al televisore, in piedi, senza fiato, con gli occhi spalancati. Forse anche Ezra aveva finalmente trovato la forma della propria fiamma. E rimase lì, continuando a guardare. Fino alla fine. 2 Si tratta presumibilmente di Attack of the 50 Foot Woman (1958) [N.d.T.] 3 Cioè dolore o sofferenza, ma anche rompiscatole. [N.d.T.] 4 Nella versione cartacea a partire da questa pagina inizia un testo secondario che “scorre” sotto le pagine del testo principale. Mingus, editor dell’edizione originale, ha così commentato l’inusuale scelta grafica: “A un certo punto, Belial se ne uscì con la trovata di un racconto parallelo che scorresse sotto le pagine del romanzo vero e proprio. Inizialmente mi opposi: pensavo che sarebbe stata un’inutile complicazione, qualcosa che la gente non avrebbe capito. Chiaramente, le due storie non si potevano leggere contemporaneamente, e, d’altro canto, seguire un racconto disposto su una sola riga per pagina sarebbe risultato scomodo. Per tutta risposta, Belial mi parlò di un giornalino a fumetti da cui aveva preso l’idea, probabilmente roba pulp o pornografica, comunque niente di intellettualmente impegnativo. Gli piaceva il fatto che il sottotesto scorresse come una pellicola cinematografica. Sembrava anche compiaciuto della natura schizofrenica che la storia parallela avrebbe fornito al libro: una sorta di seconda personalità separata dalla prima. Non so se fosse veramente pazzo o se facesse di tutto per sembrarlo. Ad ogni modo, finii per assecondarlo.” Hector Luis Belial Making Movies Traduzione di Bella Ortiche
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