Capo 3

1129 Words
Capo 3 Quindici giorni dopo era caporalmaggiore. A Bassano sembrava di stare negli uffici di un’azienda commerciale, una grande azienda di importazioni/esportazioni, solo che lì si riceveva il materiale dalla patria e si smistava per l’inferno. Gli incroci tra merci e persone li decideva lui. Sveglio, forte, spiritoso e anche bello: alto uno e settantotto, gli avevano detto alla visita di reclutamento. Bruno, occhi marroni, pelle chiara, che non si abbronzava al sole, anzi si scottava facilmente. Ma soprattutto giovane. Quella città era un mondo a parte: tutti erano giovani. Buona salute, allegria, stavano bene e si divertivano molto. Generali, colonnelli e maggiori, un po’ più vecchi, brontolavano, come zii burberi, ma non davano fastidio, erano pochi e partecipavano alla festa: camerati, amici, infermiere, crocerossine, reclute, tabacco, alcol, musica. E il giorno più bello era quando arrivavano le signorine per i soldati. Ogni nuova quindicina gli dava buone opportunità. Poteva scegliere, ritardare le partenze per altre destinazioni e offrire le più belle a maggiori e colonnelli, che gliene erano molto grati. Per l’appunto il colonnello Del Frate, un uomo molto timido, non avrebbe mai osato partecipare a quella specie di pesca miracolosa che si svolgeva tra i suoi colleghi. Ma aveva notato Rosetta tra le altre. Sembrava un’educanda e quel genere di ragazza lo faceva veramente impazzire. Anche lui l’aveva vista: difficile dimenticare quegli occhi. Quando l’aveva guardata, tra i cappelli e gli ombrellini che scendevano dalla tradotta, lei si era voltata e gli aveva sorriso in un modo che non sembrava quella che era. Il colonnello gli aveva confidato quanto gli piaceva e lui aveva troppe cose a cui pensare: altro che amore, roba da ragazzi o da ufficiali disperati. «È meglio se me la tolgo dal cuore: devo lavorare!» La ragazza sarebbe dovuta partire per le zone più avanzate dopo tre giorni, nel gruppo per la bassa forza. Chissà come ci era finita lì in mezzo, carina ed educata come sembrava. Il colonnello temeva che adesso sarebbe sparita e lui sarebbe rimasto a bruciare di desiderio. «Una perla così per la bassa forza: un delitto!» «Valentino!» chiamò. Il caporalmaggiore era distaccato due pomeriggi alla settimana alle dirette dipendenze del colonnello Del Frate. Gli attendenti a quel punto della guerra erano rari, spediti al fronte per aiutare gli ufficiali in prima linea. «Comandi, signor colonnello!» «Capisco – fece esitante l’ufficiale – che ti chiedo una cosa difficile: solo i sergenti esperti potrebbero riuscirci!» Valentino, che aveva visto con che occhi l’uomo continuava a mangiarsi la Rosetta, rispose: «Non dite altro, colonnello, farò l’impossibile!» Divenne sergente dopo dieci giorni e Rosetta, per motivi di salute, non partì. Era bello rimanere lì. Il tempo passava e la guerra sembrava che riguardasse solo gli altri. Faceva piaceri, trovava cose, rubava quel tanto che serviva per fare carriera e per essere felice. Nessuno era bravo come lui. Anche i pochi commilitoni che la guerra l’avevano vista in faccia, quando tornavano lì, sembrava che la volessero dimenticare subito e si buttavano a capofitto nei divertimenti e nei maneggi che lui organizzava per tutti. Era sergente da quindici giorni, quando si presentò da lui il maggiore Forlani, con la sua aria paterna. Nessuno riusciva a capire che età avesse. Si sussurrava che lo tenessero al reggimento per rispetto, ma che l’età per essere messo a riposo l’avesse superata già da molto tempo. Sapeva tutto di tutti e si diceva che anche i generali, prima di decidere che cosa fare, chiedessero consiglio a lui, come se fosse il vero capo dello Stato Maggiore e, tutto sommato, era meglio non contraddirlo se decideva qualcosa. Per i ragazzi appena arrivati, ma anche per quelli che stazionavano nelle retrovie, come Valentino, era una specie di dio. «Salve sergente Valentino – disse amichevole – hai fatto una bella carriera. Ma d’altronde te lo meriti: sei proprio in gamba. Credo che sia ora di darti più responsabilità: un magazzino tutto tuo da amministrare. Se stai qui, sarai uno dei tanti, invece dove ti trasferisco potrai davvero dimostrare quello che vali. C’è più rischio, ma se non si rischia, non si cresce. Domani parti per San Donà del Piave, stiamo organizzando un centro di smistamento materiali e truppe e tu sei il più indicato per dirigere gli approvvigionamenti. Avrai tutta una squadra sotto di te. Ancora una cosa. Ti ho fatto promuovere: per comandare una squadra ci vuole un sergente maggiore.» «Comandi, maggiore! Grazie molte e, se ha bisogno di qualcosa, non esiti: sempre ai suoi ordini!» «Aspetta a entusiasmarti, Valentino! Avrai tutto, oneri e onori…» «Non dubiti, signor maggiore, non la deluderò!» Forlani già si allontanava, dopo essersi portato rapidamente due dita alla fronte, mentre lui lo guardava, avvertendo un leggero disagio, che subito scacciò, orgoglioso per la promozione. «Non ho fatto neanche tempo a cucirmi i gradi da sergente, che devo aggiungerci una greca!» gongolò. Magazzino perfetto, materiale ordinato: ci aveva messo dieci giorni, ma il suo centro di smistamento era il migliore. Niente da invidiare a quello di Bassano. Solo la tradotta non gli piaceva. Arrivavano a migliaia, allegri cantando, con il cappello sulle ventitré e le crocerossine se li mangiavano con gli occhi e non solo. Ma quando di notte la tradotta tornava ne riportava indietro centinaia: vederli sui carri aperti e ai finestrini, ma soprattutto sentirli, non era divertente e anche quelle armoniche che suonavano qua e là strappavano il cuore. Valentino fumava più spesso e beveva anche più grappa di qualche tempo prima. «Non ci voglio pensare: mi è toccato un bel posto e non posso preoccuparmi per gli altri.» «A chi la tocca la tocca» cantavano gli alpini che arrivavano al mattino: l’importante era che la toccasse sempre a qualcun altro. Poi c’era tantissimo da fare. Dalla farmacia centrale di Milano incominciarono ad arrivare, prima pochi, poi sempre più pacchetti avvolti in pesante carta blu, la stessa delle forniture di zucchero. In un primo momento li consegnavano direttamente al colonnello medico, poi divenne un’abitudine e trovarono posto, ben in vista, vicino alle casse di grappa e cognac. Sopra c’era stampigliato: «Per azioni speciali. Arditi». Erano soldati coraggiosi e temerari. Lui ne aveva conosciuti. Erano addestratissimi, spacconi e sbruffoni. Ma utilissimi al Comando. Come terrorizzavano loro il nemico nelle trincee, neanche gli obici da montagna ci riuscivano. Non ci mise molto a capire che con quella polvere bianca, che assomigliava allo zucchero a velo, ci avrebbe potuto fare i migliori affari della sua vita. I pacchetti blu entrarono anche nel suo armadio speciale, che aveva viaggiato con lui da Bassano. Zurlan, un Ardito proveniente dai bersaglieri, mentre era in licenza premio per aver fatto saltare da solo un’intera casamatta austriaca piena di mitragliatrici, gli aveva detto che prima di lanciarsi all’attacco se ne era tirata un bel po’ di quella polvere. Gli sembrava che le pallottole passassero attraverso il suo corpo, senza ferirlo. Si sentiva immortale, mentre urlava e urlava. Era felice, anche quando apriva la gola ai nemici sopravvissuti. Cocaina la chiamava e lui aveva incominciato a far sparire qualche pacco, pochi per la verità, ma abbastanza per i suoi scopi. E l’occasione di usarla con profitto arrivò.
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