- Presto, al Louvre, diss'egli, al Louvre senza perdere un momento, e procuriamo di vedere il re prima che egli sia prevenuto dal ministro; noi gli racconteremo la cosa come una conseguenza dell'affare di jeri, e le due passeranno insieme.
Il signor de Tréville, accompagnato dai quattro giovani si incamminò verso il Louvre, ma, a gran sorpresa del capitano dei moschettieri, gli fu annunziato che il re era andato alla caccia del cervo nella foresta di S. Germano. Il signor de Tréville si fece ripetere due volte questa notizia, ed a ciascheduna volta i suoi compagni videro il suo volto imbruttirsi.
- È forse da jeri, domandò egli, che Sua Maestà aveva il progetto di fare questa caccia?
- No, Eccellenza, rispose il cameriere, è stato il gran cacciatore che questa mattina è venuto ad annunziare, che in questa notte si era relegato un cervo a sua disposizione. Sulle prime ha risposto che non vi sarebbe andato, quindi non ha potuto resistere al piacere che gli prometteva questa caccia, e dopo pranzo è partito.
- E il re ha egli veduto il ministro? domandò il sig. de Tréville.
- Sì, secondo tutte le probabilità, rispose il cameriere, perchè questa mattina ho veduto i cavalli alla carrozza del ministro, ho domandato dove andava, e mi fu risposto: a S. Germano.
- Noi siamo stati prevenuti, disse il sig. de Tréville. Signori, io vedrò il re questa sera, ma in quanto a voi non vi consiglio di azzardarvici.
L'avviso era troppo ragionevole, e soprattutto veniva da un uomo che conosceva troppo bene il re, perchè i quattro giovani tentassero di contraddire il signor de Tréville. Gli invitò dunque a rientrare ciascuno alle loro stanze e di aspettare le sue notizie.
Rientrando nel suo palazzo, il sig. de Tréville pensò che bisognava prender data portando querela pel primo. Egli inviò uno dei suoi domestici al signor della Trémouille con una lettera nella quale egli lo pregava di metter fuori di casa sua le guardie del ministro, e di rimproverare le sue genti dell'audacia che avevano avuta di fare una sortita contro i moschettieri. Ma il signor della Trémouille, di già prevenuto dal suo scudiero, di cui come si sa, Bernajoux era il parente, gli fece rispondere che non spettava nè al signor de Tréville, nè ai moschettieri il lamentarsi, ma al contrario a lui, al quale i moschettieri avevano battuti e feriti i domestici, ed avevano voluto bruciare il palazzo. Ora siccome la dissensione fra questi due signori avrebbe potuto durare lungo tempo, dovendo naturalmente sostenere ciascuno la sua opinione, il signor de Tréville pensò ad un espediente che aveva per iscopo di finire tutto: ed era di andare egli stesso dal sig. della Trémouille.
Egli si portò adunque subito al di lui palazzo, e si fece annunziare.
I due signori si salutarono gentilmente, perchè se non v'era amicizia fra di loro, vi era almeno stima. Entrambi erano uomini di coraggio e di onore, e siccome il signor della Trémouille, protestante, vedeva raramente il re, non era di alcun partito, egli in generale non apportava alcuna prevenzione nelle sue relazioni sociali. Questa volta, ciò non ostante, il suo ricevimento, quantunque gentile; fu più freddo dell'ordinario.
- Signore, disse de Tréville, noi crediamo di avere a lamentarci l'uno dell'altro, e sono venuto io stesso perchè assieme rischiariamo questo affare.
- Volentieri, rispose della Trémouille; ma vi prevengo che io sono bene informato, e che tutto il torto sta dalla parte dei vostri moschettieri.
- Voi siete un uomo troppo giusto e troppo ragionevole, signore, disse de Tréville, per non accettare la proposizione che vengo a farvi.
- Dite, signore, io ascolto.
- Come sta il signor Bernajoux, il parente del vostro scudiero?
- Male, signore, molto male. Oltre il colpo di spada che egli ha ricevuto nel braccio, e che non è altrimenti pericoloso, egli ne ha ancora raccolto uno che gli traversa il polmone, di modo che il medico ha ben poche speranze.
- Ma il ferito ha conservato l'uso delle sue facoltà?
- Perfettamente.
- Parla egli?
- Con difficoltà, ma parla.
- Ebbene! signore, portiamoci da lui, scongiuriamolo nel nome di quel Dio davanti al quale egli andrà forse a comparire, di dire la verità, io lo prendo per giudice nella sua propria causa, signore, e ciò che dirà io lo crederò.
Il signor della Trémouille riflettè un istante, quindi, siccome era difficile il poter fare una proposizione più ragionevole, egli accettò.
Entrambi discesero nella camera ove era il ferito. Questi vedendo entrare i due nobili signori che venivano a fargli visita, tentò di sollevarsi sul suo letto, ma egli era troppo debole e spossato dallo sforzo che aveva fatto, ricadde quasi senza conoscenza.
Il signor della Trémouille si avvicinò a lui, e gli fece aspirare dei sali che lo richiamarono alla vita. Allora il signor de Tréville, non volendo che si potesse accusare di avere influito sul malato, invitò il signor della Trémouille a interrogarlo egli stesso.
Ciò che aveva preveduto il de Tréville, accadde. Posto fra la vita e la morte, come lo era Bernajoux, non ebbe neppure l'idea di tacere un momento la verità, e raccontò ai due signori esattamente le cose tali quali erano accadute.
Era tutto ciò che voleva il sig. de Tréville; egli augurò a Bernajoux una pronta convalescenza: prese congedo dal signore della Trémouille, rientrò al suo palazzo; e fece tosto avvertire i quattro amici ch'egli gli aspettava a pranzo.
Il signor de Tréville riceveva sempre una buonissima compagnia, s'intende tutta anti-ministeriale. Si capirà dunque che la conversazione si aggirò tutta, durante il pranzo, sulle due sconfitte che avevano provate le guardie del ministro. Ora, siccome d'Artagnan era stato l'eroe di queste due giornate, fu sopra di lui che caddero tutte le congratulazioni, che Athos, Porthos e Aramis gli abbandonarono, non solo da buoni camerati, ma da uomini che avevano avuto abbastanza elogi alla loro volta per lasciargli libera la sua.
Verso le sei ore, il signor de Tréville annunciò che egli era obbligato di andare al Louvre; ma siccome l'ora dell'udienza accordata da Sua Maestà era passata, in luogo di reclamare l'entrata dalla piccola scala, egli si pose coi quattro giovani nell'anticamera. Il re non era ancora ritornato dalla caccia. I nostri giovani aspettavano da una mezz'ora appena, immischiati alla folla dei cortigiani, allorchè tutte le porte si aprirono, e fu annunziato il re.
A questo annunzio d'Artagnan si sentì fremere fino alla midolla delle ossa. L'istante che doveva seguire, secondo tutte le probabilità, doveva decidere del resto della sua vita. Così i suoi occhi si fissarono con angoscia sulla porta per la quale doveva entrare Sua Maestà.
Luigi XIII comparve, camminando pel primo; era in abito da caccia ancora tutto polveroso, portava due grandi stivali, ed aveva il frustino in mano. Al primo colpo d'occhio d'Artagnan giudicò che lo spirito del re era in tempesta.
Per quanto fosse visibile questa disposizione in cui trovavasi Sua Maestà, essa però non impedì ai cortigiani di porsi in linea sul suo passaggio, nelle anticamere reali. Meglio vale ancora essere veduto con occhio sdegnato di quello che non essere veduto dei tutto. I tre moschettieri non esitarono dunque un momento, e fecero un passo in avanti, nel mentre che d'Artagnan al contrario restò nascosto dietro di loro; ma quantunque il re conoscesse personalmente Athos, Porthos, e Aramis, egli passò davanti a loro senza parlargli, e come se non gli avesse mai veduti. In quanto al sig. de Tréville, allorchè gli occhi del re si fermarono un istante su di lui, egli sostenne questo sguardo con tanta fermezza, che fu il re che dovè pel primo divergere la vista; dopo ciò, Sua Maestà, brontolando, rientrò nel suo appartamento.
- Gli affari vanno male, disse Athos sorridendo, e noi questa volta non saremo fatti cavalieri.
- Aspettate dieci minuti, disse il signor de Tréville, e se in capo a dieci minuti voi non mi vedrete sortire, ritornate al mio palazzo, perchè sarà inutile che voi aspettiate più lungamente.
I quattro giovani attesero dieci minuti, un quarto d'ora, venti minuti, e vedendo che il signor de Tréville non ricompariva, essi sortirono molto inquieti per quello che poteva accadere.
Il signor de Tréville entrato coraggiosamente nel gabinetto del re aveva ritrovato Sua Maestà di cattivissimo umore, seduto sopra un sofà, battendosi gli stivali col manico del frustino, cosa che non gli aveva impedito di domandargli con tutta la più gran flemma del mondo le notizie della sua salute.
- Cattive, signore, cattive, rispose il re; io mi annoio.
Era infatti la peggiore malattia di Luigi XIII, e sovente prendeva uno dei suoi cortigiani, lo attirava ad una finestra, e gli diceva: il signor tale, annojamoci insieme.
- Come! Vostra Maestà si annoja! disse il signor de Tréville. Non si è preso oggi il divertimento della caccia?
- Bel divertimento, signore! tutto degenera, sull'anima mia, e io non so se sia il selvaggiume che non ha più aria, o i cani che non hanno più naso. Noi lanciammo un cervo di dieci anni, noi lo inseguimmo per sei ore, e quando fu vicino a tenere, quando San Simone metteva già il corno alla bocca per suonare la presa, crac! tutta la muta volta di banda, e si trasporta sopra un cerviatto di due anni. Voi vedrete che io sarò obbligato di renunciare alla caccia di corsa, come ho già renunciato alla caccia di volo. Ah! sono un re ben disgraziato, signor de Tréville: io non aveva più che un girifalco, ed è morto jeri l'altro.
- In fatti, sire, io comprendo la vostra disperazione, e la disgrazia è grande; ma mi sembra che vi resti ancora un buon numero di falconi, di sparvieri, e di moscardi.
- E non un uomo per istruirli; i falconieri se ne vanno, non vi son più che io che conosca l'arte della caccia. Dopo di me tutto sarà finito, e si anderà a caccia colle trappole, col vischio, coi lacci. Se io avessi ancora il tempo di fare degli allievi! ma sì, il ministro è là che non mi lascia un istante di riposo, che mi parla della Spagna, che mi parla della Germania, che mi parla dell'Inghilterra! ah! a proposito del ministro, signor de Tréville, io sono malcontento di voi.
Il signor de Tréville aspettava il re a questa caduta. Egli conosceva il re da lungo tempo: egli aveva compreso che tutti i suoi lamenti non erano che una prelazione, una specie di eccitazione per incoraggiare se stesso, e che egli era finalmente giunto al punto dove voleva arrivare.
- E in che sono io tanto disgraziato per dispiacere a Vostra Maestà? domandò il signor de Tréville fingendo la più alta meraviglia.
- È così che voi disimpegnate la vostra carica, signore? continuò il re senza rispondere direttamente alla domanda del signor de Tréville: è forse per questo che io vi ho nominato capitano dei miei moschettieri, perchè essi assassinassero un uomo, commovessero un quartiere, e volessero bruciar Parigi senza che voi me ne diceste una parola? ma del resto, continuò il re, senza dubbio mi affretto troppo ad accusarvi, senza dubbio, i perturbatori sono in prigione, e voi ora venite ad annunziarmi che è stata fatta giustizia.
- Sire, rispose tranquillamente il signor de Tréville, io vengo a domandarvela.
- E contro chi? gridò il re.
- Contro i calunniatori! disse il signor de Tréville.
- Ah! eccone una nuova, riprese il re. Mi direte voi ora che quei tre dannati di moschettieri, Athos, Porthos, Aramis, e il vostro cadetto di Bearn, non si sono gettati come tanti furiosi sul povero Bernajoux, e non l'hanno maltrattato in modo tale che a quest'ora è più che probabile che sia per rendere l'anima a Dio? mi direte voi ora ch'essi non hanno fatto l'assedio al palazzo del duca della Trémouille, e ch'essi non volevano bruciarlo? cosa che non sarebbe stata una gran disgrazia in tempo di guerra, atteso che quello è un nido di ugonotti, ma che in tempo di pace è un tristissimo esempio. Dite, vorrete voi negarmi tutto ciò?
- E chi ha fatto a Vostra Maestà un così bel racconto? domandò tranquillamente il signor de Tréville.
- Chi mi ha fatto un così bel racconto, signore e chi volete voi che sia, se non è quello che veglia quando io dormo, che lavora quando io mi diverto, che guida tutto al di dentro e al di fuori del regno, in Francia, come in Europa?