2“Credi sia riuscito a segnarsi la targa?”
Ferme davanti al portone di casa di Ludovica, esaltate per la fuga ma in preda ad un sopraggiunto senso di colpa, le ragazze iniziarono a valutare le conseguenze di ciò che avevano fatto.
“Non ne ha avuto il tempo! E poi scusa, solo lo scooter si è rovinato, cosa cavolo voleva, guadagnarci sulla disattenzione di un momento?”
“Ludo, lo sai che non funziona così! Dovevamo aspettare che arrivasse qualche pattuglia e concordare le responsabilità.”
“Certo, come no! E magari sperare che sulla pattuglia ci fosse mio padre così per noi era la fine dei giochi.”
Fiamma si guardò sconsolata lo squarcio nei leggings dal quale s’intravedeva il rossastro della ferita.
“Se mia madre si accorge di questo mi farà il terzo grado finché, sfinita, mi farà confessare l’accaduto…”
“Ma che sei scema? Negare sempre fino alla fine. Inventati qualcosa ma non fare parola con nessuno dell’accaduto. Sorella, ricordati che se la tua barca affonda, affonderà anche la mia!” Ludo le si avvicinò per darle un bacio sulla guancia. “Ti passo a prendere alle 21,00. Indossa il bikini blu che ti fa risaltare gli occhi!”
Fiamma sorrise poco convinta prima di mettere in moto per dirigersi verso casa.
Aprì il garage sotterraneo, trovandolo vuoto, segno che i genitori non erano ancora rientrati. Fece un sospiro di sollievo. Vi entrò per posteggiare lo scooter nel solito posto, ma ebbe l’intuizione che in quella posizione la prima ad accorgersi del misfatto sarebbe stata proprio la madre, la quale da sempre ostentava il suo disappunto sull’acquisto di un due ruote per la figlia. Lo spostò dalla parte opposta, dietro uno dei pilastri portanti della casa, nascondiglio perfetto, ma anche alibi in caso qualcuno si fosse accorto anzitempo del danno. Avrebbe semplicemente detto di aver urtato inavvertitamente il gancio d’acciaio che fuoriusciva da uno dei lati del pilone non ancora rimosso dall’ultima ristrutturazione. Soddisfatta dalla storia verosimile che avrebbe fornito e cosciente che quel piccolo espediente avrebbe non solo giustificato i problemi allo scooter, ma avrebbe suscitato dei sensi di colpa in chi doveva occuparsi di mettere il luogo in sicurezza.
Sorrise al pensiero di quanto fosse sottile la linea tra il giusto e l’ingiusto, tra il bene e il male, tra la ragione ed il torto.
Dalla scala interna salì fino in cucina, dove trovò Maria intenta alla preparazione del pranzo. La donna, di origine filippina, viveva con la famiglia Battaglia da sempre.
Arrivata in Italia all’inizio degli anni ottanta aveva conosciuto il giudice Carmelo Battaglia durante un’udienza, come teste, in un processo per sfruttamento minorile e riduzione in stato di schiavitù, mossa nei confronti di un noto imprenditore agricolo che assoldava, per poche lire al giorno, schiere d’immigrate obbligate a lavorare anche sedici ore al giorno prive di ogni diritto. Durante la deposizione, il giudice era rimasto profondamente colpito dal volto smarrito di quella ragazzina che cercava in tutti i modi di giustificare l’ingiustificabile. Aveva ascoltato la storia del suo arrivo tramite una connazionale, che lei chiamava zia, conosciuta dalle autorità perché accusata di far parte di un’organizzazione dedita al commercio di vite umane. Un gruppo che faceva la spola tra le Filippine ed il vecchio continente, alla ricerca di adolescenti in grosse difficoltà a cui prospettavano una vita migliore. Gli sbarchi avvenivano soprattutto in Italia, dove si assicuravano di ‘vendere’ il lavoro di quegli sventurati che accettavano qualsiasi condizione pur di guadagnarsi quel poco per poter sopravvivere. Il giudice aveva ascoltato tutta la storia con un nodo alla gola che sembrava stringere sempre più ad ogni parola della ragazza. Non era mai stato un uomo istintivo, al contrario, ogni sua azione era il frutto di una lunga riflessione. Eppure quel giorno, terminata la deposizione, spinto da un’urgenza sconosciuta, aveva chiesto alla guardia di accompagnare la teste nel suo ufficio. La seduta si era protratta più del previsto per poi essere rinviata a data da destinarsi per acquisizione di nuove testimonianze. L’aveva trovata seduta compostamente in un angolo, con gli occhi gonfi ed una montagna di fazzolettini di carta usati che teneva poggiati sull’umile gonna grigia a balze che non vedeva un ferro da stiro da tempi immemorabili. Al suo ingresso, era scattata in piedi, immobile in un postura rigida e sottomessa. Non era stato facile convincerla che non aveva nulla da temere. Che non era accusata di nulla e che il suo ruolo era di vittima e che non aveva colpe. Le aveva spiegato, in un inglese poco allenato, che voleva aiutarla, che se era d’accordo aveva da offrirle un lavoro da governante. La parte più complicata era stata farle capire che non doveva più tornare a lavorare nei campi e che non avrebbe dovuto avere alcun contatto con la famosa ‘zia’. Peraltro unico punto di riferimento in un Paese straniero, ma che da giorni si trovava agli arresti domiciliari. Le aveva pazientemente spiegato quali sarebbero stati i suoi doveri nel nuovo ruolo di governante, ma le aveva anche elencato gli innumerevoli diritti che le spettavano. L’incontro era finito con una stretta di mano e la promessa, da parte del giudice, di ricontattarla al più presto. Fu solo dopo la fine del processo, conclusosi con la condanna dell’imprenditore, che l’uomo la fece ricontattare per rinnovarle la proposta lavorativa. La ragazza, che aveva avuto del tempo per elaborare le informazioni ricevute dal giudice, aveva accettato, commossa e riconoscente verso quello che per tutta la vita avrebbe considerato il suo salvatore.
“Ben tornata!”
“Ciao Maria. Hai notizia dei miei?”
La donna consultò l’orologio.
“Il signor Giudice rientra in serata!”
“Mia madre?”
“La signora Angela mi ha chiesto di riferirti che non riesce ad arrivare per il pranzo perché in riunione.” La donna alzò il coperchio dal tegame ed una nuvola bianca sbucò fuori all’improvviso.
“Che cucini di buono?”
“Coscette di pollo con cipolla e patate!”
“Dal profumo devono essere squisite! Salgo a farmi una doccia.”
La ragazza stava per lasciare la stanza, ma la voce allertata di Maria la bloccò sul ciglio della porta.
“Fiamma!”
L’espressione della donna si era pietrificata in un enorme “o” nell’accorgersi del sangue che le sgocciolava dalla coscia fino all’infradito.
“Cosa ti è successo?”
La ragazza seguì lo sguardo terrorizzato della donna, fisso sulla ferita.
“Non è nulla di grave…”
“Per carità Fiamma, non dirmi bugie! Che hai combinato?”
Forse per lo stress accumulato ma bastarono queste poche parole per farla sciogliere in un pianto liberatorio. La donna la cullò dolcemente tra le braccia, com’era solita fare quand’era ancora una bimba.
“Adesso calmati un po’ e raccontami cosa ti è successo!”
Le fornì un resoconto dettagliato dell’accaduto, anche se questo significava venir meno alla promessa fatta all’amica.
“Promettimi che manterrai il segreto!”
Maria incerta sul da farsi si spostò verso i fornelli richiamata dal fischio della pentola che bolliva rumorosamente.
“Dobbiamo disinfettare la ferita altrimenti rischi una terribile infezione”. Versò le verdure accuratamente tagliate nell’acqua bollente, abbassò la fiamma e vi sistemò sopra il coperchio. “Dovresti raccontare tutto al signor giudice, con queste cose è meglio non scherzare”. L’ostinazione con cui si rivolgeva a suo padre chiamandolo “il signor giudice” la irritava. Viveva giorno e notte in quella casa e nonostante l’uomo avesse insistito per tanto tempo per essere chiamato signor Carmelo, lei si era sempre rifiutata categoricamente. Quella forma confidenziale la disturbava, le sembrava una forma irrispettosa nei confronti di un professionista che aveva fatto tanto per lei.
“Mi posso fidare di te, vero Maria?”
La donna le fece cenno con la testa, ma le dava le spalle e Fiamma non si accorse dell’espressione smarrita che aveva sul volto.
Staccare il tessuto dalla pelle, nei punti dove il sangue aveva formato le prime croste, non risultò impresa facile. Chi la conosceva bene sapeva che, nonostante lo sguardo da dura, facilitato da quegli occhi dall’azzurro cangiante che le conferivano un atteggiamento freddo e distaccato, era una ragazza facilmente impressionabile con la soglia del dolore talmente bassa che bastava un piccolo taglio per procurarle la nausea. Si appoggiò al bordo della vasca idromassaggio e lasciò che le lacrime sfogassero l’immensa paura provata poche ore prima. La trovò così Maria, svestita a metà con gli occhi gonfi di pianto.
“Suvvia, non è successo niente! Lascia che ti aiuti a toglierli.”
Prese delle forbicine dal cassetto del bagno ed iniziò con delicatezza a tagliare la stoffa lungo la ferita. Fiamma spostava in continuazione la gamba, più per paura di farsi male che per l’effettivo dolore che stava avvertendo. Maria aveva un tocco delicato, rassicurante, quasi materno. Una volta scoperta, la ferita era meno grave di quello che apparentemente sembrava. Aveva una lunga escoriazione superficiale causata dallo strisciare sull’asfalto.
“Fatti una bella doccia, dopo mettiamo della connettivina ed in un paio di giorni resterà solo un brutto ricordo”.
“Grazie!”
“Di nulla, piccola mia.” Si avviò verso l’uscita, felice d’averla in qualche modo aiutata. “Sbrigati, altrimenti si fredda tutto.”
“Non ho molta fame!”
La donna la fissò, fingendosi arrabbiata.
“Stavo scherzando. Scendo tra un momento.”
“Brava ragazza.” Richiuse delicatamente la porta alle sue spalle, lasciandole il tempo di riprendersi.