CAPITOLO DUE-2

1853 Words
Alcune persone lo fissavano, ma la maggior parte si compor­tava come se non vedesse il corpo, appeso come un pupazzo rotto. Dalle condizioni delle parti che potevo vedere, immagi­nai che si trovasse lì da almeno una settimana. «È così che qui puniscono chi infrange la legge?» domandò Tijah a bassa voce. «Per gli dei, spero che fosse già morto quando lo hanno appeso.» Darius scosse il capo, preoccupato. «Il satrapo di Karnopolis non è noto per essere clemente, ma non ho mai visto niente del genere prima.» «È un messaggio», dissi. «È l’unica ragione per cui si po­trebbe fare una cosa simile. Per spaventare le persone.» Ci allontanammo dalla folla in una parte relativamente tran­quilla da cui potevamo osservare il cancello. Anche se le guar­die sembravano perlopiù pigre e disinteressate, notai con un tonfo al cuore che non a tutti era permesso passare senza do­mande. Ogni nove o dieci persone, qualcuno veniva preso da parte mentre le guardie ispezionavano i palmi. «Stanno controllando i tatuaggi», spiegò Darius. Serrò la mano destra in un pugno. «Devono essere stati avvertiti su di noi. Se vedessero il triangolo…» Non c’era bisogno che finisse il pensiero. Il singolo triangolo sbarrato lo marchiava come daeva. Tijah e io avevamo due triangoli sui nostri palmi, uno nell’altro: prova che eravamo umane. I tatuaggi erano stati realizzati con il potere. Niente po­teva alterarli o rimuoverli. «Il magus a Tel Khalujah era solito dire che un messaggero poteva percorrere la Royal Road da Persepolae a Karnopolis in tre giorni cambiando cavallo», dissi. Le nostre tranquille lezio­ni di storia e geografia sembravano appartenere a un’altra vita ormai, ma forse si sarebbero rivelate utili, dopotutto. «Dobbiamo presumere che uno lo abbia già fatto.» Darius osservò le quattro guardie, con le lance e gli scudi di vimini. «Almeno non sono daeva. In quel caso non avrebbero neanche bisogno di guardarmi la mano per sapere cosa sono.» «Che facciamo allora?» chiese Tijah. «Proviamo un altro cancello», suggerì Darius. Seguimmo la curva della grande muraglia sul lungomare, ma la situazione era identica al cancello successivo, e a quello se­guente. Le guardie non controllavano tutti, ma sembravano ad­ditare giovani uomini dai capelli scuri e di una certa età. Giova­ni uomini che assomigliavano a Darius. «Questo è male», disse Tijah, scambiandosi un’occhiata con Myrri. «Forse dovremmo andare soltanto noi tre per ora. Le donne con il velo non avranno problemi.» Si voltò verso Da­rius. «Tu resta qui, e troveremo un modo per farti sgattaiolare dentro dopo.» «Non mi piace molto questo piano», dissi. «Darius è l’unico a conoscere la città. E non ci sono nascondigli qui fuori. La Photina ormai si sarà allontanata. Il suo capitano è ricercato quanto noi, non rischierebbe di rimanere nel porto, neanche per rifornirsi di provviste.» «Immagino che potremmo correre il rischio», replicò Tijah, dubbiosa. «Potremmo riuscire a sgusciare dentro.» «Non piace neanche a me», dissi, sbuffando sul velo. Mi sentivo sudaticcia e frustrata. «Darius, che ne dici?» «Ho un’idea.» Sorrise, un bagliore demoniaco negli occhi. «Aspettate qui.» Così restammo a guardare le persone e gli animali e i carri entrare e uscire, sollevando nubi di fine sabbia granulosa. Al­meno non c’erano cadaveri senza faccia inchiodati sopra quel particolare cancello. Nell’afa, l’altro aveva sprigionato il fetore dolciastro della decomposizione che ricordavo dai tempi di Gorgon-e Gaz, e che riduceva il mio stomaco a una massa di acido. Il sole era arrivato a splendere nel cielo quando sentii Darius farsi più all’erta, come un cane da caccia che avesse fiutato un cinghiale. «Hai intenzione di usare il potere?» domandai, preoccupata. «Spero che ricordi cosa è successo a Karon Komai. È stato come accendere un segnale per gli Immortali.» «Me lo ricordo. E non ne userò molto. Soltanto una goccia.» Ero sul punto di obiettare. Se abbastanza vicini, gli altri dae­va potevano sentire l’utilizzo del potere. Ma non vedevo altra scelta. E se proprio dovevamo rischiare, preferivo puntare su Darius. Un momento dopo, un carro carico di enormi pali di cedro si diresse verso il cancello. La mente di Darius si immobilizzò. Sapevo che era andato nel Nesso, il posto dove diventava un tutt’uno con gli elementi. Il bracciale si riscaldò contro la mia pelle. Una delle guardie stava sollevando la mano per fare se­gno al carro di passare quando ci fu un suono di strappo e le funi che tenevano insieme i pali si ruppero. Grida esplosero mentre tronchi di tre metri rotolavano in ogni direzione, abbat­tendosi contro le ruote di altri carri e mettendo in fuga le perso­ne in fila. Le guardie maledirono il conducente, che si stava strappando i capelli maledicendo a sua volta gli spiriti maligni che avevano portato la sfortuna e la rovina su un onesto lavora­tore. Due guardie accorsero ad aiutare un ricco mercante che stava gesticolando furioso all’indirizzo del suo carro incidenta­to. Le altre due si guardarono l’una con l’altra e fecero spalluc­ce, poi cominciarono ad aiutare il conducente a recuperare le merci. «Ora», sibilò Darius. Muovendoci velocemente (ma non troppo velocemente), ci unimmo alle persone che stavano per attraversare il cancello prima che avvenisse “l’incidente”. Molte si erano fermate per seguire a bocca aperta il caos, e non prestarono attenzione a noi mentre scivolavamo nell’ombra dell’imponente muraglia. Vista così da vicino, la malta bucherellata e consumata pareva vec­chia di migliaia di anni. Come se avesse rotto i denti di invasori che nessuno ricordava neanche più. Come se fosse stata lì da sempre e lì sarebbe rimasta quando il resto del mondo sarebbe stato inghiottito dalle sabbie del deserto. Mentre passavo attraverso il taglio rettangolare del cancello, ebbi la sensazione di entrare nelle fauci di qualche enorme bel­va e non potei fare a meno di chiedermi se ne saremmo usciti tutti. «Dividiamoci», disse Darius una volta dall’altra parte. «Se­guitemi, ma non in modo da dare l’impressione che stiamo viaggiando tutti insieme.» Tijah annuì, e lei e Myrri rallentarono fino a quando non po­temmo più vederle. Presi un profondo respiro, riempiendomi il naso con gli strani profumi e le spezie e l’odore secco, polvero­so del fango asciugato dal sole. Muli e carri riempivano le strette vie senza alcun riguardo per chiunque fosse a piedi o qualunque cosa arrivasse dalla direzione opposta. Nel giro di pochi isolati, ero stata testimone di due violente discussioni sui diritti di precedenza, anche se nessuno ci faceva caso salvo i li­tiganti in questione. Con mio grande sollievo, la città era abba­stanza affollata al punto che altre quattro anime erano soltanto una goccia nell’oceano dell’umanità. Naturalmente, ciò signifi­cava che trovare il Profeta sarebbe stato come identificare un singolo granello di sabbia nel deserto del Sayhad. L’indirizzo che desideravamo non era lontano dal porto, in un’area squallida di bettole, covi di allibratori e bordelli popo­lari tra i marinai. Tenni la testa bassa e il moncherino infilato nella manica mentre oltrepassavamo un paio di uomini in uni­forme con spade e randelli. Guardia Cittadina, a giudicare dal loro aspetto. Non indossavo più la tunica scarlatta dei Water Dog, ma soltanto due settimane prima ero stata ospite dei sot­terranei del Re a Persepolae. E ancora indossavo un paio di bracciali d’oro che mi marchiavano come legata: uno che mi collegava a Victor, l’altro a Darius. Anche Tijah e Myrri li in­dossavano, nascosti sotto le lunghe maniche. Una sola occhiata ai bracciali da parte di qualcuno che sapeva cosa fossero e sa­remmo finiti tutti in una cella. Trattenni il fiato, ma le guardie passarono oltre senza mo­strare alcun interesse particolare. Avremmo potuto ucciderle se avessimo dovuto, ma ne sarebbero arrivate altre. Troppe, per poter combattere. Per ora, dovevamo soltanto restare fuori dai guai il tempo necessario per trovare il contatto di Kayan Zaaykar e pregare che non ci consegnasse. Le strade polverose, strette si ingarbugliavano insieme come i rami di un cespuglio di rovi e persino Darius, che era il mi­glior segugio che avessi mai incontrato, dovette fermarsi e chiedere indicazioni. Finalmente arrivammo a un edificio a quattro piani che era più grande e imponente di quelli vicini. Un adolescente con gli occhi truccati oziava contro il muro esterno, proprio sotto un’insegna che raffigurava una grossa – e francamente fallica – asta che passava attraverso una coppa di vino. Il suo sguardo si fissò su Darius, poi si volse verso Tijah, Myrri e me con aperta curiosità. Immaginavo che non fossero molte le donne a varcare la soglia della Lancia di Marduk, a meno che non stessero dando la caccia a mariti ribelli. «Stiamo cercando il proprietario di questo bel locale», disse Darius con un sorriso amichevole. «Chi lo chiede?» volle sapere il ragazzino. «Amici di Kayan Zaaykar», rispose Darius, abbassando la voce. Il ragazzo ci lanciò un’occhiata indecifrabile. Non poteva avere più di quattordici anni, ma i suoi occhi scuri, consapevoli lo facevano sembrare più vicino ai quaranta. «Venite dentro», disse alla fine, oltrepassando la soglia. La Lancia di Marduk era formalmente una taverna, con tavo­li e divani a occupare il piano terra, anche se i ragazzi che ser­vivano vino alla scarsa clientela del mattino erano tutti eccezio­nalmente carini. Un tanbur a forma di pera era appoggiato in un angolo, le sue corde a quell’ora silenziose. Porte ad arco sull’altro lato della sala si aprivano su un cortile pieno di aiuole e di quegli strani alberi senza rami che avevo visto al porto. Il ragazzo ci fece segno di seguirlo e ci condusse nel giardino all’ombra di una palma. Era ancora presto, ma la temperatura aveva già iniziato a di­ventare troppo alta per i miei gusti. Karnopolis era appiccicosa, umida e vagamente maleodorante, come i pugni di un bambino, e avvertii una sfuggente ma acuta nostalgia per le montagne della mia infanzia. Il clima temperato di Karnopolis aveva fatto guadagnare alla città lo status di capitale d’inverno. Il Re e la sua intera corte sarebbero stati lì se non ci fosse stato l’esercito di barbari ai confini occidentali, un esercito a cui avevo giurato fedeltà, per quello che valeva. In qualche modo dubitavo che sarei vissuta abbastanza a lungo perché Alexander potesse ri­scuotere ciò che gli era dovuto. «Aspettate qui», disse il ragazzino. Saettò via, superando al­cune galline che stavano beccando a terra con scarso entusia­smo, e prendendo una rampa di scale, i piedi nudi che scivola­vano sulle piastrelle. «Sei sicuro che quest’uomo sia un Seguace del Profeta?» sussurrò Tijah. «Non mi sembra esattamente… devoto.» «A meno che non ci sia un’altra Lancia di Marduk, siamo venuti nel posto giusto», rispose Darius. «Stiamo soltanto at­tenti a cosa diciamo fino a quando non saremo sicuri di lui.» Mi lanciò un’occhiata. «Prenderò io il comando, se non ti di­spiace.» Sapevo che pensava fossi una testa calda incapace di tenere a freno la lingua, cosa che corrispondeva al vero, ma non apprez­zavo che mi venisse ricordato. «Va bene.» Mi asciugai la patina di sudore sulla fronte con la manica della mia veste turchese. «Sarai tu a parlare.» Un momento dopo, un uomo enorme con una veste di pelle discese le scale. Le braccia sembravano imbottite di rocce e aveva uno sguardo corrucciato sul volto segnato dalle cicatrici. «Chi chiede di Arshad Nabu-zar-adan?» grugnì. «È stato Kayan Zaaykar a mandarci», spiattellai. Darius sospirò. «Scusa», mormorai, serrando le labbra. Sarebbe stato tutto più facile se Kayan fosse venuto con noi, ma il contrabbandiere era rimasto indietro all’accampamento di Alexander. Aveva detto che era troppo conosciuto a Karnopolis per rischiare di andarci. Ma aveva insistito nel dire che il pro­prietario della Lancia di Marduk era un uomo di cui potevamo fidarci. «E chi sareste?» domandò il gigante. «Amici», ribatté Darius, secco. «E il nostro messaggio è per il tuo capo, non per te.» Mi domandai come facesse Darius a sapere che il gigante non fosse in effetti Arshad Nabu-zar-adan, ma la sua ipotesi era corretta perché l’uomo incrociò le braccia – per mostrare me­glio i bicipiti rigonfi – e abbassò una fronte incredibilmente scanalata. Era il tipo di testa che spaccava le altre teste come uova. Conoscevo il tipo. «Allora per vostra sfortuna…» «Va bene. Portali nelle mie camere.» Guardammo tutti verso il balcone sovrastante. La persona collegata a quella voce raffinata si era già ritirata, ma era come se il Sacro Padre in persona fosse apparso tra le nubi, perché l’atteggiamento del gigante cambiò immediatamente in quello di un cortigiano di palazzo. «Da questa parte», disse, scoprendo i denti in un sorriso amabile.
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