I MOSCHETTIERI DEL RE, E LE GUARDIE DEL MINISTRO-3

2184 Words
- Ah! ah! voi mi ci fate pensare, disse il re; senza dubbio essi erano là per battersi fra di loro stessi. - Io non accuso nessuno, sire, ma lascio a Vostra Maestà l'apprezzare ciò che potevano andare a fare cinque uomini armati in un luogo così deserto come lo sono le vicinanze dei Carmelitani. - Sì, voi avete ragione, de Tréville, voi avete ragione. - Allora, quando essi hanno veduto i miei moschettieri, essi hanno cambiato d'idea, ed hanno dimenticato la loro contesa particolare per l'odio che portano al mio corpo; perchè Vostra Maestà non ignora che i moschettieri, che sono tutti pel re, e per nessun altro che pel re, sono i nemici naturali delle guardie che sono soltanto pel ministro. - Sì, de Tréville, sì, disse il re, malinconicamente, ed è cosa ben trista, credetemi, di vedere, in tal modo due partiti in Francia, due teste al regno; ma tutto ciò finirà, de Tréville, tutto ciò finirà. Voi dite dunque che le guardie hanno mossa contesa ai moschettieri? - Io dico che è probabile che le cose siano andate così, ma io non ne giuro, sire. Voi sapete quanto sia difficile a conoscere la verità, ammeno chè non si sia dotato di quell'ammirabile istinto che fa chiamare Luigi XIII il Giusto... - E avete ragione, de Tréville; ma essi non erano soli i vostri moschettieri, vi era con loro un ragazzo? - Sì, sire, e un uomo ferito, dimodochè tre moschettieri del re, fra i quali un ferito, e un ragazzo, non solo hanno tenuto testa a cinque delle più terribili guardie del ministro, ma ancora ne hanno messe quattro a terra. - Ma questa è una vittoria! gridò il re tutto raggiante, una vittoria completa! - Sì, sire, tanto completa quanto quella del ponte di Cè. - Quattro uomini, fra i quali un ferito e un fanciullo, dite voi? - Un giovinotto appena. Il quale anzi si è condotto così bene in questa occasione, che io mi prenderei la libertà di raccomandarlo a Vostra Maestà. - Come si chiama? - D'Artagnan, sire. Questi è figlio di uno dei miei più antichi amici, il figlio di un uomo che ha fatto col re vostro padre, di gloriosa memoria, la guerra dei partigiani. - E voi dite che si è condotto bene questo giovane? raccontatemi de Tréville; voi sapete che io amo i racconti di guerre e di combattimenti. E il re Luigi XIII, rialzò con orgoglio i suoi baffi appoggiandosi sull'anca. - Sire, riprese de Tréville, come ve l'ho detto, il sig. d'Artagnan è quasi un ragazzo; e siccome egli non ha l'onore di essere moschettiere, era in abito di borghese: le guardie del ministro, riconoscendo la sua giovinezza, e di più che non apparteneva al corpo, lo invitarono a ritirarsi prima di dare l'attacco. - Allora, voi vedete bene, de Tréville, interruppe il re, che sono stati essi che hanno attaccato. - È giusto, sire; così non vi è più alcun dubbio; essi a lui intimarono di ritirarsi, ma egli era moschettiere di cuore, e tutto per Vostra Maestà: così dunque egli rimase coi sig. moschettieri. - Bravo il giovane! mormorò il re. - Infatti, egli dimorò con essi, e Vostra Maestà ha in lui un così forte campione, che fu egli stesso che dette a Jussac quel terribile colpo di spada che mette tanto in collera il ministro. - Fu lui che ferì Jussac? gridò il re; lui, un fanciullo! questo, de Tréville, è impossibile. - Eppure è così, come ho l'onore di dire a Vostra Maestà. - Jussac! una delle migliori lame del regno! - Ebbene! sire, egli ha ritrovato il suo maestro. - Io voglio vedere questo giovane, de Treville, io voglio vederlo, e se se ne può far qualche cosa, ebbene! noi ce ne occuperemo. - Quando sarà che Vostra Maestà si degnerà di riceverlo? - Domani a mezzogiorno, de Tréville. - Lo condurrò io solo? - No, conducetemeli tutti quattro assieme. Io voglio ringraziarli tutti in una volta. Gli uomini affezionati sono rari, de Tréville, e bisogna ricompensare la devozione. - A mezzogiorno, sire, noi saremo al Louvre. - Ma! per la piccola scala, de Tréville, per la piccola scala. È inutile che il ministro sappia... - Sì, sire. - Voi capite, de Tréville, un editto è sempre un editto; in fin dei conti il battersi è proibito. - Ma questo incontro, sire, sorte del tutto dallo condizioni ordinarie del duello; è una rissa, e la prova si è che essi erano cinque guardie del ministro contro i miei tre moschettieri ed il sig. d'Artagnan. - È giusto, disse il re, ma non importa, de Tréville. Venite pure per la piccola scala. De Tréville sorrise. Ma siccome era già molto l'avere ottenuto che questo fanciullo si rivoltasse contro il suo maestro, egli salutò rispettosamente il re, e con pieno contento prese congedo da lui. Fin dalla stessa sera, i tre moschettieri furono avvisati dell'onore che loro accordava il re. Siccome essi conoscevano da lungo tempo il re, non ne furono molto riscaldati, ma d'Artagnan, colla sua immaginazione guascona, vi vide venir la sua fortuna, e passò la notte facendo sogni d'oro. Così dall'ott'ore del mattino egli era presso Athos. D'Artagnan ritrovò il moschettiere già vestito e pronto a sortire. Siccome non avevano l'appuntamento dal re che a mezzogiorno, egli aveva fatto il progetto con Porthos e Aramis di andare a fare una partita alla palla in un recinto situato vicino alle scuderie del Luxembourg. Athos invitò d'Artagnan a seguirli, e malgrado la sua ignoranza in questo giuoco a cui non aveva mai giuocato, questi accettò, non sapendo che fare del tempo dalle nove ore del mattino, che appena erano, fino al mezzogiorno. I due moschettieri erano già arrivati e giuocavano assieme. Athos, che era molto forte in tutti gli esercizi del corpo passò con d'Artagnan dalla parte opposta, e li sfidò. Ma al primo movimento che provò, quantunque giuocasse con la mano sinistra, capì che la sua ferita era ancora troppo recente per permettergli un simile esercizio. D'Artagnan rimase dunque solo, e siccome dichiarò ch'egli era inesperto per sostenere una partita in regola, si continuò soltanto a inviarsi delle palle senza tener conto del giuoco! Ma una di queste palle lanciate dal pugno ercolino di Porthos, passò così da vicino al viso di d'Artagnan, che egli pensò che se invece di passargli da un lato, lo avesse colto in faccia, la sua udienza era perduta, attesochè sarebbe stato probabilmente nell'assoluta impossibilità di presentarsi al re. Ora, siccome da questa udienza, nella sua immaginazione guascona, dipendeva tutto il suo avvenire, egli salutò gentilmente Porthos e Aramis, dichiarando, che egli non riprenderebbe la partita, che allora quando fosse in istato di tener loro testa, e ritornò a prender posto nella galleria vicino alla corda. Disgraziatamente per d'Artagnan, fra gli spettatori si ritrovava una guardia del ministro, il quale tutto riscaldato ancora dalla sconfitta dei suoi compagni accaduta il giorno innanzi soltanto, si era promesso di afferrare la prima occasione per vendicarla; egli credè dunque che questa occasione fosse venuta, e indirizzandosi al suo vicino: - Non è da maravigliarsi, disse egli, che questo giovinetto abbia paura di una palla, egli senza dubbio è un alunno dei moschettieri. D'Artagnan si voltò come se fosse stato morso da un serpente, e guardò fissamente la guardia che aveva detto una così insolente proposizione. - Per bacco! riprese questi arricciandosi insolentemente i baffi, guardatemi quanto volete, mio piccolo signore; io ho detto ciò che ho detto. - E siccome quello che voi avete detto è troppo chiaro perchè le vostre parole abbiano bisogno di una spiegazione, rispose d'Artagnan a bassa voce, io vi pregherei a seguirmi. - E quando? domandò la guardia con la stessa insolenza. - Subito, se vi fa piacere. - E sapete voi chi sono io? - Io? Lo ignoro completamente, e non me ne inquieto punto. - Voi avete torto, perchè se sapeste il mio nome, non avreste forse tanta fretta. - Come vi chiamate voi? - Bernajoux, per servirvi. - Ebbene! sig. Bernajoux, disse tranquillamente d'Artagnan, io vado ad aspettarvi sulla porta. - Andate, signore, io vi seguo. - Non abbiate troppa fretta, signore, che non si accorgano che noi sortiamo assieme, voi capirete che, per quello che andiamo a fare, molta gente c'incomoderebbe. - Sta bene, rispose la guardia maravigliata che il suo nome non avesse prodotto verun effetto sul giovinetto. Infatti, il nome di Bernajoux era conosciuto da tutto il mondo, eccettuato il solo d'Artagnan, forse perchè era uno di quelli che figuravano il più spesso nelle risse giornaliere, che tutti gli editti del re e del ministro non avevano potuto reprimere. Porthos e Aramis erano tanto occupati della loro partita, e Athos li guardava con tanta attenzione che essi non videro neppure sortire il loro giovane compagno, il quale, come aveva detto alla guardia del ministro, si fermò sulla porta: un istante dopo questi discese anch'egli. Siccome d'Artagnan non aveva tempo da perdere per cagione dell'udienza del re, che era fissata per il mezzoggiorno, girò gli occhi intorno a sè, vedendo che la strada era deserta: - In fede mia, signore, disse egli al suo avversario, è una fortuna per voi, quantunque voi vi chiamate Bernajoux, di non avere a fare che con un alunno dei moschettieri, però siate tranquillo, io farò il meglio che potrò. In guardia! - Ma, disse colui che d'Artagnan provocava in tal modo, mi sembra che il luogo sia mal scelto, e che noi staremmo assai meglio dietro l'Abbazia S. Germano nel Prato dei Chierici. - Ciò che voi dite è pieno di buon senso, rispose d'Artagnan; disgraziatamente io ho poco tempo da perdere, avendo un appuntamento per il mezzogiorno preciso. In guardia adunque, signore, in guardia! Bernajoux non era uomo da farsi ripetere due volte un simile complimento. Nel medesimo istante la sua spada brillò nella sua mano, e piombò con un fendente sul suo avversario che, mercè la sua gran giovinezza, egli sperava intimidire. Ma d'Artagnan avea fatto il suo noviziato nel giorno innanzi, e ancora tutto fresco della sua vittoria, e gonfio del suo futuro favore, era risoluto di non dare addietro di un passo: per tal modo i due ferri si ritrovarono impegnati sino alla guardia, e siccome d'Artagnan si teneva fermo al suo posto, fu il suo avversario che fece un passo di ritirata. Ma d'Artagnan approfittò del momento, e in questo movimento, in cui il ferro di Bernajoux deviava dalla linea, egli disimpegnò il suo, andò a fondo, e toccò l'avversario in una spalla. Subito d'Artagnan a sua volta fece un passò in addietro e rialzò la sua spada; ma Bernajoux gli gridò che non era niente, e andando a fondo ciecamente su lui, s'infilzò da se stesso. Però, siccome non cadeva, siccome non si dichiarava vinto, ma rompeva soltanto dalla parte del palazzo del signor della Trémouille, al servizio del quale egli aveva un parente, d'Artagnan ignorando egli stesso la gravità dell'ultima ferita che il suo avversario aveva ricevuta, lo stringeva vivamente dappresso, e senza dubbio lo avrebbe finito con una terza ferita, allorchè il rumore che si innalzava dalla strada essendosi esteso fino al giuoco della palla, due degli amici della guardia che lo avevano inteso cambiare qualche parola con d'Artagnan, e che lo avevano veduto sortire in seguito di queste parole, si precipitarono con la spada alla mano fuori del recinto del giuoco e piombarono sul vincitore. Ma tosto Athos, Porthos e Aramis comparvero alla lor volta, e al momento in cui le due guardie attaccarono il giovane camerata li costrinsero a voltarsi. In questo momento, Bernajoux cadde, e siccome le guardie erano due soltanto contro quattro, essi si misero a gridare: «a noi, palazzo della Trémouille»; a queste grida tutti quelli ch'erano nel palazzo sortirono precipitandosi sui quattro compagni, che dalla loro parte si posero a gridare: «a noi moschettieri!» Questo grido era ordinariamente inteso, perchè si sapeva che i moschettieri erano nemici del ministro, ed erano amati per l'odio che portavano al ministro. Così le guardie delle altre compagnie che non appartenevano al Duca Rosso, come lo aveva chiamato Aramis, prendevano generalmente parte in questa specie di contese per i moschettieri del re. Di tre guardie della compagnia del signor des Essarts che passavano, due vennero in aiuto dei quattro compagni, nel mentre che l'altro corse al palazzo del sig. de Tréville gridando: «a noi moschettieri! a noi!» Come d'ordinario, il palazzo del signor de Tréville era pieno di soldati di quest'arma, che accorsero in soccorso dei loro camerati. La mischia divenne generale, ma la forza era pei moschettieri. Le guardie del ministro e le genti del sig. della Trémouille, si ritirarono nel palazzo, di cui chiusero le porte in tempo appena per impedire che i loro nemici non vi facessero un'irruzione insieme con loro. In quanto al ferito, fin dal principio era stato trasportato, e come si disse, in condizioni molto cattive. L'agitazione era al suo colmo fra i moschettieri ed i loro alleati, e già si dibatteva se, per punire l'insolenza, che avevano avuta i domestici dei signor della Trémouille, di fare una sortita sui moschettieri dei re, si dovesse mettere il fuoco al suo palazzo. La proposizione sarebbe stata accettata, messa in esecuzione con entusiasmo se fortunatamente non battevano le undici ore: d'Artagnan ed i suoi compagni si ricordarono della loro udienza, e siccome loro avrebbe rincresciuto che si fosse fatto un sì bel colpo senza di loro, essi giunsero a calmare le teste; si contentarono adunque di gettare qualche sasso contro le porte, ma le porte resistettero, ed allora si stancarono. D'altronde, quelli che dovevano essere risguardati come i capi dell'intrapresa avevano da qualche istante lasciato il gruppo, e s'incamminavano verso il palazzo del sig. de Tréville, che li aspettava, ed era già al corrente di questa nuova bravata.
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