IL MATTO-2

1760 Words
«Basta, adesso!» gridai. «Basta, vecchio…» Rudy imprecò, arretrando fuori dalla portata del matto. Di certo non era ansioso di finire di nuovo tra le sue grinfie. «Andiamocene!» mi intimò. Era scosso, come lo ero anch’io. A un tratto il matto non pareva più solo bizzarro, le storie che raccontava niente affatto divertenti. Lo lasciammo accartocciato su se stesso, piagnucolante. Spezzato. Un grumo di paura e rimorsi. E chissà che altro. All’esterno, nonostante l’afa, l’aria limpida ci stordì. Il giorno ci abbagliò, facendoci barcollare mentre correvamo via, com’era incespicato il matto l’ultima volta che lo avevamo visto, prima che Vanti sparisse sulla montagna. Dentro il capannone lo udivo ancora piangere, colpirsi e lamentarsi. Ebbi la tentazione di tornare indietro, per provare a calmarlo, in qualche modo. Invece corsi più forte, per non essere lasciato indietro da Rudy. * * * I giorni trascorsero, l’estate partorì il suo Ferragosto e io smisi di pensare al matto, non avendolo più scorto aggirarsi per il paese. Quando accennai alla cosa con Rudy, si limitò a scrollare le spalle. Non lo avrebbe mai ammesso, soprattutto con me ma, con i suoi discorsi, il matto era riuscito a innervosirlo. E, a dire il vero, io stesso provavo la medesima inquietudine. Così nessuno dei due aveva voglia di affrontare l’argomento. E poi che importava? Era solo il matto: ogni paese doveva averne uno. Il proverbiale scemo del villaggio cui nessuno badava. Perché preoccuparsene? Forse lo avrei dimenticato del tutto, se qualche tempo dopo non fosse riapparso a modo suo, del tutto di sorpresa, come uno di quei grotteschi pupazzi a molla in grado di farti prendere un colpo quando meno te lo aspetti. Mi ero alzato nel cuore della notte, sudato e infastidito dal caldo opprimente, con l’intenzione di recuperare qualcosa di fresco dal frigo e poi tornarmene a letto. Se non fossi riuscito a prendere sonno, magari avrei letto uno di quei romanzi dell’orrore che il tizio da fuori non era mai riuscito a scrivere. Invece, passando davanti alla finestra aperta, avevo udito dei bisbigli, giù in strada. Mi ero affacciato pensando chissà perché che potesse essere Rudy, quando avevo scorto il matto, di spalle, eppure inconfondibile nel suo profilo sgangherato. La luce del lampione gettava un’ombra lunghissima che arrivava a lambire casa nostra, sopra al negozio di alimentari di mia madre. Il matto stava davvero mormorando qualcosa a nessuno. Una litania incomprensibile, da quella distanza. Lì per lì pensai delirasse, magari vittima di uno dei suoi soliti incubi, quando notai il figlio dei Vanti affacciato al davanzale della camera. Era pallido, proprio come il fantasma che io e Rudy ipotizzavamo fosse, con occhi enormi. Più grandi ancora di quelli del matto. Non diceva nulla. Ascoltava. Era il matto a parlare. Il figlio dei Vanti diventava solo più bianco, scoloriva, mentre l’altro gli infilava nelle orecchie le proprie storie. A un tratto il ragazzino piegò la testa in alto, nella mia direzione, fissandomi. Gli occhi erano monete di metallo che riflettevano solo l’opaco bagliore della luna. Proprio come uno dei mostri di cui parlava il matto. I mostri nel bosco. Nonostante l’afa opprimente, rabbrividii. «Caro, sei tu? Tutto bene?» Sobbalzai, lasciandomi sfuggire un’imprecazione soffocata che sperai non avesse raggiunto la camera dei miei. «Sì, mamma», la rassicurai, cercando di riprendere il controllo del mio battito. «È solo il caldo, mi sono alzato per bere qualcosa.» «D’accordo, tesoro, ‘notte», la udii mormorare, e poi girarsi nel letto, cercando di riprendere sonno. Quando tornai a voltarmi verso il maso della Plove, il matto era scomparso, come se non fosse mai stato lì. E anche il figlio dei Vanti. In cuor mio li maledissi entrambi, per lo spavento che mi erano costati. Poi tornai a letto e non chiusi occhio fino al mattino. * * * Fu solo qualche giorno più tardi che Sandra, la vedova Vanti, fece irruzione nel bar del paese. Pareva sconvolta, prossima a un attacco d’isteria. Gridava qualcosa che nessuno riusciva a comprendere. Rudy e io eravamo lì per comprare dei pasticcini per il compleanno di suo padre. «Tommy è salito sulla montagna, ha lasciato un biglietto», balbettò la donna, mangiandosi le parole nella foga. Ebner – lo stesso che le aveva venduto l’attrezzatura da escursionista – seduto a un tavolo in compagnia di altri avventori, aggrottò le sopracciglia, perplesso. «Tommy?» «Tommaso… mio figlio! È scomparso anche lui: è convinto che suo padre sia stato divorato da dei mostri, sulla vostra dannata montagna!» La donna scosse la testa, forse sorpresa dalle sue stesse accuse. Rudy e io ci scambiammo un’occhiata. Fino a quel momento non avevamo avuto la più vaga idea di come si chiamasse il bambino. Durante tutta l’estate era stato solo una presenza spettrale a margine delle preoccupanti storie del matto. Carlo varcò la soglia del locale in quel momento, in compagnia di Olga Plove, che nel frattempo doveva essere corsa ad avvisarlo. Lo vidi avvicinarsi a Sandra Vanti e stringerle una spalla, piano ma con fermezza, come per infonderle coraggio e un minimo di calma. «Organizzeremo immediatamente una squadra di ricerca», disse. «Lo troveremo.» Ebner annuì e si alzò, seguito dai suoi amici. «È poco più che un bambino. Non può aver fatto troppa strada, per quanto vantaggio possa avere.» Sandra Vanti scoppiò a piangere. Rosa, da dietro il bancone del bar, le allungò un bicchiere d’acqua che la donna trangugiò in sorsi scomposti. «Non perdiamo altro tempo», disse Carlo. «Se andiamo subito, lo rintracceremo prima che si renda conto di essersi perso.» Sorrise a Sandra, incoraggiante, e quando incrociò lo sguardo di Ebner, il vecchio annuì al suo indirizzo. Uscimmo in strada, al cospetto del Corno Nero. Nonostante le rassicurazioni di Carlo Costner, il pomeriggio volgeva al termine e le ombre cominciavano a stagliarsi nette nella luce dorata che precedeva il tramonto. Seguendo la guida alpina e Sandra, la gente del paese si avviò verso la montagna, dove il ragazzino pareva essersi recato, alla ricerca del padre scomparso. Nel cuore della foresta. Là dove il matto affermava vivessero i mostri. Almeno una dozzina di volontari si erano uniti all’appello. Nessuno ci disse di tornare indietro e così li seguimmo anche Rudy e io, pur restando in fondo al gruppo. Ben presto l’asfalto lasciò il posto al sentiero sterrato che risaliva il fianco del Corno Nero. Altra gente del paese ci aveva raggiunto prima che il bosco si facesse più fitto. Tra questi il matto, comparso a un tratto al mio fianco, ingobbito e dimesso come al solito. Una bottiglia di chissà cosa mezza vuota nella mano. Piangeva. Beveva e piangeva. Rudy lo guardò con disprezzo. Pensai che il ragazzino doveva aver ascoltato le sue storie quella notte, quando li avevo scorti confabulare in strada, dalla finestra del corridoio. I mostri del matto che avevano divorato suo padre. Se davvero il moccioso aveva deciso di sincerarsene di persona, doveva essere molto coraggioso o molto sciocco. Venendo da fuori, avrei scommesso senza esitazione sulla seconda ipotesi. Il matto doveva essere sopraffatto dai sensi di colpa, ma a me faceva pena comunque. Era vecchio: la vita gli aveva dato tutto il tempo per mostrargli il suo peggio, seminarlo di quotidiane meschinità e banali orrori. Doveva essere stato anche lui un ragazzo, come Rudy, come me, anni prima. E se adesso era solo un povero ubriacone, non era stato il vino a spezzarlo. No, l’alcol era solo il lenimento che spargeva a profusione sulle mille ferite che lo segnavano, là dove la vita lo aveva piegato, parecchio tempo prima. E poi il matto era uno dei nostri. Mentre piangeva, ci inoltrammo dove gli alberi erano più fitti. Più avanti, Sandra chiamava invano suo figlio. La luce del giorno morente era ormai troppo obliqua per superare il profilo della montagna. Il buio confondeva tutto. Le ombre parevano vive. O nascondere qualcosa in agguato tra esse. * * * Sandra gridava. Più avanti, sembrava che il bambino fosse stato trovato. Il crepuscolo era un sudario di cui la notte si spogliava per svelarsi nuda al cuore oscuro della montagna. Attorno a noi, gli alberi scorticati parevano livide ossa piantate nel terreno. Totem pagani per divinità dimenticate. Osservai il matto attraverso le cicatrici che avevo per occhi. Un siero viscoso mi impiastricciava le palpebre, imbrattando il vello ispido che mi cresceva addosso, confondendomi un poco. Rudy correva accanto a me, incurante dei rami che gli sferzavano il viso, il corpo nudo ricoperto di spine. Guardavo e ridevo. Non potevo farci nulla: era colpa del sangue e dell’eccitazione intrisa nell’aria umida. Il bosco crepitava di risate. Il matto, invece, piangeva ancora, con i suoi occhi sgranati attraverso il buio. Dentro il buio. Il matto scorgeva la verità delle cose. Vedeva le persone per i mostri che erano. Quando la raggiungemmo, Sandra era in ginocchio, tra giacigli di erba e foglie che ancora sapevano d’amore e di carne, per chi era in grado di riconoscerne il sentore. Abbracciava il figlio, piangendo un disperato, ingenuo sollievo. Affondando il viso contro la sua spalla. Il bambino, invece, oltre il suo abbraccio ci fissava con gli occhi sgranati. Sapevo cosa pensava. Eccoli, i mostri del matto. Ecco chi si è mangiato mio padre. Senza più parole, il suo sguardo di vetro ci passava in rassegna con meraviglioso orrore. E noi tutti gli facevamo corona, in attesa. Ebner, con il suo palco di corna ritorte e aguzze. Rosa, nuda e ricoperta di scaglie. Olga Plove, a quattro zampe, sbuffante, fremente, la lingua golosa che passava e ripassava sulla doppia fila di capezzoli che le costellavano il ventre obeso, da scrofa. Carlo, ricoperto di labbra, bocche arricciate in sorrisi pieni di denti. Rudy. Io. «Mamma», disse il bambino. Sandra si staccò da lui, forse turbata dalla rigidità, dalla voce roca del figlio. Carlo Costner le balzò addosso per primo, con tutte le bocche spalancate. Le malelingue del paese non mentivano, in fondo: un debole per la giovane vedova lo aveva sul serio. Gli altri non si fecero pregare. Di gente da fuori non ne giungeva poi così tanta, ultimamente. Il nostro era un piccolo paese di montagna. Sandra gridò. Gridò a lungo. Le sue urla si confusero con le nostre risate. Con il nostro sordo azzannare, ringhiare, lappare. «Mamma», ripeté il bambino, sorpreso, stordito. Scattai in avanti e gli staccai il braccio all’altezza del gomito. Il sangue caldo, generoso mi travolse. Rudy gli balzò alla gola l’istante successivo. Litigammo per qualche istante. La fame faceva spesso di questi scherzi, ma quando ognuno si accaparrò il proprio pezzo non badò più all’altro. Mentre masticavamo, persi in strani, bellissimi sogni, il pianto del matto accompagnava il nostro pasto. Per quanto non ci piacessero i forestieri, bisognava ammettere che il sapore era ottimo. Dei nostri, invece, ci prendevamo cura. Anche quando aprivano troppo la bocca. Anche quando minacciavano di tradire il segreto raccontando in giro, a voce alta, le storie sui mostri che popolavano la montagna. A chiunque le volesse ascoltare. A chiunque fosse così ingenuo da sorridere, ascoltandole, scambiando la verità per i deliri di un matto.
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