Capitolo 2

991 Words
Capitolo 2 Loïc «So di essere poco più di un ammasso di carne, uno spreco di spazio, ma esisto, almeno è qualcosa.» Loïc Berkeley Vivo in un déjà-vu da incubo da una settimana. Mi sveglio, mi ricordo di Cooper, impazzisco, vengo sedato e dormo. E poi da capo. Nei pochi momenti di lucidità, prima di impazzire, mi ricordo tutto. Tutti i ricordi, belli o brutti, sono tornati. La cosa peggiore è che la maggior parte dei miei ricordi fa schifo. Ho avuto una vita orribile, perdo tutti quelli che amo, tutti. Un carosello di incubi si riproduce costantemente nella mia mente, per tormentarmi, suppongo. Sono disteso su questo letto, impossibilitato a scappare e costretto a rivivere tutte le terribili vicende della mia vita... ancora e ancora. Fugaci immagini di London cercano di rompere la catena d’orrore, ma non lo permetto. Infatti, il solo pensare a lei mi infastidisce, perché so che non potrò mai averla. La perderò, come è successo con tutti gli altri. Non starò ad aspettare che succeda questa tortura con lei. Preferisco finirla subito. Ho sbagliato a far avvicinare Cooper, avrei dovuto immaginarlo. Ma non porterò London giù con me. Sono passate tre settimane da quando le ho parlato per l’ultima volta. Chissà, magari ha già voltato pagina, sarebbe meglio così. È passata un’altra settimana, sette giorni, centosessantotto ore, diecimila ottanta minuti. Ogni momento si trascina come una nebbia grigia, che mi avvolge nel suo nulla. Ed è quello che sento, il nulla. Spreco solo spazio. Non mi sveglio più di scatto dai miei incubi, gridando per il dolore finché un’infermiera non si affretta ad arrivare con i sedativi per calmare le mie urla. Infatti mi riesce difficile provare qualsiasi tipo di sentimento. Il personale medico ha utilizzato termini del tipo depressione e disturbo post-traumatico da stress. Ogni giorno prendo tantissime pillole, tale quantità probabilmente non mi fa bene, ma nemmeno questo mi interessa. In realtà, ho perso qualsiasi tipo di interesse: per la vita, per i sentimenti, per l’amore, per l’affetto. Non provo più nulla. Non so se sia dovuto dalla grande quantità di farmaci o dalla mia condizione e stato mentale, non lo so e comunque non mi importa. Non voglio provare sentimenti, interessarmi di qualcosa o amare. Perché dovrei? Non fa altro che causarmi dolore e ho sofferto abbastanza per tutta la vita. So di essere poco più di un ammasso di carne, uno spreco di spazio, ma esisto. Almeno è qualcosa. Fisicamente, non potrei sopportare più nulla, mi sgretolerei. Un altro colpo in grado di causarmi sofferenza mi distruggerebbe, sarei finito, ne sono certo. Ho perso tutte le mie battaglie. Il semplice esistere mi costa già molto sforzo, non posso sopportare altro. Sbattendo le palpebre, scappo dai miei pensieri per concentrami di nuovo su quello che la dottoressa seduta accanto al mio letto sta dicendo. Okay, non mi concentro esattamente sulle sue parole, vedo le sue labbra che si muovono, noto le rughe intorno alla bocca spostarsi e piegarsi a ogni parola. Penso abbia almeno cinquant’anni, forse sessanta. Se li porta bene, le rughe non sono profonde e segnate, come quelle di chi soffre, sono sottili e appena accennate, segno di una persona che ha vissuto ed è invecchiata con grazia. Scommetto che ha avuto una bella vita. Ha gli occhi marrone scuro, che brillano di felicità. Mi ricordano gli occhi di qualcun altro, di una bellissima ragazza che ho amato, ma respingo quel pensiero nel profondo della mia mente, per non doverlo elaborare. Com’è che si chiama? Dottoressa W... qualcosa, forse Wayne? Washington? White? Non ricordo, anche se viene a trovarmi ogni giorno da una settimana. Il mio sguardo si sposta sul cartellino che porta. Strizzando gli occhi leggo: dottoressa olivia warner. Ecco. La dottoressa Warner è stata più che paziente con me. Francamente, non sono sicuro del perché continui a tornare. Deve essere evidente che non la sto ascoltando sul serio. Durante le sue visite parlo appena, non voglio partecipare a questa merda psicanalitica che sta tentando di fare. Non voglio abbattere le mie barriere, confrontarmi con le mie paure, niente del genere. E di sicuro non voglio parlarne. Mi sta bene rimanere come un guscio vuoto. «Loïc?» La sua voce è più alta del normale e ha un tono ostinato. Mi fa trasalire e distogliere l’attenzione dalla mia analisi della sua camicetta di seta rosa. I miei occhi scattano in alto per incontrare il suo sguardo trepidante. «Ti ho chiesto se hai contattato qualcuno dei tuoi cari, come avevamo detto.» Mi limito a fissarla con la bocca aperta. «Loïc, è importante per la tua ripresa. Devi sentire la connessione con le persone che ti vogliono bene, c’è una vita che ti aspetta a casa. È fondamentale che ti venga ricordato. Puoi, per favore, provare a contattare qualcuno a casa? Una chiamata sarebbe la cosa migliore, ma puoi cominciare con un’email, se ti mette meno a disagio. Vuoi che ti aiuti?» Scuoto la testa. «Faccio da solo.» La dottoressa Warner lascia andare un sospiro di sollievo, non accade spesso che risponda a una delle sue domande. Suppongo sia giusto darle questa piccola vittoria. «È fantastico, Loïc. Ti prometto che ti aiuterà a guarire. È importantissimo per te capire che hai tanti motivi per cui vivere.» Sorride, emanando pura gentilezza. So che ha buone intenzioni. «Come ti ho detto, questo è il nostro ultimo incontro. Il mio collega, il dottor Benjamin, che continuerà la tua terapia mentre sei al Walter Reed, è un uomo incredibile.» Annuisco, anche se non me ne potrebbe importare meno di chi prenderà il suo posto. La dottoressa continua a parlare per un po’, ma sento ben poco, prima che mi sorrida per l’ultima volta ed esca dalla mia stanza. Domani ritornerò negli Stati Uniti. Mi daranno una protesi per la gamba, molti nuovi dottori e un nuovo regime di terapie, fisiche e psicologiche. Non so come reagire a tutto questo, quindi continuerò a non provare nulla.
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