IL PAESE DEGLI ANIMALI-2

2608 Words
Quando fu di nuovo all’aperto, si accorse di avere ancora con sé il sacchetto del fornaio con le paste alle nocciole. Lo stringeva talmente forte che la mano gli si era indolenzita. Minuscoli puntini rossi imbrattavano la carta stropicciata. Il sangue del topolino maciullato, pensò Leo. Scagliò via il cartoccio. Non avrebbe mangiato quella roba nemmeno se fosse stato affamato. * * * Rientrò con l’intenzione di raccontare l’episodio a Paula – l’incontro con Evelina, non certo quello del fornaio – se non altro per cercare di riderci sopra e stemperare la tensione accu­mulata ma, con sua sorpresa, trovò la moglie ancora a letto. «Tesoro, stai bene?» «Mpfh…» E poi: «granft…» «Paula?» «Gramfor… rrlash…» Più basso questa volta, un ringhio di avvertimento. Con il cuore in gola, senza rendersene conto, Leo ar­retrò oltre la soglia della camera da letto, come se quel limite effimero potesse essergli di protezione. Protezione: che diavolo gli saltava in mente? Quella era sua moglie. Tuttavia, sentì la voce incrinarsi quando tornò a chiederle come stava. «Marfh… rhestaaaa», mugolò Paula e a lui parve proprio un animale malato. Uno di quelli pericolosi, però. Dopo qualche istante d’incertezza, scelse di credere che quel che aveva detto sua moglie fosse stato mal di testa. Paula ne sof­friva, ogni tanto. Tempo un paio di minuti e cominciò a pensar­lo veramente. Ciononostante, passò quasi un’ora prima che si decidesse a sfidare la penombra che affliggeva la stanza. Nel frattempo, si preparò un panino con del prosciutto pesca­to in fondo al frigorifero, mangiandolo da solo, in cucina, l’orecchio teso verso la camera. Nulla, nemmeno il rumore di Paula che si rigirava nel letto. Finito il pasto aspettò ancora un poco. Per precauzione, cercò di convincersi. Poi tornò a sbirciare nella camera. L’oscurità era intensa. Attese, perché gli occhi si abituasse­ro. Entrò. Restò in piedi accanto al letto, a disagio, mentre la sagoma avvolta nelle lenzuola continuava a rimanere immobile, senza emettere alcun rumore né respiro. Solo che più aspettava e più sentiva montargli l’angoscia. Così si diede dello sciocco e cercò di farsi coraggio. Allungò le dita e la sfiorò. Fu come toccare un pezzo di carne morta e fredda. Nonostante la sensazione di gelo, ritirò in fretta la mano, come se si fosse scottato. Paula non si mosse, ma lui seppe. Seppe che era sveglia, che aveva avvertito il suo tocco, ma aveva pre­ferito lasciarlo fare, sapendo che lui sapeva, e questo gli fece accapponare la pelle sulle braccia. Rizzare i capelli in testa. Uscì dalla camera, senza darle le spalle. Paula rimase immobile. Solo più tardi, dopo mezzogiorno, la sentì borbottare qualco­sa, agitarsi nel letto, alzarsi. Seduto sul divano del soggiorno, rigido, le dita affondate nei cuscini, Leo ascoltò lo strascicato ciabattare di sua moglie in corridoio. Quando emerse dalle ombre e gli rivolse la parola, quasi urlò, trattenendosi appena in tempo. «Tesoro, scusami, devo essermi addormentata. Un malore, forse», disse Paula, un sorriso incerto sul viso assonnato. «Facciamo due passi?» * * * Come aveva consigliato padre Gustav, visitarono il Canyon Bletterbach e Leo dovette convenire che il luogo era davvero pregno di una bellezza primordiale: un paesaggio in grado di suscitare silenzio e sgomento e, al tempo stesso, generare entusiasmo. Quando rientrarono, all’imbrunire, Paula si sentiva decisa­mente meglio e lui molto più sollevato. Fecero l’amore di nuovo, con lentezza, cullandosi nel fresco della sera. Al culmi­ne, senza che riuscisse a impedirselo, Leo ripensò a Evelina, ai suoi occhi scuri e ingordi, alle gambe ruvide, incolte. Da volpe. Più tardi, un altro nubifragio notturno si abbatté sulla monta­gna, lampeggiando attraverso le persiane, premendo contro il maso, come se reclamasse qualcosa al suo interno. Paula non si mosse, ma Leo rimase sveglio a lungo, tratte­nendo il respiro. Di guardia. * * * Quando si svegliò, al mattino, per poco non se la fece addos­so. Paula era china su di lui. Lo stava fissando come si contem­pla una mosca intenta a rovistare la carcassa di un randagio ab­bandonato a marcire lungo il ciglio dell’asfalto. Pareva più assonnata di lui e altrettanto confusa. Opaca, avrebbe detto; anche se da quella posizione gli era difficile giu­dicare. «Paula!» Lei batté le palpebre, sorpresa, e corrucciò la fronte. Una ricaduta, pensò. Deve essere stata male anche questa notte. Leo si tirò a sedere. Nella luce del mattino, il giorno precedente gli parve nient’altro che una sequela d’incubi distorti e sfilac­ciati. «Paula, tesoro, come stai?» Allungò una mano per carezzarla, rassicurarla. Sua moglie lo fissò con occhi distanti, ottuse biglie di vetro. «Grash… march… calasch…» ringhiò. * * * Quando scese in paese, più tardi, mentre Paula rimaneva a letto, di nuovo in preda al malessere, si accorse subito che l’elettricità della notte precedente era ancora intrisa nell’aria del giorno, in modo sgradevole. Lasciando il maso aveva scorto la signora Zove. La donna lo aveva osservato dalla finestra di casa, il muso informe schiacciato contro il vetro, le labbra che si dibat­tevano come lumache gemelle, disegnando con la saliva simbo­li arcani e incomprensibili lungo la superficie. L’aveva fissata, sconcertato, tirando dritto per la sua strada, superando il fornaio senza nemmeno rallentare. Scor­gendo il bar ancora chiuso, si era diretto verso l’unico minimar­ket del paese. Le poche provviste portate da casa erano finite il giorno prima. Con sollievo si era aggirato da solo tra le scaffalature del negozio, riempiendo in fretta il cestino di pla­stica con ciò che gli serviva. La cassiera, una donna anziana, gli aveva sorriso quando era entrato, e lui aveva trovato quel gesto quasi commovente alla luce di quanto accaduto fino ad allora. Quello che probabilmente era il marito in quel momento era impegnato al banco carni. Leo indugiò di fronte al ripiano delle confetture, Paula prefe­riva la fragola, ma per lui risultava sempre troppo dolciastra. Il rumore lo distrasse da quell’incertezza. L’uomo al banco carni aveva estratto una bistecca dal frigo­rifero e, con un pestello, aveva preso a batterla contro il taglie­re, sempre più forte, grondando per lo sforzo, come il fornaio. Mentre martellava in modo ossessivo, riducendo la bistecca a una poltiglia informe e sanguinolenta, la vecchia cassiera incrociò il suo sguardo, continuando a sorridergli, premurosa. Gentile. «Si rompono le acque», disse. «Sta per sgravare. È tempo.» Anche Leo sorrise, una smorfia amarissima. Uscì dal minimarket mentre l’uomo continuava imperterrito il suo inutile massacro, senza curarsi di pagare, il cestino stretto al petto. La vecchia non cercò di fermarlo. Continuò semplice­mente a sorridere. Offrendogli solerte tutti i suoi denti finti. Fuori il cielo si rannuvolò. Cominciò a cadere qualche goccia di pioggia, grossa, pesan­te, che annunciava l’ennesimo temporale. Da qualche parte, tuonò e poi lampeggiò. * * * Leo corse verso casa, l’intenzione di prendere Paula, caricar­la in macchina e fuggire da quel luogo il prima possibile. Un bambino si affacciò da una delle porte che davano sulla strada selciata che conduceva al maso. Lo salutò con la mano, un gesto infantile, privo di malizia. La faccia era lunga, da ca­vallo; gli occhi sciolti sulle guance, come uova in padella, a sfiorare gli angoli sollevati della bocca. Leo inorridì ma non smise di correre, nonostante la fitta dolorosa alla milza. Si fermò solo davanti alla stalla della Zove, a un centinaio di metri dal maso dove riposava Paula. C’erano dei maiali con il muso affondato in un trogolo, intenti a contendersi il pastone sul fondo. Le code ricciolute si dimenavano frenetiche verso Leo, tranne una, che non c’era. Glutei pallidi, umani e carnosi, oscillavano davanti ai suoi occhi sgranati. Suo malgrado si av­vicinò, sempre stringendo il cestino del minimarket, come se potesse fargli da scudo. In qualche modo i maiali parvero fiutare la sua presenza, perché li vide agitarsi, forse preoccupati che un altro incomo­do cercasse di accaparrarsi il loro cibo. Solo quello senza coda si girò a guardarlo. Il muso era lordo di frattaglie, bagnato di sudore e glabro, per nulla setoso. Fissò Leo con espressione miope, come se si sforzasse di riconoscere in lui una fisiono­mia familiare. Il barlume di comprensione si accese in entrambi nello stesso istante, bestia e uomo. Leo fece un passo indietro, disegnando con la bocca un’approssimativa O muta. La Zove invece non smise di masticare, lasciando dondolare la fila di pesanti mammelle sotto di sé, scalciando il verro che le stava a fianco con fastidio. Leo arretrò ancora, verso il maso. La Zove grugnì. A lui parve una risata, di scherno, forse. Riprese a piovere e la grossa scrofa emise un grido acuto, umano, cui si unirono i due verri che l’accompagnavano. Un lamento, pensò Leo. O un richiamo. * * * Entrò in casa fradicio di pioggia, lasciando cadere sul pavi­mento il cestino di plastica. «Paula!» chiamò. «Paula?» Con il temporale, la penombra aveva invaso il soggiorno. Leo accese la luce, non si fidava ad andare in camera da letto al buio e quasi lanciò un urlo a sua volta, come i maiali là fuori. Li sentiva ancora. Sua moglie era seduta sul divano, immobile, limitandosi a fissarlo di soppiatto, con una luce sbilenca negli occhi, la stessa espressione di un impasto di farina. Una stilla opaca e malevola pareva scavarle dentro, considerando il dilemma di cosa farsene di quella cosa che disturbava il suo riposo. Le sue oscure e meditabonde riflessioni. Leo la guardò. Con tristezza mischiata a paura si chiese dove fosse sua moglie davvero, in quel momento. Dove giacesse se­polta. Prigioniera di chi. «Paula…» chiamò sottovoce, tra le lacrime. I due acini d’uvetta passa nell’impasto di farina batterono le palpebre. «Leo?» La voce rauca parve giungere da molto lontano; un verso straziante, ma che gli diede comunque speranza. «Sono io, tesoro», disse, gettandosi ai suoi piedi, incurante di qualunque cosa cui si stesse esponendo con quel gesto di sottomissio­ne. «Dobbiamo andarcene, subito.» «Il funerale è domani», mormorò lei, dubbiosa, e Leo ringraziò Dio: non tutto in quella follia era perduto, qualcosa di sua moglie era ancora lì. «Non importa, andiamo.» «Dove?» «A casa. Torniamo a casa nostra. Subito. Ora.» Leo filò in camera, agguantò il trolley, controllò velocemen­te i cassetti senza nemmeno curarsi di raccogliere i pochi indu­menti gettati alla rinfusa nella stanza e prese le chiavi dell’auto. Poi tornò in soggiorno a recuperare Paula. La sagoma di sua moglie era ritagliata nella porta d’ingresso, davanti alla pioggia che cadeva dritta e feroce all’esterno. «Si sono rotte le acque», la sentì dire, nonostante il frastuono. Leo rabbrividì, ma non si fermò; la afferrò per una mano e la condusse fuori, sotto il temporale, verso la Skoda parcheggiata davanti al maso. Il nubifragio li schiacciava a terra. Qualcuno, qualcosa voleva sua moglie, la Sposa… un picco­lo sacrificio… ma lui non lo avrebbe permesso. Quando riuscì a spingerla nell’abitacolo, fece il giro dell’auto e si sedette al posto di guida. Erano entrambi zuppi e lui si sentiva spossato. Gettò un’occhiata verso la finestra della Zove, ma la pioggia fitta impediva di vedere qualunque cosa. Mise in moto e fece partire i parabrezza. Un tuono esplose poco distante, ma Leo non riuscì a scorgere nemmeno il lampo, solo una luce piatta che non penetrava l’acquazzone. Il motore tossì, gli pneumatici scivolarono sul terreno fangoso senza incontrare alcuna aderenza, a vuoto. Leo batté i pugni sul volante, incapa­ce di trattenersi. Riprovò, inutilmente. Tentò fino a che non in­golfò il motore; allora scese e vide che le gomme erano state squarciate. Estrasse il cellulare dalla tasca dei calzoni, riparandolo con il corpo ma, come si aspettava, non vi era campo, nemmeno una tacca. A quel punto si accasciò tra il fango e l’erba ruscellante, contro la portiera metallica, sotto il diluvio che lo martellava, sfinito. La folgore esplose di nuovo, poco lontano. Rise, tra le lacrime, la pioggia e i singhiozzi. Rise, finché il buio non se lo portò via. * * * Riaprì gli occhi in un letto straniero, impiegando qualche istante a capire che era di nuovo al maso. Doveva averlo riportato dentro Paula. La sentì respirare al suo fianco. Non dubitò nemmeno per un istante che fosse sveglia, in ascolto, anche se fingeva di dormire; mentre lui, accanto, non riusciva più a chiudere occhio. Ho ricevuto una chiamata, aveva detto Paula. Non aveva compreso, allora… Contò ogni singola goccia di pioggia che cadeva sul tetto, ogni respiro sommesso di quella Paula che non era Paula. Solo nel cuore della notte sua moglie si rizzò a sedere di scatto, e lui dovette mordersi le nocche per non gridare. «È nato!» esclamò lei, esalando un materno sospiro di sollievo. Lui pensò di capire a chi alludesse. A cosa. * * * Quando la mattina erano usciti per il funerale, sotto un bel sole estivo, Leo aveva contemplato la Skoda distrutta. Oltre alle gomme tagliate qualcuno aveva sfondato il cofano e il parabrezza dell’auto con una grossa pietra. Paula aveva sorriso, prendendolo per un braccio, tirandolo verso il camposanto. Durante il tragitto, mentre lui faceva finta di nulla, lei aveva preso a sbirciarlo di sottecchi, sostituendo l’espressione ottusa degli ultimi giorni con una luce che pareva pro­venire da finestre spalancate su campi incolti, lasciati alla rovina. Ogni tanto, come se non riuscisse a reprimerlo, le sfuggiva un mugolio in quella lingua aliena, il basso latrato della folgo­re. «Mpfarth… rgardh… trooch…» Lui allora le sorrideva. Gli costava parecchio: faceva un male cane a dirla tutta, ma sorrideva. La sfidava a mentirgli. A far finta che tutto fosse normale, giocando il suo stesso gioco. Così, forse, la cosa che ora indossava sua moglie non si sareb­be accorta del coltello che aveva nascosto dietro la schiena, tra cintura e calzoni. Ma doveva stare attento: era certo che quelle creature avessero un istinto tutto loro per cose del genere. Come animali. Varcando la soglia del cimitero, cintato da un alto muro in sasso, incrociarono altri diretti alla funzione. Certi sudavano copiosamente, visi dai lineamenti vaghi dietro sguardi implaca­bili; altri mostravano sembianze bestiali, come se la pioggia, o le folgori avessero compiuto fino in fondo la tra­sformazione. In quei casi, però, la carne appariva molle, spu­gnosa e diafana, offrendo all’occhio una vista scabrosa sugli organi interni. In alcuni punti, escrescenze simili a tentacoli de­turpavano il risultato finale, come se l’artista non ricordasse esattamente com’era fatto un mulo, una faina, un verro o un montone, e l’indecisione avesse prodotto l’errore. Padre Gustav sostava accanto alla fossa dove il cadavere di Norma, la zia di Paula, avrebbe dovuto essere sepolto. Evelina, accanto a lui, glabro muso di volpe, ammiccò all’indirizzo di Leo, poi emise una risatina impertinente. Alle esequie doveva essere presente l’intero paese. D’altronde, ricordò Leo, Norma era stata un fulcro della co­munità. Quasi scoppiò a ridere a quel pensiero, ma si trattenne. Se lo avesse fatto, era certo che diversi tra i presenti, se non tutti, gli sareb­bero balzati addosso come cani rabbiosi. Lui invece avrebbe lottato per Paula, per la Sposa, come aveva detto padre Gustav di fronte al Giudizio; non avrebbe lasciato che sacrificassero sua moglie a qualunque divinità blasfema adorassero su quella montagna. Con decisione, strinse il manico del coltello. «È nato», annunciò padre Gustav. «Di nuovo.» Come Paula, manteneva la sua fisionomia umana e forse per questo appariva ancora più raccapricciante: un mostro umano tra animali mostruosi. Dalla fossa ai suoi piedi emersero due uomini: creature nude e verminose, cieche, imbrattate di fangoso terreno di sepoltura. Sgusciarono tra le gambe di Evelina, strappando una risata la­sciva alla ragazza, sollevandosi poi a fatica davanti alla bara di zia Norma, esposta sopra un catafalco di ferro. Leo e Paula vennero afferrati e spinti in avanti, mentre la coppia cieca spalancava il coperchio della cassa. Una salamandra albina, deforme, di dimensioni umane, ne sgusciò fuori. «Dall’ignoranza alla sapienza; dalla luce all’oscurità», decla­mò padre Gustav a favore della piccola comunità. «Un piccolo sacrificio per la conoscenza…» «Non farete del male a Paula», strillò Leo, estraendo il coltel­lo, gettandosi in avanti ma scivolando sul fondo sdrucciolevole. Ferendosi nel tentativo di divincolarsi, prima che Evelina lo mordesse, facendogli cadere l’arma. Padre Gustav lo fissò con aria di rimprovero. «Paula non corre alcun pericolo. È a casa, tra la sua fami­glia», disse, come rivolgendosi a un idiota. Mentre Leo veniva tenuto fermo e denudato, Evelina raccol­se dalla bara il vestito bianco di zia Norma, drappeggiandolo a forza lungo il suo corpo, in un’oscena parodia femminile. Lo condussero al bordo della fossa, una voragine profonda di cui non si scorgeva il fondo. «La Sposa è un’allegoria», spiegò padre Gustav, paziente. «È il sacrificio che conta. Dopo tanta ignoranza, oggi conoscerà la verità. Questo è un giorno benedetto.» Leo si voltò verso Paula, atterrito. Sua moglie sorrideva, or­gogliosa. Un lampo annunciò il tuono, cadde la prima pioggia ed era rossa. Dalle profondità della fossa, il dio sognante della montagna spalancò un occhio e si precipitò a reclamare l’offerta, risalendo l’abisso. Mentre scaraventavano Leo nella voragine, il coro delle bestie si levò. Il dio rispose al richiamo. Affamato. Insieme, coprirono quasi l’urlo della Sposa. Quasi. Poi fu solo martirio.
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