CAPITOLO QUATTRO-1

2002 Words
CAPITOLO QUATTRO Seguimmo il gigante per due rampe di scale e lungo una se­rie di bassi corridoi a volta. L’edificio si estendeva ben oltre la strada, racchiudendo il cortile quadrato, e rivelandosi molto più grande di quanto non sembrasse dall’esterno. Alla fine, l’uomo aprì una porta e si fece da parte. La stanza al di là era decorata in sfumature di porpora e oro, e aveva un forte odore di mu­ghetto. Capii subito che Arshad Nabu-zar-adan era un uomo istruito perché aveva una pila di pergamene su un piedistallo di cedro. Vederle mi ricordò che io non ero in grado di leggere, e provai una momentanea, irrazionale antipatia nei suoi confron­ti. Un divano era stato posizionato vicino alla finestra per pren­dere la brezza umida. L’uomo che vi era coricato sopra era di mezza età ma ancora snello, con capelli d’argento ben curati e tenuti all’altezza delle spalle. Portava anelli alle dita e indossa­va una lussuosa tunica ricamata. Immaginai che gli affari an­dassero bene alla Lancia di Marduk. «Sedetevi, prego», disse, facendo cenno al ragazzo ai suoi piedi di versare coppe di vino. Aspettammo in silenzio fino a quando il ragazzino non se ne fu andato, chiudendo discretamente la porta alle sue spalle. Ti­jah e io ci liberammo dai veli e prendemmo due sedie finemen­te intagliate. Myrri ignorò il vino, le mani infilate nelle pieghe dell’abito. Mi domandai quanti coltelli avesse nascosto lì sotto. «Alla vostra salute», disse Arshad Nabu-zar-adan, sollevan­do la sua coppa. «E alla tua», mormorò Darius. Sollevammo le coppe e sorseggiammo il vino. Ero abituata a quello annacquato che servivano agli alloggi di Tel Khalujah, ma questo era dolce e vellutato. Costoso, come ogni altra cosa in quella stanza. Il calore sbocciò nella mia pancia mentre os­servavo Arshad Nabu-zar-adan da oltre il bordo della coppa. Aveva un naso prominente e una bocca piccola, quasi rigida che stava iniziando a cedere agli angoli. Gli occhi che ci osser­vavano con aperto sospetto erano incorniciati da sopracciglia scure che si sollevavano in piccoli picchi, come se lui fosse continuamente sorpreso dai sedimenti umani che seguitavano ad arenarsi sulla spiaggia della Lancia di Marduk. «Come sta Kayan Zaaykar?» domandò il nostro anfitrione. «Non lo vedo da anni.» Mi scambiai uno sguardo con Darius. Kayan aveva dichiara­to di aver ricevuto un messaggio dal proprietario del bordello non più di un mese prima, dicendo che supportava del tutto l’invasione barbara. «È a Sestos», rispose Darius, con cura. «Insieme al Re mace­done.» «Un traditore, dunque? Una notizia davvero spiacevole.» Gli occhi scuri di Arshad Nabu-zar-adan si fecero ancora più fred­di. «Credo che fareste meglio ad andarvene. Sono un uomo d’affari onesto e un suddito leale di Re Artaxeros II, che il Pa­dre benedica il suo nome.» «Ci ha raccomandato di dire che ti deve ancora cinquanta si­cli per quella scommessa dell’anno scorso.» Darius sollevò un portamonete. «Eccoli qui, con gli interessi.» Il proprietario del bordello non degnò il denaro neanche di un’occhiata. «Mi dispiace che abbiate sprecato il vostro tempo, ma non ho alcuna informazione su quest’uomo o sulle sue co­noscenze. Come vi ho detto, non lo vedo da moltissimo tem­po.» «Noi non stiamo chiedendo informazioni…» cominciò Ti­jah. «Ora, prego.» Sbatté due volte a terra con un bastone da pas­seggio e la porta si aprì di colpo. Il gigante era lì, guardandoci con l’espressione annoiata di qualcuno che cacciava fuori le persone dalla Lancia di Marduk regolarmente. «Scorta i nostri visitatori in strada.» «Ascolta», cominciò Darius, un po’ disperatamente. «No, ascolta tu.» Il suo sguardo si fissò su di noi, uno a uno, cominciando da Tijah. «Una ragazza con la cadenza di Al Mi­raj. Un’altra che non parla affatto. Un giovanotto con gli occhi azzurri e la mano grigia. Una giovane donna con l’aspetto dei clan del nord. So esattamente chi siete, e da dove venite. È af­far mio sapere certe cose. Pensate di incastrarmi semplicemen­te ripetendo un nome? Non ho alcun interesse ad aiutare fuggi­tivi e traditori. Se non ve ne andate, chiamerò la Guardia Citta­dina, e farò in modo che siano loro a occuparsi di voi.» Il mio caratteraccio, elettrizzato dal vino e dall’afa, si era fat­to più cupo a ogni parola. Darius mi lanciò un’occhiata di am­monimento, ma era troppo tardi. «Se sai chi siamo, allora dovresti sapere anche che non do­vresti minacciarci», sbottai. «A meno che tu non voglia che questo bel locale ti crolli sotto i piedi!» Darius cominciò ad alzarsi, e il gigante fece un passo all’interno della stanza. Aveva dei pugnali negli stivali, notai, e un randello dall’aspetto minaccioso alla cintola, che una mano carnosa stava già andando ad afferrare. Myrri si spostò davanti a Tijah, i suoi coltelli come se si fossero materializzati dal niente. Dall’espressione di intensa concentrazione sul volto, Myrri stava raccogliendo il potere. Quando si trattava di Tijah, era senza pietà come una mamma orsa che proteggesse il suo cucciolo. Mi lanciai lungo il tappeto, diretta alla gola di Arshad Nabu-zar-adan. Mentre lo raggiungevo, la manica scivolò all’indie­tro, rivelando il moncherino e i due bracciali d’oro con i leoni ruggenti che mi circondavano l’avambraccio. «Aspetta!» esclamò, senza fiato, gli occhi fissi sui bracciali. «Fermo!» L’ultima parola era diretta al gigante, il cui randello era so­speso, pronto a rompere la testa di chiunque fosse stato abba­stanza pazzo da arrivare alla sua portata. Darius aveva fatto un passo indietro per avere lo spazio suf­ficiente a sguainare la spada. Sembrava preoccupato. «Non far­lo», grugnì a Myrri. «Li porterai da noi.» Afferrai la tunica lussuosa di Arshad. La gonna si attorcigliò intorno alle mie gambe, non lasciandomi altra scelta che crolla­re con la grazia di un bue sul divano vicino a lui. «Sei una daeva?» riuscì a domandare Arshad. Scossi il capo e indicai Darius con il mento. «Lui lo è.» Arshad Nabu-zar-adan osservò Darius, poi me. Confusione e paura danzarono sul suo viso. Il gigante aggrottò le sopracci­glia, in attesa di istruzioni da parte del suo padrone. «La proclamazione non diceva niente dei daeva», borbottò Arshad. «Solo che degli assassini sono sfuggiti dai sotterranei di Persepolae. Dicono che avete ucciso due Purificati.» «Balle», grugnì Tijah. Myrri fece sparire i coltelli e depose una mano pacificatrice sul braccio di Tijah. Per quanto sapesse essere feroce, Myrri era in realtà la più equilibrata tra le due. «Noi eravamo Water Dog», dissi. «Dalla satrapia di Tel Khalujah. Ora siamo traditori alla ricerca del Profeta. Hai anco­ra intenzione di consegnarci?» Sorrisi, anche se il mio cuore stava battendo forte. La prospettiva della violenza non era pia­cevole. «Se dici di sì, sarai morto in meno tempo di quanto ti ci voglia per pronunciare la parola.» Per un momento straziante Arshad Nabu-zar-adan non rispo­se. Poi fece cenno al gigante di lasciare la stanza. «Cosa ti è successo alla mano?» mi domandò. «Il mio capitano l’ha tagliata nei sotterranei», risposi. «Per infrangere il legame con il mio daeva.» Lanciai un’occhiata a Darius. «Uno dei Purificati di cui parli è stato assassinato in quelle celle, ma non da noi. Sono stati gli uomini del Re. Ka­yan Zaaykar ci ha lasciato nasconderci in casa sua dopo che siamo scappati. Gli Immortali ci hanno trovati, ma siamo riu­sciti a raggiungere la Amestris e poi l’accampamento di Ale­xander. Kayan è lì adesso. Era troppo pericoloso per lui venire con noi.» Arshad Nabu-zar-adan espirò profondamente dal naso. «Mi scuso per aver dubitato di voi, ma dovevo esserne sicuro. Il Re ha emesso un proclamo, due settimane fa. C’è una ricompensa per le vostre teste, una grossa ricompensa. Il Re ha anche detto di aver scoperto l’esistenza di una setta eretica, che cerca di ro­vesciare l’impero e di rendere schiava la sua gente. Ha giurato di scovarli con ogni mezzo.» «I Seguaci del Profeta», disse Darius sottovoce. «Già. Ci sono state già sei esecuzioni pubbliche di magi.» Arshad abbassò la voce quasi a un sussurro. «Cinque erano completamente innocenti, ma uno sapeva della nostra causa ed era un simpatizzante. Che il Sacro Padre lo benedica, deve aver tenuto il mio nome per sé o i soldati sarebbero stati alla mia porta giorni fa. Ma temo che sia solo questione di tempo.» Gio­cherellò con i suoi anelli, facendoli girare con dita tozze che sembravano appartenere a un altro corpo. «Il proclamo ha sta­bilito un regno di terrore. Chiunque ce l’abbia con i propri vici­ni può accusarli di essere Seguaci e quelli saranno interrogati. Sono davvero tempi bui, e diventano più bui ogni giorno che passa.» «Abbiamo visto un cadavere sulla muraglia», disse Tijah. «Un magus.» «Sì. I corpi dei cosiddetti traditori vengono lasciati in mo­stra. Karnopolis ha novantanove cancelli e ho paura che ciascu­no avrà il suo cadavere quando questa inquisizione avrà termi­ne.» Arshad sospirò. «Ma prima vorrei sentire la vostra storia per intero. A quanto pare sapete di più di quanto sia arrivato da Persepolae. Le dicerie sono giunte fino a noi, ma ciascuna è più inverosimile della precedente.» Arshad Nabu-zar-adan ordinò del cibo e noi raccontammo a turni tutto ciò che era successo da quando la nostra compagnia di Water Dog era stata inviata da Tel Khalujah per riportare in­dietro i sei daeva fuggiti dalla prigione di Gorgon-e Gaz. Di come avessimo incontrato i negromanti sulla Great Salt Plain, i quali erano alla caccia degli stessi daeva. Di come uno di loro si fosse rivelato essere il padre di Darius. Di come dopo tante disavventure, la nave di Kayan Zaaykar ci avesse portati alla tenda del giovane Re macedone con gli occhi spaiati e un’ambizione senza limiti. «Perciò il suo piano è di bruciare Persepolae?» domandò Ar­shad Nabu-zar-adan, incredulo. «A meno che non troviamo un modo per convincere gli Im­mortali, sì», rispose Darius. «Alexander sa di non poterli batte­re in battaglia. Ha dei daeva liberi, ma non sono neanche lonta­namente sufficienti, e gli Immortali valgono come cinquemila daeva da soli. Se riusciamo a trovare il Profeta e a portarlo a Persepolae, le sue parole potrebbero convincerli ad arrendersi. Altrimenti, lui stesso potrebbe essere in grado di spezzare i bracciali.» «E cosa accadrebbe allora?» Darius si strinse nelle spalle. Sfortunatamente, spiegò, nessu­no sapeva cosa sarebbe accaduto allora. Ma almeno Re Artaxe­ros non avrebbe potuto costringere i daeva Immortali a combat­tere per lui. «Alexander tra quanto intende marciare sulla città?» «Tra meno di tre settimane», replicò Darius. «Sacro Padre.» Arshad fece il segno della fiamma, portando­si le dita alla fronte, alle labbra e al cuore. «Dobbiamo muover­ci velocemente. Ora vi dirò le notizie che ho ricevuto da Ka­yan. Sono sia buone che brutte.» Si versò un’altra coppa di vino e ne bevve metà in un solo sorso, cosa che sembrò disten­dergli i nervi. «La famiglia Nabu-zar-adan ha mantenuto la fede per generazioni, in attesa del ritorno del Profeta. Ci sono ancora alcuni Seguaci, ma uno dei nostri membri è un magus al Tempio. Per anni, Saman è stato i nostri occhi e le nostre orec­chie lì, anche se non è mai riuscito a carpire delle nuove infor­mazioni. Io stesso credo che soltanto l’Alto Magus e forse altri uno o due sappiano la verità. È l’unico modo in cui avrebbero potuto mantenere un segreto tanto a lungo.» Intrecciò le dita in­torno alla coppa. Le mani di Arshad erano ferme, ma le unghie erano state mangiate fino alla carne viva. Lanciò un’occhiata alla soglia aperta e sembrò rassicurato dall’ombra incombente del gigante contro la parete esterna. «Due settimane fa, un emissario è arrivato da Persepolae, lo stesso che portava il pro­clamo del Re», continuò Arshad. «Sperando di scoprire cosa fosse accaduto al Barbican, Saman si è nascosto e ha ascoltato l’udienza dell’uomo con l’Alto Magus di Karnopolis.» Mi scambiai un’occhiata con Darius. Tutti e due ci inclinam­mo in avanti sulle nostre sedie. «Il messaggio dal Re era breve. In un certo senso, era tutto ciò che speravamo. Ma era anche il nostro incubo peggiore.» «Be’, cosa diceva?» domandai. «Il Profeta è vivo. È da qualche parte all’interno delle mura cittadine.» Darius si afflosciò per il sollievo. Fino a quel momento, nes­suno di noi era sicuro che le dichiarazioni dei Seguaci fossero qualcosa di più di un pio desiderio. «E le cattive notizie?» chiese Tijah. «Sta per essere consegnato ai Numeratori.» «Oh, per gli dei», mormorò lei. Myrri fece un verso dalla gola, come quello di un animale ferito. Tutti avevamo paura dei Numeratori ma, come daeva, lei aveva un motivo in più per averne. «Quando?» domandò Darius. «Non ne sono sicuro, ma ormai direi in qualunque momen­to.» «Potrebbe essere già stato fatto?» chiesi, sentendo la fredda mano del terrore stringermi lo stomaco. Se fossimo arrivati troppo tardi… «No», disse Arshad, sicuro. «Saman me lo avrebbe detto.» «Non possiamo permettere che succeda», disse Darius. «Dobbiamo fermarli.» «Sì, ma come? Non so dirvi dove sia tenuto prigioniero il Profeta. Secondo Saman, non se ne è mai fatta parola.» Il no­stro anfitrione si alzò e andò alla finestra. «Come sapete, i Nu­meratori sono fanatici. Odiano i daeva e pensano che i magi li vizino. I Numeratori non vanno per il sottile. Ottengono ciò che vogliono con il ferro e con il fuoco. Solo il Sacro Padre sa cosa faranno al Profeta. Credo che i magi lo abbiano tenuto in vita soltanto perché è uno di loro, ma i Numeratori non condivido­no tale sentimento.» «Puoi contattare questo magus?» domandai. «Dobbiamo par­largli subito.» «Abbiamo un luogo predisposto», disse Arshad. «Anche se dobbiamo stare attenti. Se Saman venisse scoperto…» Non c’era bisogno che terminasse il pensiero. Immaginavo che tutti noi stessimo ripensando al corpo mutilato sopra il cancello. «Lasceremo un messaggio al mattino», disse Darius. «Dob­biamo scoprire quando avverrà questo trasferimento e ogni al­tra cosa che potrebbe aver scoperto. Dove lo incontri di solito?» Arshad sorrise. «L’unico posto dove sia un magus che un uomo d’affari devoto quale sono potrebbero avere una ragione di andare.»
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