Capitolo 1

1783 Words
Capitolo 1 Loïc «La peggiore delle tragedie ritorna con una chiarezza devastante. Cooper non c’è più.» Loïc Berkeley Sento piombarmi addosso una pesantezza che mi schiaccia i polmoni. Non riesco a respirare. Mi pervade il panico mentre comincia la mia battaglia con la paura. È tutto buio. Dove sono? C’è puzza, non di terra e sudore, ma di prodotti chimici e igienizzante, forse alcol disinfettante. Il petto mi si allarga mentre inspiro, causandomi un dolore acuto alle costole. Smetto di inspirare profondamente e mi concentro sul fare respiri brevi e deboli. Cosa mi succede? Dove sono? Cerco di aprire gli occhi, ma mi riesce molto più difficile di come dovrebbe. Perché non si aprono? Mando il comando al mio cervello e aspetto. Apri. Apri. Apri. Non succede niente. Cazzo. Un’agonia lancinante mi scuote il corpo, comincia dalla testa per poi diffondersi verso il basso. Provo una fitta alla gamba talmente acuta da farmi capire che sto per morire. È impossibile sopportare un dolore tanto forte. Lancio un urlo disperato e tormentato, ma non emetto alcun suono. Infatti, non sento proprio niente. E il dolore... è decisamente troppo. Più di quanto riesca a sostenere. Sto morendo. Stringo i denti e sopporto, cercando di tenere duro, di resistere al dolore atroce. Ma non ci riesco. Non sono abbastanza forte. So che è finita, la vita mi sta abbandonando, ma mentre il buio mi trascina con sé, sono felice di essere libero. «Luogotenente Berkeley, mi sente?» chiede una voce maschile. Ci metto un momento a registrare le parole. Apro fiaccamente gli occhi, ma li richiudo in fretta, perché la luce brillante mi dà fastidio. «Signore?» chiede di nuovo. Con un respiro profondo, apro di nuovo gli occhi, con più cautela, permettendo loro di ambientarsi alla luminosità che mi circonda. Sbatto le palpebre una volta, poi di nuovo. Mi guardo intorno e capisco che sono in ospedale. Cos’è successo? Quando l’uomo che mi sta parlando entra nel mio campo visivo, smetto di esaminare la stanza. Sembra sulla quarantina, i suoi occhi marroni sono gentili ma, se non mi sbaglio, dentro vi leggo pietà. Mi sbaglio? Quel pensiero mi fa venire un conato di vomito. Perché mi guarda così? Apro la bocca per cercare di porgli una domanda, ma riesco solo a produrre un suono gracchiante e rauco. L’uomo alza una mano. «Sicuramente ha la gola secca, le prendo dell’acqua.» Uscendo dalla stanza, mi lascia da solo a navigare nell’immenso mare delle mie domande. Chiudo gli occhi e cerco di rammentare cosa è successo. La cosa assurda è che non riesco a ricordare quasi nulla. La mia mente è annebbiata, i miei pensieri invischiati in un pantano fatto di nulla. L’uomo fa ritorno con una tazza di polistirolo e una cannuccia. Pigia un bottone accanto al mio letto e la parte che ho dietro la schiena comincia ad alzarsi lentamente. «Va bene così? Le fa male?» chiede. Scuoto la testa, rispondendo alla seconda domanda. Continua a far alzare il letto fino a quando non mi ritrovo seduto, poi mi posiziona la tazza di fronte al viso e mi preme la cannuccia piegata sulle labbra. Aprendole, prendo un sorso d’acqua, che mi scivola nella gola come fosse fatta di schegge di vetro. Bevo di nuovo e faccio un cenno per fargli capire che ho finito. L’uomo appoggia la tazza sul comodino. «Sono il sergente Hannigan, il suo infermiere, al momento, anche se mi rimpiazzerà il soldato Taylor...» Guarda fugacemente l’orologio sul muro. «Tra un’ora, lei è molto più dolce di me. La adorano tutti ed è anche una gioia per gli occhi.» Sorride alla sua stessa battuta. «Cosa...» provo a chiedere. «Le farà male la gola per un po’. Cerchi di tenersi idratato più che può. È stato intubato, poi in coma farmacologico fino a quando non si è riassorbito il suo edema cerebrale e le ferite più gravi sono parzialmente guarite. Si ricorda cosa è successo?» Scuoto la testa. «Si trova al centro medico Landstuhl Regional, in Germania» dice. Immediatamente, mi ricordo che è l’ospedale militare dove vengono mandati i soldati feriti all’estero per ricevere cure mediche. Continua: «Era in Afghanistan, in missione vicino Sarowbi, è stato colpito da dei frammenti di granata e l’esplosione l’ha scagliata contro il muro, l’impatto è stato abbastanza forte. È stato soccorso e portato qui in aereo. Da quello che ho sentito, è fortunato a essere vivo.» «Ferite?» riesco a dire. «Ha riportato un trauma cranico e molte ferite che hanno richiesto suture. Alcuni frammenti si sono conficcati nel lato dell’addome ma, per fortuna, non hanno colpito gli organi importanti.» Noto che lancia uno sguardo verso il basso, prima di guardarmi di nuovo negli occhi. «Un frammento più grande le si è conficcato nella gamba sinistra, causando danni irrimediabili, il chirurgo ha dovuto amputare parte dell’arto, da sopra il ginocchio.» Sgrano gli occhi, mentre recepisco le sue parole. Amputare? Cauto, porto lo sguardo sulle lenzuola che mi coprono. Come previsto, il sottile tessuto bianco ricade sul materasso nel punto in cui avrebbe dovuto esserci la mia gamba sinistra. Alzo il braccio per spostare il lenzuolo, ma mi manca il fiato, mentre un dolore acuto mi colpisce nella zona delle costole. Mi premo il braccio sulla parte bassa del petto, finché il dolore non passa. «Mi dispiace, ho dimenticato di dirle delle costole rotte. Il suo corpo è ancora piuttosto ammaccato, ci vorrà un po’ perché guarisca del tutto.» Faccio un cenno verso la mia gamba. «Posso vederla?» La voce mi si spezza. «Certo.» Il sergente Hannigan scosta il lenzuolo. Sotto il camice d’ospedale, la mia gamba destra giace piena di varie sfumature di lividi sul materasso. È come un caleidoscopio di viola, giallo e marrone, con dei tagli qua e là. Il loro aspetto mi dà quasi la nausea. Poi trovo il coraggio di guardare la gamba sinistra e... non c’è. Non c’è niente. Il mio sguardo si sposta sul mio arto pieno di lividi e poi nel punto in cui ci dovrebbe essere l’altro, ma non c’è nulla. Nulla. Nessuna gamba martoriata fa capolino dal sottile camice d’ospedale. Mentre fisso il punto in cui ci dovrebbe essere la mia gamba, il sergente Hannigan alza il camice di un paio di centimetri per mostrarmi il moncherino bendato e, a parte questo, avvolto dalle garze, non c’è niente da guardare, è il patetico ricordo di una gamba. Sospirando, riappoggio la testa sul cuscino e il sergente mi sistema le lenzuola. Chiudo gli occhi e penso alle mie gambe, ma la cosa assurda è che riesco comunque a sentire la sinistra. Ci riesco davvero. Faccio un cerchio con il piede, percepisco il rumore che fa la caviglia per il movimento. Eppure, aprendo gli occhi e guardando in basso, non vedo nessun piede che si muove e fisso il punto in cui dovrebbe essere. «Tutto bene, luogotenente?» mi chiede Hannigan. «Tutto bene» mento. Come potrei stare bene? Sono ridotto male, in un ospedale in Germania, senza una gamba, cazzo. No, non sto bene. «So che è tanto da digerire, ci sono dei dottori con cui può parlare, aiuta.» «No, sto bene, davvero.» Giro la testa di lato e vedo per la prima volta una finestra. Purtroppo si vedono solo mattoni marroni, molto probabilmente l’esterno di un’altra parte di ospedale. «Va bene, allora finisco la sua cartella. Il soldato Taylor sarà qui a breve e le servirà del cibo morbido, perché il suo corpo possa riabituarsi a quello solido. Non c’è niente di meglio della gelatina per cena, vero?» La domanda del sergente Hannigan è retorica, quindi la ignoro. «Il dottore arriverà entro un’ora per discutere tutto con lei. L’ho chiamato quando ha cominciato a svegliarsi. Posso portarle qualcosa prima di andare?» «No» rispondo piano. «Va bene, se ha bisogno di qualcosa, prema questo bottone qui» mi indica un bottone rosso sulla sponda del letto. «Le ho inserito degli antidolorifici nella flebo subito prima che si svegliasse, ma se il dolore diventasse troppo, possiamo aumentare la dose.» «Ah, sergente Hannigan?» dico, prima che se ne vada. Lui si gira a guardarmi. «Sì?» «Da quanto sono qui?» «Circa due settimane.» «Quanto crede che resterò?» chiedo. «Ne può parlare con il dottore quando arriva, ma suppongo altre due settimane prima di poter volare all’ospedale militare Walter Reed. Poi, probabilmente, seguirà un’intensa riabilitazione per circa un mese, prima che l’autorizzino a tornare a casa per seguire il resto del trattamento presso l’ospedale per reduci più vicino. Quindi potrà tornare a casa a maggio. Le cose possono variare, ovviamente, ma con un infortunio come il suo, questa è la mia ipotesi» risponde allegramente. «Grazie» annuisco. Mi fa un gran sorriso ed esce dalla stanza. Mi sento stanco e chiudo gli occhi. Cercherò di capire tutto quanto dopo, come ricostruire i pezzi della mia vita, come riacquisire i miei ricordi, capire come fare tutte le cose che amo con una gamba sola. Al momento, però, ho solo bisogno di dormire. Non so se siano i medicinali per il dolore o lo sfinimento del mio corpo martoriato, ma il torpore arriva quasi subito. Sto per piombare in un sonno profondo e beato, ma proprio nel momento in cui tutto il mondo sta per svanire, ancora cosciente del mio corpo, succede. Lo vedo. Lo guardo terrorizzato mentre salta, lanciandosi con il corpo sulla granata. Cerco di fermarlo, ma non ci riesco, non riesco ad afferrarlo in tempo. Pietrificato, fisso il suo corpo che si dilania. Brandelli del mio amico mi colpiscono, mentre volano nell’aria, e grido in preda al dolore, un’incessante e intensa agonia, tanto profonda da bruciarmi l’anima. La peggiore delle tragedie ritorna con una chiarezza devastante. Cooper è morto. È morto. Salto a sedere sul letto, ignorando le proteste del mio corpo, e grido, un urlo selvaggio, per il dolore peggiore che abbia mai provato. Non riesco a smettere di urlare, il cuore mi fa male, la pena è così tangibile che si manifesta nel fisico, mi devasta, spezzandomi la mente, il corpo e l’anima in centinaia di pezzi. Noto appena la presenza di altre persone. In lontananza sento qualcuno che mi chiama, ma non posso tornare indietro. Sto annegando in un mare di sofferenza, la vista del corpo dilaniato di Cooper mi colpisce con la forza di massi che cadono da una montagna di tormento. Percepisco il loro peso che mi schiaccia a terra. Il terreno sotto di me trema per la rabbia, portandomi con lui. Voglio essere seppellito vivo nel mio dolore, lo merito. Non sarebbe dovuto toccare a lui. Non a lui. Mai a lui. Improvvisamente, le grida si fermano e vengo avvolto dall’oscurità. La mia mente è annebbiata, non riesco a concentrarmi sul ricordo di Cooper, lo sto perdendo. Ma non è possibile... L’ho già... Perso.
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