IL MATTO-1

2001 Words
IL MATTO(Pubblicato su Dark Magazine in inglese – Inedito in Italia) A me il matto piaceva, faceva ridere. Certo, a volte metteva i brividi con quelle storie bislacche che raccontava, però per la maggior parte del tempo era a posto. Ci faceva scompisciare, a me e Rudy. «E dove sarebbero questi mostri, vecchio?» lo stuzzicava il mio amico. L’estate era all’inizio, le cicale riempivano l’aria con il loro assordante frinire; noi avevamo caldo e nient’altro di meglio da fare. Il vecchio ci fissava con quei suoi occhi sperduti, liquidi, la sclera giallastra che minacciava di sommergere l’iride a ogni marea di confusa angoscia. Alzava lo sguardo, dietro le nostre spalle, oltre il campanile che svettava sulla piazza del paese, verso il fianco boscoso della montagna. Puntava il dito in direzione delle pendici del Corno Nero, dove la macchia era più folta. «I mostri vanno là», diceva. Rudy ridacchiava, e anch’io. «E come sono questi mostri, matto?» Il vecchio scuoteva la testa, nell’altra mano una bottiglia di birra vuota che tremava al ritmo degli spasmi d’astinenza. «Dai, racconta, come sono? Fanno paura?» Al matto saliva un filo di lacrime agli occhi, il viso lucido di sudore dietro la barba incolta, trasandata. Ascoltavo e tacevo, dispiaciuto per lui, ma affascinato da quello strano spettacolo. Prima scuoteva la testa a destra e sinistra per dire no, che non voleva parlare; poi avanti e indietro: sì, i mostri gli facevano paura. Un sacco, a quanto pareva. Poi ricominciava da capo e piangeva. «Dai, basta», dissi a Rudy. «Lasciamolo stare.» Il mio amico balzò giù dal muretto sul quale eravamo appollaiati, si avvicinò al matto nonostante la puzza che emanava e guardò a sua volta in direzione della montagna. Come se potesse sperare davvero di avvistarli, i mostri nel bosco. «Tanti denti», disse l’uomo, facendoci sobbalzare. Piagnucolava come un bambino e la sua voce spaventata, disperata, metteva davvero i brividi, adesso. «Denti, denti, denti…» Rudy fece un passo di lato, allontanandosi, come se la follia dell’altro potesse contagiarlo. «Gli occhi sono cicatrici, le dita sono spine», continuò il vecchio ubriacone. Adesso che aveva iniziato a parlare, pareva non potesse più fermarsi; che dovesse vomitare fuori l’orrore che lo divorava o ne sarebbe stato dilaniato da dentro. «Ridono e sbranano e mangiano. Guardarli fa male… vederli fa male…» Scuoteva la testa in ogni direzione, come una mosca prigioniera sotto un bicchiere di vetro. Una chiazza scura si allargò tra le sue gambe, inumidendo i pantaloni sgualciti, macchiati in più punti. Rudy arricciò il naso, disgustato da quell’odore acre e pungente. Mentre mi alzavo in piedi, sul bordo del muretto, dalla casa di fronte uscì di corsa il signor Vanti, trafelato. Lui e la sua famiglia avevano preso in affitto il maso della Plove per l’intera stagione. Ci gettò un’occhiata sbilenca e, notando la chiazza scura tra le gambe del matto, corrucciò la fronte, perplesso e schifato. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi rinunciò. Sembrava turbato. Ansimando, raggiunse la sua auto parcheggiata di fronte all’abitazione, mise in moto e corse via, sbandando un po’ lungo la carreggiata prima di riprendere il controllo del mezzo. Scossi la testa anch’io, come aveva fatto il matto poco prima. A dar retta alle chiacchiere del paese, pareva che Vanti avesse in mente di scrivere un libro, un romanzo; orrore o fantascienza – su questo i pareri erano discordi – e che gli servissero pace e tranquillità per concentrarsi. Non sembrava un tizio da storie drammatiche, ma non mi lasciavo ingannare dalle apparenze, nonostante gli occhietti cisposi dietro le lenti spesse e la stempiatura disordinata lo facessero apparire piuttosto scialbo. La moglie invece era carina: anche su di lei circolavano chiacchiere tra la gente, ma di ben altro genere. Il figlio avrebbe avuto l’età per giocare con Rudy e me, ma sembrava avere lo stesso carattere introverso e ritroso del padre. Lo avevamo incontrato in un paio di occasioni, ma non avevamo mai avuto modo di legare da quando era arrivato in paese, un paio di settimane prima. Non che la cosa ci turbasse il sonno, a me e a Rudy. I forestieri non ci facevano impazzire, anzi. Sempre a guardarci dall’alto in basso, con sufficienza. Come se il fatto di appartenere alla montagna ci facesse apparire degli zotici, ai loro occhi di gente di città. Dei nostri, però, ci prendevamo cura. «Basta, matto», dissi, mostrandogli i palmi delle mani, in segno di pace. «Ti porto qualcosa da bere, ma calmati, adesso.» Rudy annuì, e io mi voltai, scomparendo nel negozio di mia madre, l’unico alimentari del paese ancora aperto dopo che la crisi economica aveva raggiunto anche la nostra vallata. C’erano solo un paio di persone all’interno, e la mamma era impegnata a servirle. Senza farmi vedere, sgattaiolai nella corsia degli alcolici e arraffai un cartone di vino da due soldi. Rispetto all’arsura dell’esterno, il fresco polveroso nella piccola bottega trasmetteva una sensazione piacevole. Riportava alla memoria nostalgici frammenti di giovinezza trascorsa a giocare tra le scaffalature del negozio con soldatini e dinosauri di plastica. Sospirai e tornai da Rudy. Il matto teneva gli occhi bassi adesso, contemplando vergognoso la macchia scura e fastidiosa tra le gambe. «Tieni, vecchio. Questa è per te, ma non dire a mia madre che sono stato io a dartela, o passerò un brutto quarto d’ora e tu non ne vedrai altre.» L’uomo alzò gli occhi gialli; il labbro gli tremò, proprio come a un bambino. Allungò la mano dalle dita magre, afferrando il cartone, asciugandosi gli occhi con il polso dell’altra. «Dai qua», intervenne Rudy, togliendogli la bottiglia di birra vuota prima che la lasciasse cadere a terra. Il matto si allontanò nella stessa direzione percorsa da Vanti, inghiottito dal profilo scuro del Corno Nero che anticipava le Dolomiti. Si stava già scolando il vino, avido, nonostante l’afa e la calura. Forse ansioso di perdersi del tutto, alla deriva nella consolazione della prossima sbronza. Le storie che raccontava ci divertivano, ma ci turbavano, anche. Per lui doveva essere molto peggio. Un incubo sepolto appena sotto la pelle, di cui non riusciva a liberarsi. A suo modo, anche quello un mostro, intento a rosicchiare il matto giorno dopo giorno, fino a consumarlo. Rudy e io lo guardammo barcollare lungo il marciapiede, rischiando di incespicare e cadere un paio di volte. Il frinire delle cicale era sempre più assordante. * * * Il signor Vanti scomparve pochi giorni più tardi. Furono organizzate squadre di ricerca da parte della Protezione Civile e dal Soccorso Alpino; gruppi di volontari del paese batterono le pendici della montagna, dove secondo la moglie era solito cercare ispirazione per il suo libro, ma né lui né il corpo furono mai ritrovati. La congettura che riscuoteva più consensi era che si fosse avventurato lungo qualche sentiero sconosciuto e, privo d’esperienza com’era, si fosse perso fino a rimanere vittima della disidratazione, scivolando in qualche dirupo inaccessibile. Oppure che fosse scomparso in uno dei crepacci che si aprivano più in alto, a tradimento, lungo i fianchi scoscesi della montagna. La moglie sembrava non darsi pace. Tutti pensavano che in seguito all’interruzione delle ricerche se ne sarebbe tornata in città, con il figlio, invece era rimasta. Anche dopo la metà di luglio aveva continuato ad abitare il maso affittato alla Plove, aveva comprato attrezzatura specializzata da Ebner e, ogni giorno, raggiunto il punto dove era stata rinvenuta l’auto abbandonata, percorreva i sentieri attorno al Corno Nero in compagnia di Carlo Costner, la guida alpina del paese, chiamando per nome il marito scomparso. Olga Plove faceva compagnia al figlio durante la giornata, fino a quando, verso l’imbrunire, la madre e la guida rientravano, stremati. Ogni tanto Rudy e io vedevamo il ragazzino schiacciare il naso contro le finestre della casa, come un fantasma che la infestasse. La gente in paese scuoteva il capo di fronte a quella disperata, vana ostinazione. Ma nessuno diceva nulla. La donna, Sandra, pagava bene e, oltretutto, si mormorava che Carlo cominciasse a nutrire un debole per la giovane vedova. Quando interrogammo il matto su ciò che avrebbe potuto essere accaduto a Vanti, immaginavamo già cosa ci avrebbe raccontato. Tuttavia, per quanto possa essere orribile un incidente stradale, non puoi fare a meno di guardare mentre vi passi a fianco. Per quanto spaventosa sia una storia, non potrai fare a meno di ascoltarla. E provare un perverso piacere in entrambi i casi. Questa semplice verità dovrebbe suggerire una cosa o due sul mistero profondo della natura umana, no? «Se lo sono preso i mostri», disse. «Mangiato e sputato.» Quando non vagava alla deriva per il paese, in cerca di un goccio a buon mercato, il matto se ne stava rintanato nei pressi di quel che rimaneva dei capannoni avicoli della famiglia Krone. Anche se erano passati anni da quando i Krone avevano cessato l’attività e abbandonato il paese, all’interno delle strutture abbandonate la puzza di merda di gallina che impregnava ogni cosa ti faceva ancora lacrimare gli occhi. Però il posto aveva un suo fascino decadente e spesso i ragazzi del paese passavano da quelle parti quando volevano tenersi alla larga dagli adulti, fumarsi qualcosa o ubriacarsi di alcol e musica a tutto volume. Il vecchio cullava in grembo una bottiglia che odorava di cherosene, più che di vino; il suo aspetto non era migliorato dall’ultima volta che lo avevamo incontrato davanti al negozio di mia madre. Se possibile, pareva solo più logoro. «Cercava i mostri nel bosco, per il suo libro. E i mostri se lo sono preso», ripeté il matto. Non guardava né me né Rudy. Si limitava a ninnare la bottiglia come un neonato, ogni tanto versandosi un sorso di quel che conteneva giù per la gola. «I mostri», sottolineai. «Sulla montagna.» Il matto annuì, gli occhi si inumidirono di lacrime. Scosse la testa. «Glielo avevo detto di non andare. Che il bosco non è un posto buono, ma nessuno mi dà retta. Nessuno dà retta agli ubriaconi.» Tracannò un sorso ancora più generoso del precedente. Liquido rosso, così scuro da sembrare sangue sgorgato da una ferita, gli scivolò lungo gli angoli della bocca. Contro i denti marci e scuri faceva una certa impressione. «Dovresti smetterla di raccontare queste storie», disse Rudy. La voce suonò dura, all’ombra del capannone, ma anche lui pareva turbato, adesso. Gli occhi del matto galleggiarono nella sua direzione. «Non sono storie», protestò. Rudy mosse un passo indietro, ma il vecchio scattò a ghermirgli il polso, afferrandolo con dita adunche, unghie gialle e spesse. Un grido strozzato, sorpreso rimbalzò tra le lamiere. «Ci vanno i mostri, nel bosco. Quando gli viene fame. Il forestiero voleva sapere, scrivere di loro. Gli ho indicato la strada, l’ho accompagnato.» Rudy strattonò il braccio per liberarsi, ma il matto non mollò la presa. La tensione e il puzzo di merda di gallina cominciavano a darmi la nausea. «Mi ha promesso da bere, per condurlo sotto il Corno, e io ce l’ho portato.» Il matto cominciò a piangere e a ridere allo stesso tempo, rendendo tutto più orribile di quanto già non fosse. «Ha cominciato a fare buio, gli ho detto che ce ne dovevamo andare. Gli ho mostrato i segni sui tronchi, le tane dove i mostri si rotolano quando vanno in calore, ma il forestiero non mi ha dato ascolto. Aveva il suo libro da scrivere… la sua storia da raccontare.» Il vecchio sorrise tra le lacrime e sputò un bolo di catarro e liquore ai piedi di Rudy, mancandolo di un soffio. La bottiglia che teneva in grembo scivolò a terra, ma senza spaccarsi. Se fosse accaduto, forse sarebbe stato sufficiente a spezzare l’incantesimo che ci teneva avvinti alle sue farneticazioni, a farlo smettere di delirare. Ma non accadde nulla del genere. «Li ho sentiti arrivare e mi sono nascosto.» Li ho sentiti arrivare. «Anche il forestiero si è nascosto, ma quelli lo hanno fiutato. La gente da fuori ha un altro odore. La gente da fuori è diversa. I mostri lo sentono.» Rudy tirò ancora, per liberarsi, ma con meno convinzione, stavolta. Deglutii il nodo duro che mi era cresciuto in gola. Il matto spalancò gli occhi. Non vi scorsi nessuna luce, sul fondo. «Gli sono balzati addosso, latrando, ridendo. Spine e artigli. Denti, tanti denti. Occhi come cicatrici. Non volevo guardare, ma poi il tizio, il forestiero, si è messo a strillare. Faceva male, il grido. Male alle orecchie e alla carne. Ha gridato fino a quando i mostri non gli hanno mangiato la lingua. Fino a quando non gli hanno divorato la faccia, grattando le ossa con i denti.» Il matto lasciò andare il polso di Rudy, tappandosi le orecchie con forza. Ferendosi la carne con le unghie.
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