Capo 2
Fin da bambino aveva fatto sogni molto realistici, che generalmente ricordava e raccontava ai genitori, che gli dicevano che era un po’ matto. La mamma specialmente, che si preoccupava, gli diceva di scordarseli in fretta, altrimenti lo avrebbero portato in un altro posto, lontano, e non sarebbe più potuto tornare a casa.
Se ne stava nel letto a occhi chiusi, tutto coperto, solo la punta del naso e la fronte fuori. Non voleva aprire gli occhi quella mattina.
Il sogno non se ne voleva proprio andare, almeno gli sembrava. Strano era strano e anche a colori. Ma doveva scordarlo in fretta, altrimenti… e se la mamma avesse avuto ragione?
La voce autoritaria e sempre furiosa del sergente Tancredi era la sveglia più sgraziata che il caporale Rambaldi Valentino potesse desiderare.
E anche oggi eccolo come una tempesta, a gracchiare i suoi comandi.
«Sveglia, lumache! Dormiglioni! Qui non c’è la mamma che vi prepara il latte con il pane bianco. Svelti a lavorare per sua Maestà Vittorio Emanuele, che conta su di voi! Sveglia sfaticati, sveglia!»
«E va bene – pensava Valentino – la mia giornata di furiere incomincia così.»
Da quando era iniziata la guerra i furieri non c’erano più, ma lui sarebbe arrivato in alto, sempre più in alto, fino al nuovo grado, appena sfornato dagli Alti Comandi: maresciallo!
«Mi hanno assegnato in questo meraviglioso magazzino, dove c’è tutto e tutti siamo contenti di esserci, anche il sergente Tancredi, che sembra un Mangiafuoco, ma in fondo è buono. Qui c’è ogni bendidio e io sono bravissimo a trovare tutto per chi me lo chiede. Se continuo così, sarò presto caporalmaggiore!»
In effetti il caporale Rambaldi sapeva lavorare benissimo. Per quello che doveva fare, era preparatissimo, anche se la scuola per lui era finita alla terza elementare.
Aveva smesso, perché poi «Qualcuno che guarda le pecore ci deve pur essere e io non posso mica assumere un pastore!» E quindi, se suo padre si occupava delle mucche e lavorava la terra, gli altri due erano troppo piccoli e sua sorella grande doveva aiutare la mamma in casa, nel pollaio e con i conigli, le pecore non potevano che toccare a lui. La scuola era un lusso.
Adesso era felice di essere cercato da tutti e che tutti si aspettassero da lui una soluzione.
Era divorato dall’ansia di riuscire, di bruciare le tappe, di arrivare in cima: voleva scordare con il successo da dove arrivava e dove fatalmente sarebbe tornato, se non avesse fatto carriera.
Quando un ufficiale voleva qualche cosa di particolare, lui gliela trovava immancabilmente.
Quella mattina era appena arrivato al suo tavolo da lavoro, lisciandosi la divisa, quando era entrato il capitano Farina che gli aveva detto con fare complice:
«Caporale, ho una voglia matta di fumare dei sigari come quelli che il conte Bormida mi ha offerto nella sua tenuta: sottili, lunghi, profumati. Mica la merda che mi danno qui. Tutte le volte che sento il loro profumo, mi viene in mente la Contessina. Che occhi, che portamento!»
«Comandi, signor capitano!»
Lo sapeva perfettamente di che cosa parlava e di che cosa si lamentava.
Il fumo per la truppa arrivava ogni settimana a Bassano del Grappa nelle retrovie, insieme all’acquavite e alla cioccolata della Croce Rossa.
La razione di sigarette era uguale per tutti. Il tabacco era uguale per tutti. Cambiava la forma, ma era tabacco toscano, tagliato con la cicoria secca e trattata.
C’era un certo quantitativo in più per le missioni speciali, i premi e gli ufficiali inferiori. La qualità però era sempre quella. Un quantitativo in più che serviva agli ufficiali solo per fare scambi tra loro e con la truppa. Tutti lo sapevano, ma nessuno diceva niente.
Nelle retrovie ci si arrangia, durante la guerra il tempo corre veloce e fino ai capitani le persone partono e quasi mai tornano.
Quindi, se ci si procura un po’ di piacere, che male c’è?
La licenza dura sempre troppo poco. Di questo erano tutti convinti.
A maggiori e tenenti colonnelli, invece, si distribuivano anche trenta sigari alla settimana: trinciato forte toscano di alta qualità. Molto profumato, gran gusto e combustione lenta con poca brace. Ideale per non essere inquadrati dai cecchini, quando malauguratamente dovevano andare a ispezionare le postazioni avanzate.
A colonnelli e generali arrivavano anche quelli ricordati dal capitano Farina, che sicuramente era a conoscenza di che cosa c’era a disposizione dei gradi superiori, per averne sentito il profumo durante i rapporti ufficiali: tabacco biondo della Pennsylvania, importato apposta e finemente trattato.
«Comandi signor capitano, domani sera glieli porto io nel suo ufficio!»
«Domani me ne vado. Se arrivano questa sera, ti segnalo per una promozione!»
«Comandi!» Scattò sull’attenti battendo i tacchi, mentre si sentiva già in tasca la nuova spallina. Tanto di quei sigari ne teneva per sé sempre due confezioni al mese. Nessuno si accorgeva che spariva qualche scatola tra quelle che effettivamente venivano distribuite. E poi chi poteva dire che non fossero state perdute o dimenticate da qualche generale e chissà dove poi. Meglio non indagare, meglio non domandare e lui la faceva sempre franca.
Le scatole, avvolte in una bella carta gialla, erano ben custodite nel suo armadio personale: porta rinforzata di ferro e due serrature di sicurezza.
Gli servivano per fare altri scambi e non solo a soddisfare i capitani.