2. E poi, che senso ha tornare insieme?

1143 Words
2. E poi, che senso ha tornare insieme? Giovedì 10 gennaio, via Ripamonti, Bocciofila Il capolinea, ore 6,30 La radio è più alta del solito e la voce di Mina sembra ancora più calda. L’oste finisce di correggere tre caffè con un paio di dita di sambuca ciascuno, ma ne rovescia un bel po’ sul bancone. “Osvaldo che mi combini?” dice mastro Vincenzo, uno dei manovali che stanno tirando su le case di mezza via Ripamonti. L’Osvaldo impreca sottovoce, poi prende lo strofinaccio che ha sempre appoggiato sulla spalla come fosse un pappagallo rosso verde e giallo, e tira su il liquore appiccicoso e dolciastro. “Che el me scusa, mastro Vincenzo, è che con la mano sbagliata faccio fatica a far le cose di precisione”, e mostra l’altra mano, quella fasciata, quella con cui son vent’anni che corregge i caffè, spruzza i bianchi e versa i rossi. Mastro Vincenzo, un pugliese di Margherita di Savoia basso e rotondo come un lampascione3, sorride bonario all’oste, tira fuori una sigaretta tutta accartocciata e l’accende mentre con i suoi due compagni di lavoro esce dalla bocciofila. Sulla porta si gira e fa il segno di scrivere con la mano destra, poi si perde lungo la Ripamonti diretto alle sue impalcature mezzo arrugginite. La sala grande della trattoria resta vuota così come la cassa. L’Osvaldo si guarda la mano fasciata e pensa che se non fosse per tutta questa crisi e per tutti i problemi che gli riempiono la testa, non si sarebbe mai distratto mentre disossava quel coscio di maiale. Eppure c’è voluto un attimo, una distrazione e zac!, la lama che affetta la mano invece della carne suina. “Starò invecchiando” pensa quel pezzo d’uomo con la barba da orco e gli occhi da buon Samaritano. Intanto Mina canta. Di fare l’amore, del senso della vita e di tornare insieme. Già, tornare insieme. L’Osvaldo scuote la testa poi prende il libro mastro dei conti e marca le bevute dei tre operai. Hanno la convenzione, loro, come la brigata del Gaetano e dell’Ettore e come tutti gli altri dei cantieri. Solo che all’inizio pagavano puntuali, sembravano svizzeri invece che terroni. Finiva il mese e giù i danee. Adesso invece, con la congiuntura che si mangia anche le gambe del tavolo, i soldi glieli danno a rate, quando ce n’è, ma lui i fornitori li deve pagare subito sennò niente merce e niente trattoria. Tra l’altro il padrone dei muri, il Genovese, dopo la dilazione che gli ha fatto per lasciargli passar tranquillo il Natale, si è rifatto vivo. Gli ha detto chiaro e tondo che o trova i baiocchi per pareggiare l’offerta dei costruttori che vogliono anche quel pezzo di terreno lì, oppure lo farà smammare senza altre proroghe. “Sfratto esecutivo! Belìn, ha capito Benelli? Ci do lo sfratto esecutivo!”. “Va in galera, genovese de l’ostrega”, pensa l’Osvaldo mentre cerca di far quadrare i conti della settimana. La notte scorsa ha dormito niente, aveva da fare, ma anche se fosse rimasto al caldo nel suo letto con la Luisa, non avrebbe chiuso occhio lo stesso. Non conta più le pecore per addormentarsi, ma i debiti, e così non prende sonno nemmeno a sparargli. La Luisa, sua moglie, per adesso l’ha bevuta che il Genovese non gli sta più con il fiato sul collo, ma chissà per quanto riuscirà a tenerla a bagnomaria con le sue fesserie. Dalla cucina esce una donna anziana, grassa e malferma sulle gambe. In mano regge una tazza di brodo caldo. È la Cesira, la suocera dell’Osvaldo che gli porta la colazione. Con ‘sto freddo una bella tazza di brodo caldo è un toccasana. Oggi c’è il bollito anche se è venerdì che si dovrebbe far di magro, ma agli operai con il tempo che c’è mica gli si può dar la biada, c’han da far sangue per reggere queste temperature. Oggi per di più pioviggina. La Luisa arriverà più tardi, che deve portare a scuola la piccolina. La sua Marisa. La febbre le è passata e si è alzata di altri cinque o sei centimetri. Se non fosse che i vestiti le scappan di misura, così come le scarpe, ci sarebbe da esser contenti invece, inscì, ogni febbre l’è una doppia sciagura. Prima perché la bambina sta male, poi perché la guarisce e c’è da comprare tutto nuovo. Mica le possono dare la roba di suo fratello maggiore che è un maschio e anche un capellone. E qui all’Osvaldo spunta ancora un po’ più di bianco fra barba e capelli. Il Giovanni, il figlio maggiore, è una spina ficcata nel fianco. È un bravo ragazzo, ma c’ha la fissa della politica e adesso, poi, con l’anno nuovo s’è messo in testa di andare a vivere fuori di casa. Quindi torna a casa una volta alla settimana, molla giù un po’ di roba sporca e tira su quella pulita, che la sua mamma gliela sistema lo stesso. Sta dalle parti del Ticinese in un appartamento di quelli poco regolari, dicono che fanno le occupazioni per il diritto alla casa, ma all’Osvaldo non gli va proprio giù quella storia lì. Se uno c’ha diritto alla casa gliela devono dare quelli dell’istituto, mica se la può andare a prendere da solo. Poi, con tutte le case che stanno tirando su lungo la Ripamonti, il Giovanni e i suoi compagni ce ne avrebbero così da scegliere. Il Giovanni non è un lendenone4, c’ha voglia di lavorare e di studiare, solo che insieme alla voglia di far fatica, gli è cresciuta dentro anche quella di far polemica, e le due cose non vanno proprio d’accordo. L’oste chiude il libro mastro. È sotto di novanta mila lire solo per la trattoria, e se pensa a quanti soldi deve tirare fuori per i muri gli viene da svenire. Finito il brodo attraversa la sala grande, riassetta qua e là qualche sedia e apre la porta che dà sui campi da bocce. Una volta nei campi prende uno spazzolone largo due metri e si mette a passarlo nelle corsie di gioco. La sabbia va tirata bene, deve essere uniforme, né troppa e né troppo poca, sennò poi i giocatori si lamentano e non tornano più. Fare i campi con la mano tutta saccagnata è ancora più difficile del solito, ma l’Osvaldo fila dritto, soffre e non si lamenta. A metà del lavoro però si blocca. Controlla lo spazzolone e mastica un’imprecazione amara come il tossico. S’è rotto l’attacco d’alluminio del manico, c’è da cambiarlo e costa caro. Una bella crepa, forse per il freddo o forse per l’usura, e adesso la testa dello spazzolone balla su e giù e lascia tutte le righe sul terreno. L’Osvaldo stringe i pugni per la rabbia fino a farsi sanguinare la ferita, poi spacca del tutto il manico con un calcio e lascia perdere. Fermo com’è, solo, in mezzo al bocciodromo sembra un Don Chisciotte che gli han portato via i mulini a vento. Si è mangiato fuori anche quelli per far tacere i creditori. 3 Il lampascione è un ortaggio caratteristico della Puglia. È piccolo e tondeggiante e ricorda una rapa. 4 Nel dialetto milanese, con il termine di lendena s’intende il pidocchio. Per estensione il termine vuol dire parassita o sfaticato.
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