1. Tu (te) vuò fa l’Americano

1921 Words
1. Tu (te) vuò fa l’Americano Mercoledì 9 gennaio 1974, Fiera Campionaria, studi esterni Rai, ore 23.28 Non pensava l’avrebbe mai fatto. Nessuno di loro pensava l’avrebbe mai fatto. Eppure, eccoli lì. Sotto gli occhi di tutti. L’auto è in ritardo. Quello più grosso borbotta. Non si rivolge ai compagni, parlotta tra sé e sé: “Se non arriva andiamo, no? Cosa stiamo qui tutta la notte ad aspettare l’Americano che poi magari ormai non si fa neanche più vedere? E poi io c’ho da lavorare, non ho tempo da perdere, se non arriva andiamo, che facciamo uno sbaglio di meno”. “Potevi portare qualcosa da bere, te che c’hai le riserve!” dice il gagà seduto accanto al posto di guida del vecchio furgone. “Prova a vedere là dietro se c’è qualcosa, smilzo...”. “Ci sta una cassa di cedrata”. “Di più forte niente?”. “Prova ad assaggiare a questa”. Il gagà svita il tappo di metallo in testa a una bottiglia che pare orzata. L’odore è nauseante. Invade l’abitacolo, impregna le vesti, intride i capelli. “Che schifo, cos’è, sambuca?”. “Anice lattescente. Roba da uomini, ci vuole fegato, per reggerlo. Te ne hai, fegato?”. “Ne ho più di voi due messi assieme, vecchio!” fa un sorso abbondante. “Siete voi che dovete mostrarlo, il fegato! L’Americano esce tra poco, e chi non avrà fegato ci farà fottere tutti quanti, hai capito?”. “Scusate...” dice quello dietro. “Sta zitto un po’, te, e aspetta: allora, piccolo lord, qui alla fine quelli che rischiano di più siamo sempre io e il terrone, che te ti nascondi sempre nelle retrovie quando c’è da fare!”. “Perché io sono il cervello, e voi le gambe e le braccia, e le gambe e le braccia senza cervello non sanno cosa fare! Mica è colpa mia se le vostre teste funzionano come le bocce, dure e buone solo a cozzare tra loro!”. “Scusate...”. “Sta un po’ zitto te! E te invece, principe, stai allerta che io ti mollo qua e mi dimentico dei tuoi guai, hai capito?”. “Perché te di guai non ne hai, vecchio?”. “Scusate, ma non dovremmo seguire la macchina dell’Americano?”. “Stai un po’ zitto, te!”. “Ma è appena uscita...”. Ammutoliscono. La tensione cresce d’improvviso e porta con sé il silenzio. L’auto dell’Americano è in ritardo, solitamente esce appena si chiude la trasmissione. Questa sera no, ha impiegato molto di più, tanto che hanno creduto di aver sbagliato giorno, ora, vita. Poco importa. La Mercedes scura fende la notte, consolata dai lampioni. La seguono. Il piano è stato tanti piani diversi, emersi dal vino e in esso annegati. Tutti fallimentari, specie per gente come loro, che approccia alla pratica per la prima volta. Fondamentale, che non sembri un colpo da principianti. La posta in gioco è troppo alta, per dar l’idea di non saperla gestire. L’Americano è uno troppo importante, mobiliterà tutti i vertici, e far la figura dei ballabiòtt1 è fuori questione. Han guardato film con l’Alain Delon e il Jean Gabin, han letto Diabolik e Kriminal a raffica, si sono documentati, per fare il colpo. Si documentano sempre, ma non basta mai. Alla fine ha vinto il piano più semplice, dall’animo più ingenuo: lo aspettiamo fuori dagli studi in cui registrano il programma, e quando esce lo seguiamo, appena si può lo fermiamo e lo prendiamo. Un piano talmente poco programmato da dover giungere inaspettato anche a loro che l’hanno congegnato. Quello alla guida, il più vecchio, ha una mano ferita, a quello dietro cola il naso che sembra un drago verde2, e quello davanti ha le palle girate. E l’auto dell’Americano è in ritardo, rispetto al solito desunto dagli appostamenti, di quasi un’ora. Perché chi se ne frega, però i nervi si tendono. Partono. L’Americano stasera ha voglia di strafare: attraversa tutta la città, accosta davanti a una pizzeria, un pizzaiolo esce con un cartoccio fumante, infila la pizza nell’auto dal finestrino del passeggero, poi saluta gesticolando, festosamente, in napoletano. Piove, e fa freddo, tanto. La Mercedes scura dell’Americano riparte. Gira, gira, gira, arriva fino allo zoo, in porta Venezia. Un ritaglio dimenticato in mezzo al cemento. Qualche animale esotico produce uno strano ghigno, lontano, attutito dalla pioggia. L’auto dell’Americano si arresta sotto a un lampione. “Ma che fa? Con tutte le donne che può avere è venuto a mignotte?” bisbiglia il più vecchio dei tre nel furgone che, a fari spenti, s’è fermato cinquanta metri dietro. “Baluba, qui le mignotte prendono ventimila lire, roba di lusso! C’era un locale, qui, il Monte Mario... ma che ne parlo a fare, a voi perdenti, timorati di Dio...”. “Cretinetti, sei te che dovresti timorarti di Dio, perché prima o poi, con quella lingua, qualcuno che ti martella lo trovi!”. “Ma stai zitto, vecchio! Guarda!”. Sull’auto dell’Americano sale una stangona, di classe, con un ombrellino a pois blu. Il gagà sussurra “Ora”, e cala dall’abitacolo del furgone, il cencio dietro salta giù anche lui, il vecchio mette in moto e li segue a passo d’uomo. Il gagà si infila la maschera di Pippo, il cencio quella di Paperino. Il vecchio voleva qualcosa di signorile e ha scelto Paperone. D’altronde alla Standa di Largo Cairoli questo c’era, mica sempre si può scegliere. E poi presto un Paperone lo sarà, se tutto va come deve andare. I due a piedi si accostano alla portiera posteriore della Mercedes scura dell’Americano, Pippo fa un cenno a Paperino, Paperino spalanca la portiera, di getto, Pippo ci si infila con un sacco di juta, la peripatetica strilla che le scimmie dello zoo si allarmano pensando al grido della rivolta di qualche loro Cesare, Pippo trascina fuori l’Americano insaccato, Paperino sbatte la portiera, passa delle corde attorno al sacco e le stringe a doppio nodo, poi afferra l’Americano per i piedi, con Pippo lo solleva e lo caricano nel vano posteriore del furgone, che intanto s’è affiancato, guidato da Paperone. Pippo rimonta davanti, Paperone si riavvia piano, Paperino torna all’auto dell’Americano. “Ma che fa?” impreca Pippo. Mentre la meretrice si perde in fuga nella pioggia e nella notte, Paperino rispunta dall’auto dell’Americano. Col cartone della pizza in mano. Corre dietro al furgone, lancia prima il cartone, poi balza lui. “Era un peccato buttarla, sa’?”. Gli animali dello zoo continuano con le loro urla, non più per l’innesco ricevuto dalla donna, ma per salutare l’ardore della banda Disney che si eclissa nella notte lungo viale Bianca Maria. Le maschere finiscono tutte in una sacca nera sul fondo del furgone, e il silenzio cala come una mannaia sulla banda Disney. L’uomo al volante si accende una sigaretta, lo smilzo si dedica alla pizza e il cervello della banda controlla che l’Americano non si muova. Quello fa un mugugno, e lui gli sferra un colpo alla base del collo che lo manda a nanna. “Scusate ma l’autista non c’era?” chiede il mangiatore di pizza. “E secondo te l’Americano va a mignotte con l’autista?” risponde il gagà. La città sembra complice in questa sera sgangherata, e il camioncino si dirige di buon passo verso la sua meta, là dove la città finisce e incomincia la campagna, ancora più scura e ancora più silenziosa. I tre sono in ritardo sulla tabella di marcia, l’Americano ha fatto praticamente il giro di mezza Milano prima che riuscissero ad accalappiarlo, e loro iniziano a pensare che la notte non è infinita e che l’alba è dietro l’angolo, ma forse con questo tempo da lupi anche la luce se ne starà in branda domani mattina. Per arrivare dove devono andare la strada è lunga, l’uomo al volante guida più velocemente possibile, anche se ha una mano indolenzita dal dolore e intorpidita per via della fasciatura stretta che si è fatto stamattina. A ben guardare il più tranquillo sembra l’Americano, che dorme sul fondo del furgone e ogni tanto accenna un sonoro ronfo. Il furgone con il suo bizzarro carico ha ormai doppiato il suo capo di buona speranza e naviga mesto lungo viale Forlanini, i palazzi del centro han lasciato sfilare il convoglio quasi che non avessero voglia di immischiarsi in quella vicenda, perché i tempi che corrono sono grami per tutti e certe cose è meglio nemmeno guardarle. Un paio di quartieri popolari però si sono affacciati e hanno benedetto la missione dei tre marmittoni, che in quelle case lì, proprio dopo viale Corsica, tutte le finestre han gli occhi, ma ogni bocca c’ha la sua bella cerniera. Il camioncino incrocia qualche altro sparuto collega che si destreggia fra carichi e scarichi per la presta apertura dei mercati poco lontani da lì, che a Milano non si sta mai con le mani in saccoccia austerity sì o austerity no. Viale Forlanini è dritto e lungo, come se l’aeroporto di Linate avesse una pista in più, così anche quelli che non possono permettersi di volare via, possono almeno sognarselo un bel viaggetto. D’altronde proprio lì dietro c’è l’Idroscalo, e se il laghetto è il mare artificiale di Milano, viale Forlanini può ben essere la rampa di lancio ipotetica dei poveri cristi verso il futuro. Lo smilzo ha finito la pizza, ma la sua fame atavica non è passata, si è anche tracannato la cedrata e la bottiglietta di vetro, rotola avanti e indietro da un lato all’altro del furgone. La scritta Tassoni, stampata sull’etichetta adesiva si vede un po’ sì e un po’ no a seconda dei sobbalzi. Il furgone scarta sulla destra, si lascia l’aeroporto alle spalle e tira dritto per una statale rabberciata verso Metanopoli, la città dell’Eni. L’autista guida sicuro. Conosce queste stradine a metà fra la campagna e la periferia a menadito ed è per questo che il cervello della banda gli ha lasciato le chiavi del furgone. Anche se il camioncino è il suo. La prova del percorso l’ha fatta tutta in bicicletta la settimana scorsa, intanto che lo smilzo si squassava la febbre. Da viale Forlanini, fino a Melegnano, solo per vie traverse e campi per stare lontani da occhi indiscreti. Metanopoli è una cittadina strana, è il punto di contatto fra il progresso e la tradizione, fra la terra e quello che ci bolle sotto, il gas e l’energia. Ma fuori di lì, appena passate le case grigie e bianche dei dipendenti dell’Eni, iniziano le cascine e compare la via Emilia, provinciale di nome e di fatto, come un nobile decaduto che si ostina a mantenere il suo titolo a dispetto degli anni, degli acciacchi, e delle camicie dai polsini ormai logori. Il furgone viaggia spedito anche se l’asfalto è sconnesso e ci si vede poco e niente. All’improvviso scarta a sinistra e si immette in una stradina sterrata piena di buchi e pozzanghere. Gli schizzi di fango nero lordano le fiancate. In fondo alla strada, bordeggiata di edifici di mattoni rossi con i cancelli di legno chiusi e le stalle piene di bestie, i tre svoltano di nuovo a sinistra e si fermano davanti ad un’aia piuttosto grande. I muri della cascina che si trovano davanti sono talmente scrostati che se ne accorgono persino alla luce fioca dei fari. L’aia è spoglia, e qua e là delle piante selvagge si sono impadronite delle crepe nella pavimentazione. Sulla porta c’è un cartello con la scritta Vendesi, mezzo staccato e pitocco. I tre scendono, aprono il portellone, trascinano dentro l’Americano. L’ambiente è vuoto e freddo. L’uomo che era al volante prende l’Americano per le ascelle e lo lega a una poltrona girata verso l’angolo più buio della stanza, poi va verso la stufa e l’accende. La mano gli fa male e sanguina un poco. Lo smilzo controlla la dispensa e scuote la testa, mentre il capo banda si affaccia a una finestra e sembra scrutare nella notte con mille pensieri. L’autista si accende una sigaretta, fa un cenno con la mano e prende la porta. Una volta fuori attende prima di salire sul furgone, finisce la sigaretta e la butta in mezzo all’aia, una goccia in più in questo mare di desolazione che si rischiara piano, in questa gelida alba che lo delinea. Poi l’uomo monta, mette in moto e volge lo sguardo verso Milano. 1 Nel dialetto milanese, letteralmente “colui che balla nudo”, per estensione il termine è sinonimo di stupido. Trae origine dai manovali a giornata che si arrampicavano a petto nudo sulle impalcature in modo spericolato. 2 A Milano, drago verde è sinonimo di fontanella pubblica. Infatti le fontanelle meneghine sono di colore verde e hanno come rubinetto la testa di un drago.
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