3Dopo aver scelto con calma gli indumenti per la festa sulla spiaggia, si era sdraiata nell’intento di placare l’emicrania che le martellava le tempie. Sprofondò immediatamente in un “sogno lucido”. Quel sogno dove si ha coscienza del fatto di stare dormendo e si cerca in tutti i modi di cambiare gli eventi che si succedono. Al risveglio, sudata e stanca, credeva d’aver corso la maratona di New York.
«Sei pronta?»
L’arrivo di un messaggio illuminò il display del telefonino poggiato sul comodino.
«Cinque minuti!»
«Ancora?»
«Non ti arrabbiare!»
«Questa me la paghi! Sbrigati che sono dietro la porta.»
Afferrò la borsa di tela che aveva preparato, un ultimo sguardo allo specchio e poi rapida si precipitò giù per le scale.
“Fiamma!”
La voce del padre interruppe la sua corsa. Alzò gli occhi al cielo, sicura che quel contrattempo avrebbe infastidito ulteriormente Ludo, ossessionata dalla puntualità. Entrò in salotto, conoscendo a memoria il rituale che i suoi genitori si concedevano prima della cena. La madre, dopo essersi tolta le scarpe, poggiava i piedi sul pouf del divano, nell’intento di scaricare la tensione di un giorno sui tacchi, che a Fiamma facevano sentire male solo a guardarli. Qualche volta aveva provato a farla desistere dall’indossarli tutti i giorni, ma la donna, di fronte alla preoccupazione della figlia, le aveva spiegato che quel tipo di scarpe, insieme al tailleur, faceva parte di una sorta di divisa che il suo ruolo le imponeva. Fiamma non si era mai interessata particolarmente al lavoro dei genitori, del resto a casa era proibito parlarne. La regola imponeva che una volta chiusa la porta si ritornava ad essere solo papà, mamma e figlia. Una famiglia. Così, alle elementari, quando la maestra assegnava il solito compito: “Descrivi il lavoro dei tuoi genitori”, si limitava a scrivere: “Il mio papà lavora in tribunale e la mia mamma in banca”, e se questa provava ad indagare ulteriormente con domande eccessive e curiose, le rispondeva tenendosi sempre sul vago, sicura che sapesse bene chi erano e che lavoro svolgessero. Infatti, una volta, per puro caso, aveva sentito la madre accennare al marito di avere autorizzato un mutuo a nome della maestra in virtù del fatto che era la sua insegnante. Ma non era stato un caso che dopo quell’episodio raccontato dalla madre lei era diventata la preferita dalla maestra, mettendola in cattiva luce col resto dei compagni che continuavano a scimmiottarla con “amorina”, “tesorina”, “principessina” e peggio di tutti “cocca della maestra”. Odiava quelle parole che la isolavano e la rendevano diversa dalla classe. Anche in quelle occasioni l’unica a schierarsi dalla sua parte era stata Ludovica, che ad ogni attacco rispondeva con spinte e sputi in faccia al compagno di turno che si permetteva di prenderla in giro.
Il padre, seduto accanto alla moglie, in maniche di camicia e con la cravatta allentata, sorseggiava lentamente un liquido chiaro da un lungo calice.
“Ciao papà, ciao mamma.”
La donna prese a massaggiarsi una delle caviglie evidentemente gonfia.
“Stavi uscendo?”
“Beh si! Fuori c’è Ludo che mi aspetta.”
“E perché non entra? Ci farebbe piacere salutarla.”
“Magari un’altra volta. Adesso andiamo di fretta.”
“E dove andate?”
L’uomo roteava il bicchiere con la mano producendo un movimento circolare che ne faceva ondeggiare il liquido.
“Ci riuniamo con gli amici dell’ultimo anno per la festa del diploma.”
“Capisco! Per l’esattezza dove?”
Fiamma si sentiva come uno di quei testimoni a cui il padre somministrava rapide domande nell’intento d’impedire la costruzione di qualsiasi risposta che non fosse la verità.
“Siamo in spiaggia.”
“Avete intenzione di bere?”
“Certo che no!”
“Devo crederti?”
“Penso che mi conosci a sufficienza!”
“Giusto. Non fate troppo tardi.”
“Adesso devo andare.”
L’uomo le andò incontro tenendo il portafogli in mano, poi ne estrasse una banconota da cento euro e gliela porse.
“Fanne buon uso e sii giudiziosa.”
“Come sempre.”
Fuori, Ludo l’aspettava appoggiata alla sua mini cooper giallo sole, avuta in regalo per i suoi diciotto anni.
“L’avevo capito che non sarebbero stati solo cinque minuti!”
“Non è colpa mia, ho dovuto affrontare un mini interrogatorio da parte di mio padre.”
La costa distava solo pochi chilometri. Il cerchio lunare brillava alto in un meraviglioso cielo estivo punteggiato da milioni di stelle. Imboccarono una stradina sterrata, aprendo manualmente un improbabile cancello di ferro arrugginito, posto dal comune per evitare che si arrivasse con i mezzi sull’arenile in una zona dichiarata “area protetta”. Trovare uno spazio libero non risultò impresa facile. Moto, scooter, auto e qualche bici avevano invaso il poco spazio in terra battuta, da dove ci si addentrava sui ciottoli di una spiaggia quasi caraibica.
Il fumo denso dei primi falò si alzava verso l’alto lasciando nell’aria l’odore acre di legna bruciata. Qualcuno si era appartato, altri ballavano scompostamente sulle note della hit del momento ed ovunque bicchieri di plastica stracolmi, che venivano passati di mano in mano. La festa era nell’aria.
Rimasero sul piccolo promontorio per qualche minuto nella speranza d’individuare gli amici del loro gruppo, poco dopo un ragazzo cominciò a chiamarle a gran voce.
“Ti ha individuata anche al buio!” Ludo sferrò scherzosamente una lieve gomitata al fianco dell’amica.
“Ma la vuoi smettere di fare la cretina!”
“Sorella, questa è la tua serata, non sprecarla!”
Fiamma si finse offesa mentre Ludo continuava a sorriderle facendole l’occhiolino.
Il ragazzo le raggiunse di corsa. Le sovrastava di qualche palmo e la curata magrezza conferiva al suo aspetto un’aria quasi fanciullesca in barba ai suoi vent’anni. Aveva tolto i pantaloni e la maglietta di cotone azzurra copriva a malapena lo slip del costume.
“Alla fine siete arrivate!”
Fissò lo sguardo negli occhi di Fiamma, che in preda ad una strana confusione si sentì avvampare da un’emozione incontrollabile. Le mani presero a sudarle. Si odiava, ogni qualvolta se lo trovava davanti più impegno metteva ad essere indifferente più otteneva il risultato opposto. Non era un mistero per nessuno la cotta che aveva per Andrea ed era certa che anche lui ne fosse pienamente consapevole. Lo vedeva dal modo in cui le parlava, i sorrisi, gli ammiccamenti, la complicità ricercata di chi sa di piacere. C’era dell’elettricità tra i loro corpi, come delle invisibili scariche che dall’una passavano all’altro, con in mezzo la povera Ludovica che stranamente cominciò ad avvertire del disagio. “Ma non posso crederci, guarda chi c’è là…” Per togliersi da quell’inconveniente finse d’aver visto un fantomatico amico e dopo un affettuoso pizzicotto all’amica del cuore si allontanò.
Fiamma ebbe la tentazione di correrle dietro. Quel momento, che aveva sognato dalla prima liceo, la stava terrorizzando. Lei da sola con Andrea su di una spiaggia con la luna più luminosa che avesse mai visto. Rimase con lo sguardo fisso sui sandali, per un tempo infinito. Cercava qualcosa di spiritoso da dire, ma le parole facevano a pugni nel cervello e non riuscivano ad arrivarle in bocca.
“Ti va di fare una passeggiata, o preferisci andare da loro?” Con la testa indicò il gruppo di ragazzi chiassosi in cui si era inserita immediatamente Ludo. La ragazza voltò lo sguardo nella loro direzione e per una frazione di secondo pensò seriamente di raggiungerli. Poi, una vocina misteriosa e sconosciuta le urlò forte che forse quella sarebbe stata l’ultima occasione che il destino le regalava di averlo tutto per sé ed era da stupidi lasciarsela sfuggire. Andrea era stato, durante gli anni del liceo, il suo sogno proibito, e quando due anni prima lo aveva visto diplomarsi aveva sentito una stretta al cuore che le aveva causato il magone per intere settimane. Capitano della squadra di calcio della scuola, si trovava circondato sempre dalle ragazze più “in” del liceo. Era stato anche uno studente impegnato attivamente nella politica scolastica. Si dovevano a lui le piccole e grandi vittorie raggiunte dal corpo studentesco nelle battaglie contro una burocrazia sempre poco attenta alle esigenze dei ragazzi. La prima volta che l’aveva visto teneva un microfono in mano nell’aula magna e proclamava a gran voce i diritti oltraggiati degli studenti. L’aveva ascoltato col cuore in gola, rapita dall’enfasi di un lunghissimo discorso di cui non ricordava nemmeno una parola.
“Ho capito, decido io. Facciamo due passi.”
Non le aveva dato il tempo di rispondere, anche se era proprio quello che sperava. L’aveva presa per mano e guidata lungo la battigia. Le piccole onde di un mare dormiente si infrangevano con ritmi regolari sui loro piedi. Una lieve brezza portava l’odore salmastro di quella massa d’acqua che sembrava voler cullare i sogni d’amore della ragazza. Camminarono a lungo in silenzio, immersi nei loro pensieri. Mano nella mano, passo dopo passo, si erano talmente allontanati che non si scorgevano più i bagliori dei fuochi accesi.
“Sediamoci un po’, altrimenti arriviamo a Messina.”
La luna li osservava altezzosa ed i grilli intonavano le note magiche dell’estate. Tutto era perfetto, così come mille volte aveva immaginato quel momento. A quel punto restava un ultimo grande salto: il bacio. Sentiva il cuore martellarle nelle orecchie e faceva una grande fatica a respirare. Attese non riuscendo a quantificare se fosse passato un secondo o un’ora. Tutto sembrava immobile, finché lo sentì avvicinarsi, passarle la mano dietro la nuca e poggiare le labbra sulle sue. Finalmente era successo. Il suo primo bacio. Andrea sapeva di birra e sigarette, ma non le importava niente. Si lasciò sdraiare sulla sabbia umida e in uno strano torpore si lasciò esplorare. Sensazioni nuove la pervasero. Brividi di freddo le facevano rizzare i peli delle braccia. Non sapeva esattamente se quelle emozioni erano di piacere o se all’improvviso l’ignoto stava risvegliando la sua parte razionale. Andrea si muoveva cautamente. Il suo tocco talmente lieve da solleticarle la pelle. Lo sentiva incerto, forse in attesa di un qualunque segnale che lo tranquillizzasse. Fiamma non era completamente convinta di voler andare oltre ma l’idea che fosse con lui la prima volta di tutto sciolse ogni dubbio. Lasciò che l’istinto la guidasse in quel mondo di cui tante volte aveva letto nutrendo la sua fervida mente d’immagini e sensazioni che la realtà le stava presentando nella loro effettiva sostanza.
“Tutto okay?”
Le si erano riempiti gli occhi di lacrime. Aveva fantasticato tanto su quel momento che si era risolto in pochi minuti imbarazzanti.
“Sì!”
“Di poche parole. Sei sicura di stare bene?” Andrea sembrava visibilmente preoccupato. “Credevo lo volessi anche tu!”
Fiamma ricacciò indietro le lacrime sforzandosi d’apparire il più naturale possibile.
“Stai tranquillo, l’abbiamo voluto entrambi! Adesso vorrei ritornare alla festa.”
Non voleva usare quel tono glaciale, ma le era uscito sfuggendo al suo controllo.
Il ragazzo spiazzato da quell’atteggiamento restò a fissarla incredulo.
“Mi trovi perfettamente d’accordo, torniamo indietro perché ho voglia di divertirmi…”
La magia che si era creata qualche ora prima era svanita nel nulla. La luna faceva capolino tra le nubi che erano apparse dall’orizzonte. L’aria, carica di tensione, sembrava irrespirabile.
Fiamma si teneva volontariamente qualche passo indietro al ragazzo, quasi volesse mettere una distanza concreta da ciò che avevano vissuto poco prima. Provava un tale turbamento fisico e mentale da sentire le gambe pesanti come se stesse trascinando un enorme peso. Andrea si era fermato più volte ad aspettarla, ma appena raggiunto lo superava senza rivolgergli la parola. I fuochi ardenti dei falò si erano trasformati in brace e la musica era cessata. I primi gruppetti di ragazzi avevano lasciato la festa, quelli rimasti non gli prestarono alcuna attenzione. Fiamma si guardò intorno alla ricerca di Ludovica che, vedendola arrivare, le stava andando incontro seguita da un ragazzone biondo dal ciuffo ribelle.
“Sorella…” Non riuscì a finire la frase. Fiamma era sconvolta. “Cosa ti è successo?”
“Vorrei andare via!”
Si scambiarono una rapida occhiata per intendersi.
“Aspetta solo un attimo, recupero le nostre cose!”
Fulminò Andrea con uno sguardo carico d’odio.
“Scusami Filippo, ci sentiamo domani.”
Il ragazzo biondo sembrò infastidito da quel repentino cambiamento di programma. Ma alla fine, a malincuore, le diede un bacio appassionato e si allontanò dal gruppo.
“Fiamma, vorrei poterti rivedere… magari per parlare un po’!”
“Certo… ”.
Ludovica intrecciò la mano con la sua, in un gesto protettivo, poi voltandosi andarono via, lasciando il ragazzo in un profondo stato angoscioso.