Non è giusto, obiettai, mordendomi l’interno di una guancia per non piangere.
Non ora, non quando il tassello finale del puzzle sul quale avevo sudato sette camicie stava per incastrarsi e completare l’opera. Avevo fatto enormi sacrifici per giungere a quel traguardo, mutilato la mia intera esistenza, pur di assicurarmi quella promozione. Una sola telefonata, però, aveva ribaltato ogni cosa, rimescolato le carte, e l’istinto purtroppo mi sussurrava che mi sarei ritrovata con una brutta mano da giocare.
Poco dopo, la voce atona del taxista mi annunciò che eravamo arrivati. Pagai con la carta di credito, quindi mi ritrovai sul marciapiede, sotto la pioggia scrosciante. Corsi verso la mia misera tana prima di ammalarmi e chiusi la porta d’ingresso alle mie spalle.
Finalmente ero sola. Nessuno mi disturbava, mi sminuiva, mi osservava in cerca delle mie debolezze, per poterle usare contro di me. Le lacrime mi pungolavano gli occhi già da un po’, chiedendo a gran voce di scorrere, ma non potevo concedermi quello sfogo. Non ancora. Dovevo prenotare il primo volo per Ten Sleep, preparare una valigia, avvisare il padrone di casa e poi… Poi…
Nonostante desiderassi trattenermi, scoppiai a piangere anch’io, come mia madre poco prima. Avevo ventinove anni, ero adulta e indipendente, eppure la sola idea di mio padre, immobile in un letto, pallido e morente, mi gettava nel panico.
Era l’unico uomo da cui mi fossi sentita amata. L’unico che non mi avesse mai tradita. Quello che mi aveva insegnato a cavalcare, a usare il lazo, a guidare una trebbiatrice prima, un’auto dopo. Gli dovevo gran parte del mio carattere ostinato, la sicurezza in me stessa e, non ultima, la mia libertà, dal momento che anni prima era stato proprio lui a spingermi a partire. A inseguire quegli stessi sogni che ora vedevo sgretolarsi come un castello di sabbia sotto un’onda gigantesca. Una di quelle che non avrei mai potuto evitare e che, anzi, mi avrebbe fatto annegare.
Dopo circa una decina di minuti, mi tirai su dal pavimento, dove mi ero accasciata con lo zaino in spalla. Raggiunsi il tavolo della cucina, estrassi il portatile ancora integro, per fortuna, e in poche mosse prenotai via web il primo volo disponibile. Mancavano solo due ore per raggiungere l’aeroporto e decollare. Non molto, ma per fortuna era notte e non avrei dovuto lottare con il solito traffico diurno. Potevo farcela in metà tempo, a patto che riuscissi a isolare le emozioni e smettere di disperarmi per qualcosa che, grazie al cielo, non era ancora successo.
Risoluta, feci un paio di respiri ma, poiché non servirono a niente, mi decisi a mandare giù un dito di bourbon. Non ne andavo matta, però piaceva a mio padre. Era stato proprio lui a regalarmi quella bottiglia, al mio arrivo in città. Mi aveva detto che avrei dovuto stapparla in un’occasione speciale, come faceva lui, quando chiudeva un affare proficuo al ranch. E invece…
Mentre ingoiavo il liquido ambrato, accarezzai con la punta delle dita il bordo in rilievo dell’etichetta e ripensai alle sue rughe, che incorniciavano un volto fiero, segnato dalle difficoltà. Fino alla mia partenza per l’università, eravamo stati tanto vicini da essere indivisibili. Non a caso, ero sempre stata taciturna come lui, almeno da ragazza. C’era stato persino un periodo in cui avevo immaginato di prendere il suo posto alla guida del ranch e di essere io a servire il bourbon ai clienti. Quello, però, era un sogno privo di consistenza, che presto era stato sostituito da altri, legati alla mia ambizione.
Quando la gola ebbe smesso di bruciarmi, raccolsi il coraggio a due mani. Mio padre non avrebbe voluto vedermi così e sapermi tanto codarda. Dunque, infilai l’auricolare e chiamai MacCallister. Poi, corsi a fare i bagagli, o meglio, a lanciare alla rinfusa ciò che potevo in due grosse borse.
Due ore dopo, puntuale, il mio aereo partì alla volta di Ten Sleep, Wyoming. Abitanti totali: circa trecento. Be’, circa trecentouno, contando me. Un puntino sulla mappa dello Stato, un paese minuscolo e antico in cui ancora si respirava l’aria dell’autentico West e la gente si conosceva bene. Persino troppo. Come si soleva dire, non potevi starnutire senza che qualcuno ti sentisse, augurandoti: “Salute!”.
Tutta tesa sul sedile, con lo sguardo che vagava fuori dal finestrino, mi ritrovai a dover fronteggiare la stanchezza dell’intera giornata. Pesava su di me come un macigno, eppure non riuscivo a chiudere occhio. La preoccupazione per i miei genitori era troppa. Avevo scritto a mia madre di avvisarmi in caso di peggioramenti, ma non ero sicura che lo facesse, perché lei e la tecnologia erano nemiche giurate. La immaginavo comunque vicina a mio padre, immobile e altrettanto pallida. Quei due stavano insieme da oltre quarant’anni, ormai. Fianco a fianco contro ogni avversità. La fatica costante, gli incidenti sul lavoro, la perdita precoce dell’unico figlio maschio… Tanti eventi che li avevano provati e segnati, ma mai allontanati. Due facce della stessa preziosa medaglia.
Pensare a loro e all’indistruttibile sentimento che li aveva tenuti legati mi rendeva sempre malinconica. M’induceva a chiedermi se quel tipo di rapporto fosse ancora possibile. Esistevano persone capaci di amarsi così, senza limiti, nel bene e nel male? Non lo sapevo. Non conoscevo nessuno con un matrimonio solido come il loro. E io, sarei mai stata tanto fortunata da incontrare l’uomo giusto? Ne dubitavo. Davanti a me, vedevo solamente altri lunghi anni di lavoro, di cause in tribunale, di nottatacce in bianco e di giornate altrettanto estenuanti. In fin dei conti, però, la mia vita personale poteva aspettare. Il mio orologio biologico, ammesso che esistesse, non ticchettava affatto e ormai mi ero votata alla solitudine. Era più importante scoprire se i sacrifici che avevo fatto fino a quel giorno avrebbero fruttato qualcosa.
In questo senso, la promessa da parte di MacCallister di non decidere nulla sulla promozione fino a che non fossi tornata mi aveva confortata, certo, ma per pochi minuti. Poi, mi ero resa conto che la decisione non spettava solamente a lui e che tutti i soci avrebbero espresso la loro opinione. A quel punto, nemmeno MacCallister poteva garantirmi che l’avrebbe spuntata.
Ero stata persino tentata di chiedergli se Morris avesse ragione e, in realtà, avessero già deciso di promuovere lui, ma l’orgoglio me l’aveva impedito. Con la mia solita razionalità, avevo accettato di farmi da parte e gli avevo inviato la mia sudatissima arringa, ben sapendo che sarebbero stati proprio quel pagliaccio oppure il più sobrio Anderson a sostituirmi in tribunale. Altrimenti, sarebbe andata persa e questo, ai miei occhi, sarebbe stato peggio. Tanto lavoro per nulla? Oh no, non l’avrei permesso, anche solo per correttezza verso il mio assistito, che aveva creduto in me sin dal primo giorno e che mi aveva scelta tra tutti i penalisti della città.
Naturalmente, avevo riferito a MacCallister l’episodio avvenuto poco prima. La sua reazione era stata incredula, addirittura scettica, fino a quando non gli avevo inviato l’audio che avevo registrato, aggiungendo che Anderson aveva assistito alla molestia. A quel punto, MacCallister aveva risposto che avrebbe risolto lui la questione. Il che, a mio avviso, significava che Morris era fuori dai giochi e che la promozione sarebbe andata ad Anderson oppure a me. Potevo ritenerlo un passo in avanti, se non altro perché avevo finalmente smascherato quell’idiota.
Mi rigirai con impazienza sul sedile, grata di non avere nessuno seduto accanto a me. Ero proprio un’anima in pena e si vedeva. Cercai di concentrarmi sul film che stavano trasmettendo, sperando che mi aiutasse a rilassarmi. Il mago di Oz, però, a me non era mai piaciuto e per un motivo specifico: era stato il preferito di mio fratello Patrick.
Avevo otto anni, lui venti quando morì. Fuoco amico. Una tragedia insensata, che la mia famiglia aveva superato con enorme difficoltà. Patrick si era arruolato soltanto per dimostrare qualcosa a se stesso. Concedersi un’esperienza eccitante, prima di tornare al ranch e riprendere a gestirlo insieme a nostro padre. Negli ultimi tempi, aveva scritto che gli mancavamo, che voleva tornare a casa. Il destino crudele glielo aveva impedito, almeno da vivo.
Io, al contrario, avevo avuto mille occasioni per tornare al ranch ma, in dieci anni, non l’avevo mai fatto. Non avevo voluto, trovavo sempre una scusa per rimandare e i miei l’avevano capito, perciò non insistevano più sull’argomento. Mia madre veniva a trovarmi una volta l’anno, mio padre l’aveva fatto una sola volta. Per paura di volare, sosteneva. Per paura di vedermi mettere radici altrove, supponevo io.
“Nessun posto è come casa” esclamò commossa Dorothy sullo schermo.
La frase mi colpì come se stesse parlando proprio a me. Le parole mi ronzarono in testa per un po’, come una mosca fastidiosa. Provai a scacciarla, memore di come in ufficio mi fosse bastato abbassare la guardia per permettere al passato di sopraffarmi.
Alla fine, però, capii perché non riuscissi a liberarmene. Dopo l’infarto di mio padre, era proprio dover tornare a Ten Sleep ciò che mi rendeva così ansiosa. Non che non amassi il posto… Malgrado le dimensioni irrilevanti, era un piccolo universo. Era casa mia e le persone che ci abitavano erano meravigliose ma… C’era un potenziale problema che non potevo più ignorare.
Uno capace di incendiarmi con uno sguardo, di frantumare la mia volontà con un sorriso.
Uno che rispondeva al nome di Ezekiel Jones.
Zeke, per gli amici. Il ragazzo, ma sarebbe stato meglio chiamarlo infame, che mi aveva ingannata, squarciando il mio fragile cuore. E non tradendomi con un’altra donna qualunque, di cui forse non mi sarebbe importato granché, ma con Leslie Malloy. Mia sorella.
Anche a distanza di anni da quell’orribile evento, che mi aveva traumatizzata più di quanto fossi disposta ad ammettere, non avevo dimenticato. Come avrei mai potuto, considerata la profondità dei miei sentimenti per Zeke? Come, sapendo che l’altra donna era sangue del mio sangue? Mia sorella minore era un promemoria vivente dell’inganno perpetrato alle mie spalle, per questo non avevo più alcun contatto con lei. Non l’avevo mai neppure affrontata. Mi ero tenuta dentro l’odio che nutrivo per lei, le urla, persino gli insulti che avrei voluto rivolgerle e che, al momento della scoperta del tradimento, non ero stata capace di dirle.
Del resto, Leslie e io eravamo sempre state estranee, pur vivendo sotto lo stesso tetto. Eravamo diverse nel fisico quanto nei caratteri. Rossa tinta e ruggente, la definivano Ferrari, quando era presente. In sua assenza, i nomignoli erano meno lusinghieri. Il più clemente? Danno. Alta quanto me, ma con un vitino da vespa, gambe snelle e un davanzale da pin-up sin da quando aveva compiuto dodici anni, era una ribelle fatta e finita con il talento di creare, appunto, danni in giro. Non catastrofici, ma abbastanza da dare sempre pensieri ai miei. In confronto, io ero un maggiolino scassato che s’ingolfava a ogni passo. Grassoccia, buona e diligente sì, ma tanto, troppo complessata. Eppure, nonostante questa enorme disparità, Leslie era sempre stata gelosa di me. Non ne avevo mai capito il motivo, ma nel tempo i suoi dispetti erano diventati sempre più cattivi, al punto che non aveva esitato un secondo a lanciarsi su Zeke, il mio Zeke, il giorno stesso in cui ero partita per Boston.
In verità, tra me e lui c’era già stato un addio straziante, all’alba di quella mattina. Disperato come non l’avevo mai visto prima, neanche in seguito alla morte improvvisa dei suoi genitori, Zeke mi aveva supplicato di non partire, di credere in lui e nei progetti che aveva per noi, ma io non ero riuscita a farlo. La vita al ranch era faticosa e ingrata, nessuno lo sapeva più dei miei genitori. Non volevo finire come loro, sepolti in un buco di paese, senza mai aver visto il mondo. L’idea di trasferirmi in una nuova città, dove avrei potuto frequentare una prestigiosa università, ormai si era radicata dentro di me sin da quando avevo compilato la domanda di ammissione. I miei desideri per il futuro si erano rivelati così diversi dai suoi che nemmeno avere una relazione a distanza avrebbe funzionato. Avremmo finito per smettere di scriverci, di telefonarci, e iniziato a sentirci in colpa nel vedere altre persone o nell’avere altri interessi. Che senso avrebbe avuto continuare quella farsa? Non volevo costringerlo ad aspettarmi, senza sapere io stessa se e quando sarei tornata indietro.
Così, avevamo deciso di lasciarci, tra fiumi di lacrime e senza farci promesse che rischiavano di non poter essere mantenute. Non gli avevo neppure dato un bacio di addio. Sapevo che, se le mie labbra avessero sfiorato le sue, sarebbe cambiato tutto e io non volevo. Non potevo permettere che i nostri sentimenti mi tenessero in ostaggio.
Poi però, un’ora prima di salire sull’aereo per Boston, avevo cambiato idea. Mi ero detta che esistevano molte università, mille opportunità di fare carriera anche in Wyoming, ma un solo Zeke. Avrei potuto studiare in un college più vicino e restare la sua ragazza. Lo amavo così teneramente, così ciecamente da non riuscire a concepire la mia vita con un altro.
Con il cuore gonfio di speranza, ero corsa da lui. Volevo dirgli che accettavo di sposarlo malgrado fossimo entrambi giovanissimi e avessimo ambizioni differenti. Che sarei diventata la moglie e la madre di famiglia che lui voleva che fossi. Che niente ci avrebbe mai divisi, tanto meno i miei studi. Ma sbirciando attraverso la finestra all’ingresso di casa sua, lo avevo beccato disteso sul tavolo del salotto, mentre Leslie, mia sorella minore, lo cavalcava come un cavallo da rodeo.
Quelli erano stati senza dubbio gli otto secondi più lunghi della mia vita. Il tempo si era fermato, la vista mi si era annebbiata, i miei piedi erano diventati pesanti come blocchi di cemento. Il cuore, invece, aveva continuato a battere forte nel petto fino a quando non avevo realizzato che ciò che vedevo era reale. Poi, era stato squarciato, sminuzzato in pezzi così insignificanti da non riuscire nemmeno a raccattarli.
La ciliegina sulla torta era stata intercettare lo sguardo crudele di mia sorella. Uno sguardo fiero, che diceva: Ce l’ho fatta. Lui è mio.
Sconvolta, mi ero voltata senza dire niente, né farmi sfuggire un singhiozzo, ed ero tornata in auto.
“Be’, allora?” aveva chiesto mio padre, perplesso.
Avevo scosso il capo, tenendo le labbra compresse, i pugni stretti sul grembo.
“Portami in aeroporto, papà. Fa’ presto, ti prego.”
Non aveva fatto altre domande, benché fosse preoccupato. Poco dopo, mi ero imbarcata sull’aereo ed ero andata via, sperando di non rivedere mai più nessuno dei due traditori.
Tuttora ignoravo cosa ne fosse stato di loro. I miei, che si erano ritrovati in mezzo senza sapere cosa fosse accaduto, avevano accettato la nostra animosità e si guardavano bene dal nominarla, per non riaccendere vecchi focolai di discussione. Di Zeke, invece, sapevo che, a breve distanza dalla mia partenza, si era arruolato nell’esercito. Una scelta che mi aveva lasciata basita, perché non ne avevamo mai parlato prima. Considerando, però, la sua indole coraggiosa e la propensione al comando, ero sicura che avesse fatto carriera. Magari viveva all’estero ed era sposato con la donna dei suoi sogni: una dolce moglie e ancora più dolce madre di tanti marmocchi. A dirla tutta, non ero neppure certa che fosse ancora vivo. Con tutte le maledizioni che gli avevo lanciato contro, come minimo doveva aver contratto l’ebola ed essere schiattato da solo, in un orribile ospedale da campo, sperduto in qualche deserto. Il che avrebbe reso quel mio angosciarmi davvero ridicolo, oltre che meschino.
Eppure, mai una volta lo avevo cercato sui social. Avevamo molti amici in comune, temevo di vedere per sbaglio qualche sua foto e di ingelosirmi. Di sapere che era felice anche senza di me. Di rivivere l’umiliazione che mi aveva inflitto, pur avendomi giurato amore eterno. Perché il mio stupido cuore, di tanto in tanto, dava ancora segni di vita. Pur bistrattato e menomato, aveva la forza di ricordarmi come mi ero sentita amata tra le sue braccia. Quanti progetti avevamo fatto insieme, passeggiando mano nella mano o ammirando la luna. Ce ne stavamo in auto, ascoltavamo vecchi cd di canzoni famose oppure ballavamo a piedi nudi, in un angolo del ranch che consideravamo nostro. Eravamo in fissa con Never gonna give you up, di Rick Astley. Il titolo significava Non ti lascerò mai. L’ironia del destino!
Eravamo stati insieme per quasi tutto il liceo e non c’era mio ricordo in cui lui non fosse incluso. Avevamo vissuto un’idilliaca parentesi fatta di sguardi dolci e di parole sussurrate al vento, di timide carezze e di castelli in aria. Il tradimento, però, aveva messo fine a tutto. Alla mia adolescenza, alla capacità di innamorarmi, alla voglia di restare.
Adesso che tornavo a Ten Sleep, purtroppo sentivo le mie convinzioni vacillare come soffioni battuti dal vento. Perché il maledetto tunnel temporale stava diventando una vera e propria voragine, felice di potermi inghiottire un’altra volta. E una parte di me, quella a cui non davo mai voce per paura di soffrire, sapeva che, se mai avessi rivisto l’azzurro penetrante degli occhi di Zeke, il mio cuore rattoppato alla meno peggio sarebbe stato di nuovo in grave pericolo. Perché Zeke era sempre stato la mia debolezza, il mio punto di rottura. E resistergli sarebbe stata un’agonia.
Pregai in silenzio di non rivederlo mai più. Che avesse pure una vita paradisiaca, ma lontano da me. Poi, stanca del film, mi tolsi le cuffie e, con il ronzio dell’aereo a fare da sottofondo, tornai a concentrarmi sui miei genitori e sulle loro eventuali, future necessità.