Capitolo 1: Le Vestigia
Giulia
La pioggia tamburella contro le vetrate dell'open space con una violenza ritmica, ossessiva. Non è un semplice temporale milanese, è un interrogatorio. Ogni goccia è una domanda che non trova risposta, ogni vibrazione del vetro un'accusa silenziosa. Perché, perché, perché. Il ticchettio si sincronizza con il battito del mio cuore, un metronomo impazzito che scandisce il tempo della mia condanna.
Fisso lo schermo del computer, i numeri danzano come insetti impazziti sotto la luce al neon. Colonne di cifre che non significano nulla, che il mio cervello rifiuta di elaborare. La mia mente è altrove, intrappolata in un loop di ricordi che si mescolano al presente in un collage tossico. Il mio universo, ora, si riduce a questo cubicolo asfittico, a questa sedia ergonomica che scricchiola a ogni mio movimento come se volesse denunciare la mia presenza, e alla vista, dalla mia postazione periferica, della grande porta in rovere massiccio del suo ufficio. Una porta che è un monumento alla mia sconfitta, un portale verso un mondo dal quale sono stata esiliata.
Il suo ufficio. Lorenzo.
Il suono familiare dei tacchi alti sul parquet laminato mi fa sobbalzare, un riflesso condizionato che odio. È Sofia, l'assistente di direzione, una figura slanciata avvolta in un tailleur grigio antracite che le sta come una seconda pelle. I suoi occhi, di un azzurro troppo chiaro, mi scrutano con una curiosità che sconfina nel sadismo. Il suo sorriso è una lama sottile, affilata, che non promette nulla di buono.
«Rossi, il signor Conti la vuole. Immediatamente.»
La mia bocca diventa improvvisamente arida, la lingua incollata al palato. Non riesco a deglutire. Annuisco in silenzio, un gesto meccanico, mentre mi alzo con un movimento troppo brusco che fa oscillare la sedia. Sento gli sguardi obliqui dei colleghi trafiggermi la schiena, un misto di pietà mal celata e curiosità morbosa. Sono la nuova arrivata, l'ultima ruota del carro, quella che il CEO sembra aver preso di mira con una ferocia personale e inspiegabile. Si chiedono cosa abbia fatto per meritare un tale accanimento. Non lo sanno. Non possono saperlo. Nessuno può sapere che ogni suo insulto è una carezza al contrario, che ogni sua umiliazione è un tributo distorto a un amore che non è mai veramente morto.
Il tragitto verso la sua porta è un corridoio della vergogna, una via crucis che percorro ogni giorno. Ogni passo è uno sforzo di volontà. Le pareti di vetro dell'open space sembrano stringersi intorno a me, amplificando il suono dei miei passi incerti. Busso, due colpi discreti, il rumore delle mie nocche contro il legno che suona come una resa.
«Entri.»
La sua voce. Cinque anni non sono bastati a scalfirne il potere su di me. Attraversa il legno massiccio della porta e mi trafigge come una scarica elettrica, un mix detonante di velluto e ghiaccio. È la voce che mi sussurrava promesse d'amore nelle notti insonni della nostra giovinezza, la stessa che ora mi colpisce con la precisione di un cecchino. Entro, chiudendomi la porta alle spalle con un click che sa di definitivo.
Lorenzo Conti è in piedi davanti alla vetrata a tutta parete, una silhouette scura ritagliata contro la luce grigia e malinconica di Milano. La città si stende ai suoi piedi come un regno sottomesso, ma lui non la guarda. Non si volta subito. Mi lascia il tempo di soffocare la mia paura, di prendere atto del lusso glaciale della stanza, di notare ogni dettaglio che urla il suo successo e la mia disfatta. I mobili in ebano e acciaio, le opere d'arte moderna alle pareti, l'aria condizionata che sa di cuoio e potere. E poi, i miei occhi cadono su di essa, come ogni volta, come un rituale di automutilazione. La foto sulla scrivania. Una cornice d'argento minimalista che racchiude un'immagine di felicità perfetta. Un'esplosione di risa cristalline, capelli biondi che danzano nel vento, un abbraccio che sembra non finire mai. Chiara.
Il dolore è così vivo, così improvviso, che mi mozza il respiro. Un pugno nello stomaco. Devo fare appello a tutta la mia forza per non piegarmi in due, per non emettere un gemito. Ogni volta è così. Ogni volta è come vederla per la prima volta, quella foto, e capire che il mio posto è stato occupato, il mio amore è stato trasferito, la mia vita è stata rubata. Non da lei. Mai da lei. Ma da un destino crudele che ha reso il mio sacrificio un'arma contro di me.
Finalmente si volta. I suoi occhi, di un castano così profondo da sfiorare il nero, si posano su di me con la pesantezza di una condanna. Non c'è più traccia del giovane sognatore che amavo, quello che guardava le stelle e progettava il futuro con l'entusiasmo di un bambino. Al suo posto c'è quest'uomo cesellato dal successo e dal rancore, il cui sguardo ti soppesa, ti giudica e ti trova sempre colpevole. Un predatore in un abito da settemila euro.
«Rossi.»
Non mi chiama mai per nome. Mai Giulia. È sempre il mio cognome, gettato come una sfida, un insulto, un modo per disumanizzarmi, per ridurmi a una funzione, a un errore.
«Signor Conti.»
La mia voce è un filo, ma non trema. Almeno questo, glielo concedo: ho imparato a non tremare.
«Il rapporto trimestrale. Doveva essere sulla mia scrivania alle nove in punto. Sono le nove e sette minuti.»
Si avvicina di qualche passo, lentamente, con la grazia letale di un felino. Lo spazio della stanza sembra restringersi intorno a lui, o forse sono io che mi rimpicciolisco, che cerco di scomparire. L'aria si fa densa, irrespirabile.
«Io... l'ho caricato nel sistema di gestione condivisa ieri sera, signore. Come concordato.»
Lui prosegue, ignorando le mie parole come se non le avesse nemmeno sentite.
«Ho detto sulla mia scrivania, Rossi. Non perso nei meandri di un server. Voglio la carta. Voglio qualcosa di tangibile che possa toccare, sfogliare, correggere con la mia penna. Pensa forse che io abbia tempo da perdere a giocare a nascondino con le sue competenze digitali, già di per sé limitate?»