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E se Casanova fosse una donna?

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E se la più grande seduttrice di tutti i tempi non fosse un uomo, ma una donna? In una società ancora dominata da convenzioni e aspettative, Giulia Ferrelli, brillante, libera e audace, ribalta le regole collezionando conquiste maschili con la stessa arte di Casanova ai suoi tempi. Tra Venezia, Parigi e Roma, gioca con il suo fascino, il suo spirito e il suo mistero per aprirsi tutte le porte… e tutti i cuori.Ma dietro i giochi di passione e i piaceri dichiarati, Giulia nasconde una ricerca più profonda: quella di capire cosa sia veramente l'amore, al di là del dominio e della libertà. Si può amare quando si rifiuta di legarsi? Si può essere donna e Casanova senza essere condannati dalla società?Una storia provocante, sensuale e brillante, che interroga i rapporti di potere, di genere e di desiderio.

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Capitolo 1 – L'arte di denudarsi
Giulia Ferrelli Mi chiamo Giulia Ferrelli, e sono nata in una casa dove i muri trasudano virtù. O almeno, ciò che il mondo chiama così. Figlia del senatore Vittorio Ferrelli, cresciuta nell'opulenza dorata di un palazzo veneziano, sono stata allevata tra marmi freddi, arazzi con scene bibliche e lezioni rigide di un'educazione che si dice nobile. A sette anni, mi insegnavano a declinare le virtù cardinali. A dieci, a tacere quando gli uomini parlavano. A dodici, avevo già compreso una verità più antica delle loro morali: la virtù è un abito troppo stretto cucito da mani d'uomo. Ma io osservavo. Guardavo le mani dei domestici tremare quando incrociavano lo sguardo di una bella. Ascoltavo i sospiri trattenuti dietro le porte chiuse. E spiavo, silenziosa, il modo in cui una donna poteva piegare un uomo con un solo sorriso. No, non conoscevo ancora l'amore. Né il sesso. Ma sapevo che il desiderio aveva un sapore più prezioso dell'incenso delle chiese o del velluto delle cappelle. Che era una forza, un soffio, un'abbraccio invisibile capace di rovesciare i re. E decisi che quell'arma sarebbe stata mia. --- Stasera ho ventun anni. E sono seduta nel grande salone di palazzo Ferrelli, le gambe incrociate sotto un abito di seta avorio così sottile che abbraccia ogni brivido della mia pelle. Il pizzo accarezza l'alto del mio petto, ma si ferma dove inizia l'indecenza. Appena abbastanza per eccitare, mai per saziare. Mia zia Artemisia mi lancia sguardi assassini tra un sorso e l'altro di vino dolce. Le convenienze, mormora. Un'altra forma di catena. Ma non è lei che mi interessa. È lui. Il conte Lorenzo Baldi, erede di un dominio a nord di Firenze, ricco, colto, famoso per la sua collezione di oggetti antichi e la sua reputazione di libertino raffinato. È seduto a due posti da me, vestito di un abito granata ricamato d'oro, i suoi occhi color ambra che mi analizzano con la minuzia di un uomo abituato a scegliere i suoi piaceri come si sceglie un vino raro. Mi scruta da quando sono entrata. Crede di nascondersi dietro le sue maniere. Non sa che io vedo tutto. Che sento tutto. Passo lentamente un dito sul bordo del mio calice di cristallo. Un cerchio. Un altro. E lo vedo irrigidirsi, impercettibilmente. È preso. Già. Lo guardo finalmente. – Sembrate… pensierosa, madonna Giulia. La sua voce è grave, velata, leggermente rauca. Crede ancora di parlare a una signorina ben nata, saggia e ancora più saggia. Inclino la testa, offro un mezzo sorriso. – Penso alla noia, conte. A tutto ciò che ci viene imposto. Un breve silenzio. Poi un soffio. È turbato. Mi piace. Mi piace sentire il potere invertire i ruoli. Mi piace sentire il controllo scivolare dalle sue mani nelle mie. Mi alzo. Il mio abito ondeggia attorno ai miei fianchi come una promessa sussurrata. I candelabri proiettano sulle mie spalle ombre tremanti. Mi avvicino a lui, lentamente, e mi chino al suo orecchio. – Conoscete i giardini privati di palazzo? Lui si blocca. Un respiro. Un'esitazione. Poi si alza, docile. Mi segue. Ovviamente mi segue. L'aria della sera profuma di caprifoglio e glicine. Sotto i cipressi, la luna si infila tra il fogliame come una cortigiana curiosa. Sento i suoi passi dietro di me. Ma non mi giro. Solo i deboli cercano il permesso nello sguardo degli altri. Io sono il fuoco. Sono la tempesta. Raggiungiamo la piccola vasca. L'acqua, placida, riflette le stelle come perle smarrite. Mi fermo. Mi giro verso di lui. Lentamente, sciolgo un primo bottone. Poi un altro. Poi un terzo. Il mio corpetto si apre sulla nascita dei miei seni, pallidi come la luna, ancora coperti da un velo di pizzo. Non mi muovo più. Lo guardo. – Cosa fate? sussurra lui, la voce strozzata. – Studio le vostre intenzioni. Gli uomini sono così prevedibili. Mi avvicino. Molto vicino. Il mio fiato sfiora la sua guancia. La mia bocca sfiora la sua senza toccarla. Lui trattiene il respiro. Sento il suo desiderio come un temporale in lontananza. – Credete di dominare. Ma non avete alcun potere. Non qui. Non con me. Lui tende la mano. La fermo, le mie dita sul suo polso. – Solo se dico sì. E lo dico. Con una voce così bassa che diventa ordine. È febbrile. Troppo sicuro di sé, eppure disorientato. Mi tocca come un uomo affamato, ma io lo rallento. Sono io che decido. Sono io che comando i sospiri e i silenzi. La sua bocca si perde sulla mia pelle, scende, trema un poco. Scopre i miei seni, i miei fianchi, il mio ventre con la devozione di un uomo che non sa che sta perdendo. Lo spingo contro il pavimento di pietra calda, mi siedo su di lui. Il mio abito si dispiega attorno a noi come un sipario teatrale. Lui mi penetra. Troppo presto. Troppo forte. Io non grido. Non gemo. Lo guardo. E sorrido. Prendo il ritmo. Il controllo. La mia mano stringe i suoi polsi a terra. La mia voce lo guida. La mia bocca gli ordina. Lui impazzisce. Geme, quasi supplica. Ondeggio su di lui come una dea antica. Lo porto sull'orlo di sé stesso. E lo trattengo. Ancora. Ancora. Finché non è più che un corpo offerto alla mia volontà. Lui gode con violenza. Lo sento frantumarsi sotto di me. Come un uomo che è stato conquistato senza mai essere toccato nel cuore. Rimane lì, ansimante, svuotato, battuto. Mi guarda come un uomo che ha appena intraveduto qualcosa che non potrà mai più raggiungere. Io mi alzo. Mi rivesto. Lentamente. Bottone dopo bottone. Pizzo sulla pelle. Tessuto sul potere. – Chi siete, diavolo…? soffia lui, gli occhi sgranati. Mi chino, lo bacio all'angolo delle labbra. – Sono ciò che gli uomini temono e desiderano. Sono ciò che non potrete mai trattenere. Poi mi giro, e scompaio tra le ombre, senza un rumore. Domani sarò altrove. In un altro palazzo. Sotto altri occhi. Con altre labbra da pervertire. Sono una leggenda che non si trattiene mai. Sono Giulia Ferrelli. E questo mondo mi appartiene.

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