I MOSCHETTIERI DEL RE, E LE GUARDIE DEL MINISTRO-2

2077 Words
Questa celia esasperò Jussac. - Noi dunque vi caricheremo, diss'egli; se voi disobbedite. - Essi sono cinque, disse Athos a mezza voce, e noi non siamo che tre; noi saremo anche una volta battuti, e ci abbisognerà morire qui poichè io dichiaro, che io non tornerò a ricomparire davanti al mio capitano dopo essere stato vinto. Questo solo momento bastò a d'Artagnan per prendere il suo partito: era questo uno di quegli avvenimenti che decidono della vita di un uomo, era una scelta da farsi fra il re ed il ministro, e fatta la scelta bisognava perseverare. Battersi, voleva dire disobbedire alla legge, voleva dire arrischiare la sua testa, voleva dire diventare ad un sol tratto il nemico di un ministro più potente del re stesso, ecco ciò che travide il giovine, e diciamolo a sua gloria, egli non esitò un secondo. Voltandosi adunque verso Athos ed i suoi amici: - Signori diss'egli, io aggiungerò, se il permettete qualche cosa alle vostre parole. Voi avete detto che non siete che in tre, ma mi sembra che noi siamo in quattro. - Ma voi non siete dei nostri, disse Porthos. - È vero rispose d'Artagnan, io non ho l'abito, ma ho l'anima. Il mio cuore è di moschettiere, lo sento bene, signore, e questo mi guida. - Allontanatevi, giovane, gridò Jussac, che senza dubbio dai gesti e dalla espressione del suo viso aveva indovinato il disegno di d'Artagnan. Voi potete ritirarvi, noi vi acconsentiamo, salvate la vostra pelle, e andate presto. D'Artagnan non si mosse. - Decisamente voi siete un bravo giovane, disse Athos, stringendo la mano a d'Artagnan. - Andiamo, andiamo, prendiamo un partito, riprese Jussac. - Vediamo, dissero Porthos e Aramis, facciamo qualche cosa. - Il signore è pieno di generosità, disse Athos. Ma tutti e tre pensavano alla gioventù di d'Artagnan, e temevano la sua inesperienza. - Noi non saremmo che tre, e fra questi un ferito, più un ragazzo, riprese Athos, e ciò nonostante si dirà che noi eravamo quattro uomini. - Sì, ma rinculare! disse Porthos. - È difficile, riprese Athos. - È impossibile, disse Aramis. D'Artagnan comprese la loro irresoluzione. - Signori, provatemi pure, disse egli, ed io vi giuro sul mio onore, che non voglio muovermi di qui se noi siamo vinti. - Come vi chiamano, mio bravo? disse Athos. - D'Artagnan, signore. Ebbene! Athos, Porthos, Aramis e d'Artagnan, in avanti! gridò Athos. - Ebbene! vediamo, signori, vi decidete voi, a battervi? gridò per la terza volta Jussac. - È fatto, signori, disse Athos. - E qual partito prendete? domandò Jussac. - Noi avremo l'onore di darvi la carica, rispose Aramis alzando con una mano il suo cappello e cavando con l'altra la spada. - E voi volete resistere? gridò Jussac. - Per bacco! ciò vi fa meraviglia. E i nove combattenti si precipitarono gli uni sugli altri con una furia, che non escludeva una certa tattica. Athos prese un certo Cabusac favorito del ministro; Porthos ebbe Biscarrat, e Aramis si vide in faccia due avversarj. In quanto a d'Artagnan, egli si trovò lanciato contro lo stesso Jussac. Il cuore del giovane guascone gli batteva in un modo da rompergli il petto, non già di paura, grazie a Dio, egli non ne aveva neppur l'ombra, ma di emulazione; egli si batteva come una tigre in furore, girando dieci volte intorno al suo avversario, e cambiando venti volte le sue guardie ed il suo terreno. Jussac era, come si diceva allora, ingordo di lama ed aveva molta pratica; ciò non ostante aveva tutta la pena del mondo a difendersi contro un avversario agile e svelto, che si scartava ad ogni momento dalle regole ricevute, attaccando da tutte le parti ad un tempo, e con tutto ciò difendendosi e riparando i colpi come un uomo che porta un gran rispetto alla sua epidermide. Finalmente questa lotta finì col far perdere la pazienza a Jussac. Furioso di esser tenuto in scacco da colui che aveva guardato come un ragazzo, egli si riscaldò e cominciò a far degli sbagli. D'Artagnan, che in mancanza di pratica aveva una profonda teoria, raddoppiò di agilità. Jussac, volendo finirla portò un colpo terribile al suo avversario fendendo al fondo; ma questi parò di prima, e mentre che Jussac si rialzava, e strisciando come un serpente sul suo ferro, gli passò la sua spada attraverso al corpo. Jussac cadde come un masso. D'Artagnan gettò allora un colpo d'occhio inquieto e rapido sul campo di battaglia. Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari, ma l'altro lo stringava d'appresso. Però Aramis era in buona situazione e poteva ancora difendersi. Biscarrat e Porthos si erano dati dei colpi forati. Porthos aveva ricevuto un colpo di spada attraverso il braccio e Biscarrat uno attraverso la coscia. Ma siccome nè l'una nè l'altra di queste ferite erano gravi, non facevano che battersi con maggiore accanimento. Athos, ferito di nuovo da Cabusac impallidiva a vista d'occhio, ma non rinculava di un piede; egli aveva soltanto cambiata la mano alla spada e si batteva con la sinistra. D'Artagnan secondo le leggi del duello di quell'epoca, poteva soccorrere qualcuno; e mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi compagni aveva più bisogno del suo ajuto egli si accorse di un colpo d'occhio di Athos. Questo colpo d'occhio era di una sublime eloquenza. Athos sarebbe morto piuttosto che domandar soccorso; ma egli poteva guardare, e con lo sguardo domandava un appoggio. D'Artagnan lo indovinò, fece uno sbalzo terribile, e piombò sul fianco di Cabusac, gridando. - A me, signora guardia, io vi uccido! Cabusac si voltò ed era tempo. Athos, che si sosteneva solo per il suo gran coraggio, cadde sopra un ginocchio. - Per bacco! gridò egli a d'Artagnan, non lo ammazzate, giovane io ve ne prego: ho un vecchio affare da finire con lui, quando sarò guarito e starò bene. Disarmatelo soltanto; legategli la spada. Così. Bene! benissimo! Questa esclamazione era strappata ad Athos dalla spada di Cabusac che saltava venti passi da lui lontana. D'Artagnan e Cabusac si slanciarono assieme, l'uno per riprenderla, l'altro per impadronirsene; ma d'Artagnan più svelto arrivò il primo, e vi mise un piede sopra. Cabusac corse a quella guardia ch'era stata uccisa da Aramis, s'impadronì della sua spadaccia, e volle ritornare sopra d'Artagnan; ma sul suo cammino si incontrò in Athos che durante la pausa d'un istante, che gli aveva accordata d'Artagnan, aveva ripreso lena e che, per timore che d'Artagnan gli uccidesse il suo nemico, voleva ricominciare il combattimento. D'Artagnan capì che sarebbe stato un disgustarsi Athos non lo lasciando fare. In fatti, qualche secondo dopo, Cabusac cadde colla gola trapassata da un colpo di spada. Nel medesimo istante Aramis appoggiava la sua spada contro il petto del suo avversario rovesciato, per costringerlo a domandare mercede. Restavano Porthos e Biscarrat. Porthos battendosi faceva mille fanfaronate, domandando a Biscarrat che ora poteva essere, e gli faceva i suoi complimenti sulla compagnia che aveva ottenuta suo fratello nel reggimento Navarra: ma sempre sforzando non guadagnava niente. Biscarrat, era uno di quegli uomini di ferro che non cadono se non che morti. Ciò non pertanto bisognava finirla. Poteva sopraggiungere una ronda e prendere tutti i combattenti feriti e non feriti, realisti e ministeriali. Athos, Aramis e d'Artagnan, circondarono Biscarrat, e gli intimarono d'arrendersi. Quantunque solo contro tutti, e con un colpo di spada che gli traversava una coscia, Biscarrat voleva far fronte: ma Jussac che si era alzato sul gomito gli gridò d'arrendersi. Biscarrat era un Guascone come d'Artagnan, egli fece il sordo e si contentò di ridere, e fra due parate trovare il tempo di fare un segno per terra colla punta della sua spada: - Qui, diss'egli, qui morrà Biscarrat, solo di quelli che sono con lui. - Ma essi sono quattro contro di te: finiscila, io te l'ordino. - Ah! se tu lo ordini, allora è un'altra cosa, disse Biscarrat, siccome tu sei il mio brigadiere, io debbo obbedire. E facendo un salto in addietro, spezzò la spada contro il suo ginocchio, e per non renderla, ne gettò i pezzi per disopra al muro del convento, ed incrocio le sue braccia fischiando una canzone ministeriale. La bravura è sempre rispettata anche fra nemici: i moschettieri salutarono Biscarrat colle loro spade, e le rimisero nel fodero. D'Artagnan fece altrettanto, quindi aiutato da Biscarrat, il solo che fosse rimasto in piedi, portò sotto il portico del convento Jussac, Cabusac e quello fra gli avversari d'Aramis che non era che ferito. Il quarto, come lo abbiamo detto, era morto. Quindi suonarono la campanella, e portando seco quattro spade su cinque, s'incamminarono ebbri di gioia verso il palazzo del sig. de Tréville. Si vedevano intrecciati, occupare tutta la larghezza della strada, chiamando ciascun moschettiere che incontravano, di modo che alla fine divenne una marcia trionfale. Il cuore di d'Artagnan nuotava nell'ebbrezza; egli camminava fra Athos e Porthos stringendoli teneramente. - Se io non sono ancora un moschettiere, diss'egli ai suoi nuovi amici oltrepassando la porta del palazzo del sig. de Tréville, almeno eccomi ricevuto come alunno, non è vero? CAPITOLO VI. SUA MAESTA' IL RE LUIGI DECIMOTERZOL'affare fece un gran rumore; il sig. de Tréville sgridò molto ad alta voce i suoi moschettieri, ma si congratulò con loro sotto voce, e siccome non vi era tempo da perdere per prevenire il re, il sig. de Tréville si sollecitò di andare al Louvre. Era già troppo tardi, il re era racchiuso col ministro, e fu detto al sig. de Tréville, che il re era occupato e non poteva ricevere in quel momento. La sera il signor de Tréville, venne al giuoco del re. Il re guadagnava, e siccome Sua Maestà era molto avara, così era di un eccellente umore, e scoperse di lontano il sig. de Tréville. - Venite qui sig. capitano, diss'egli, venite che io vi sgridi; sapete voi che il ministro è venuto da me a farmi delle lagnanze sui vostri moschettieri? e ciò con una tale emozione che questa sera il ministro è malato: e che! ma sono diavoli a quattro, gente da forca i vostri moschettieri! - No, sire, rispose de Tréville, che vide al primo colpo come la cosa andava a piegare, no, tutto al contrario, essi sono buone creature, docili come gli agnelli, e che non hanno altro desiderio, io me ne faccio garante, che quello di non cavare la spada dal fodero, che pel servizio di Vostra Maestà. Ma che volete? le guardie del ministro sono senza posa a muover loro lite, e anche per l'onore del corpo, quei poveri giovani sono costretti a difendersi. Ascoltate il sig. de Tréville! disse il re, ascoltatelo! Non si direbbe che egli parla di una comunità di frati? In verità, mio capitano, ho volontà di togliervi il vostro brevetto e di darlo a madamigella de Chemerault, alla quale ho promesso un abbazia. Ma non crediate già che io voglia credere così alla vostra parola. Mi si chiama Luigi il Giusto, sig. de Tréville, e or ora noi lo vedremo. - Ah! è perchè mi fido a questa giustizia, sire, che io aspetterò pazientemente e tranquillamente il comodo di Vostra Maestà. - Aspettate dunque, signore, aspettate dunque, disse il re, io non mi farò attendere lungamente. Infatti, la sorte si cambiava, e siccome il re cominciava a perdere quello che aveva vinto, non era dispiacente di ritrovare un pretesto per fare, che ci si passi l'espressione da giuocatore di cui, noi lo confessiamo, non conosciamo l'origine, per fare Carlomagno. Il re si alzò dunque dopo un istante, e mettendosi in saccoccia il denaro che era avanti a lui, la maggior parte del quale era vinto al giuoco: - Vieuville, diss'egli, prendete il mio posto; bisogna che io parli al sig. de Tréville per un affare di importanza. Ah!... io aveva ottanta luigi avanti a me. Mettete voi pure la medesima somma, affinchè quelli che hanno perduto non abbiano a lamentarsi. La giustizia prima di ogni altra cosa. Poi rivolgendosi verso il sig. de Tréville, e conducendolo nel vano di una finestra. - Ebbene! signore, continuò egli, voi dite che sono state le guardie del ministro che hanno mosso lite ai vostri moschettieri? - Sì, come fanno sempre. - E come è andata la cosa? vediamo: perchè voi lo sapete, mio caro capitano, bisogna che un giudice ascolti ambedue le parti. - Ah! mio Dio! nel modo il più semplice ed il più naturale. Tre dei miei migliori soldati, che Vostra Maestà conosce di nome, e di cui ella più di una volta ha apprezzato i servigi, e che hanno, io posso affermarlo al re, molto a cuore il loro servigio; tre dei miei migliori soldati, diceva, i signori Athos, Porthos e Aramis, avevano combinata una partita di piacere con un cadetto di Guascogna; che io aveva loro raccomandato la stessa mattina. La partita doveva aver luogo a San Germano, io credo, e si erano dati l'appuntamento ai Carmelitani scalzi, allorchè fu guastata dal sig. Jussac, e dai signori Cabusac, Biscarrat e altre due guardie, che certamente non si trovavano là così in numerosa compagnia senza cattive intenzioni contro gli editti.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD