Ci guardammo tutti a vicenda con aria perplessa.
«La Tomba del Profeta», disse Arshad Nabu-zar-adan, soddisfatto. «Attrae pellegrini, magi e anche qualche Numeratore. Vanno per porgere i loro ossequi, lasciare offerte. C’è una pietra allentata al quattordicesimo gradino delle scale orientali, con uno spazio sottostante abbastanza largo da ospitare una pergamena ripiegata. È nostra abitudine deporre un fiore di loto fresco lì quando è stato lasciato un messaggio.»
«Bene», dissi. «Ma voglio osservare la tomba. Vedere chi raccoglie il messaggio. La prudenza non è mai troppa.»
«Non ti fidi del magus Saman?» domandò Arshad. «Posso garantire la sua lealtà.»
«Non mi fido di nessuno, tranne delle persone in questa stanza.» Sorrisi. «Di alcune più di altre.»
«Ha ragione», tagliò corto Darius. «Ha senso aspettare la risposta in modo da organizzare un incontro il prima possibile.»
«Come volete.» Arshad fece ostentatamente il segno della fiamma e io provai a non alzare gli occhi al cielo. «Credo ci sia una ragione per cui il Sacro Padre vi ha mandati da me proprio in questo momento. La verità è che i nostri numeri sono esigui. Saman è l’unico magus che i Seguaci hanno al Tempio. Persino se sapessimo dove si trova Zarathustra, non saprei come potremmo aiutarlo. Ma voi quattro…» Ci osservò attentamente. «Ho sentito dire quanto possano essere mortali le coppie di legati. Immagino che potreste aprire le pareti della sua prigione con la forza del pensiero.»
«Se ci dici dove si trova, lo tireremo fuori», disse Darius. Il suo tono non era presuntuoso, soltanto sicuro.
Arshad Nabu-zar-adan annuì. «Una cosa alla volta. Prima dobbiamo nascondere la vostra identità. Francamente, è una pura fortuna che la Guardia Cittadina non vi abbia fermati mentre venivate qui.» Batté un’unghia contro un dente perlaceo. «Conosco un eccellente parruccaio egiziano. Si trova a poche vie di distanza.»
«Parrucche?» Aggrottai le sopracciglia. Il velo non era caldo e pruriginoso abbastanza.
Arshad scoppiò a ridere. «Non per te, mia cara. Per lui.» Indicò Darius. «Dovrà essere una ragazza e tu sarai un ragazzo. Lo stesso vale per gli altri.»
Tijah si strinse le trecce, sconcertata. «Dovrei tagliarle?»
«I capelli ricrescono», puntualizzò Arshad. «Le teste no.»
«Perché non posso semplicemente indossare il velo?» insistette lei. Tijah provava a nasconderlo, ma aveva una vena di vanità larga un miglio.
«Vedi delle donne in questa attività?» ribatté Arshad. «Le lingue cominceranno ad agitarsi se alla Lancia di Marduk ne apparissero di colpo quattro.»
«Non possiamo far finta di essere prostitute?» mi lamentai.
Arshad Nabu-zar-adan parve sinceramente scioccato da quel suggerimento. «Soltanto le donne di buone maniere hanno il permesso di portare il velo», borbottò. «Una cosa del genere… semplicemente non si fa.»
«Ma…»
Arshad sventolò le mani. «Non posso correre il rischio, non con i Seguaci che vengono perseguitati apertamente. Ogni cosa fuori dall’ordinario li porterebbe su di noi nel giro di ore.»
«Bene», dissi. «Se non possiamo portare i veli, ci taglieremo i capelli e passeremo per ragazzi. È abbastanza semplice.» Tijah mi lanciò un’occhiata cupa ma non mosse altre obiezioni. Myrri sembrava divertita. Fece un segno a Tijah che la fece adombrare ancora di più.
«Avremo bisogno di una storia per spiegare la vostra presenza qui. Qualcosa di romantico, ma non di realmente criminale.» Arshad si morse le labbra, poi sogghignò. «Innamorati sfortunati, credo. Ai ragazzi piacerà. Tu…» disse, guardando Darius. «… sei il mio nipote preferito. E Nazafareen è la tua promessa sposa. Ma le vostre famiglie si odiano e hanno proibito il matrimonio, così siete scappati via. Voi due… quali sono di nuovo i vostri nomi?»
Tijah li ripeté, una mano ancora aggrappata alle trecce per cui era già in lutto.
«Loro due sono le vostre serve. Vi siete fermati qui per una settimana o due mentre aspettate una nave che vi porti dall’altra parte del Middle Sea. Ma i fratelli di Nazafareen sono dei bruti vendicativi, perciò vi siete tutti camuffati.» Batté le mani. «È come un dramma.»
Darius si strinse nelle spalle. Io stavo ancora cercando di sbrogliare tutto. «Perciò i ragazzi che lavorano qui sapranno che lui è davvero un uomo e noi donne?» domandai. «Ma penseranno che ci stiamo soltanto nascondendo dalle nostre famiglie?»
«Già. Credimi, non li ingannereste mai. Metà di loro vi ha già visti entrare, comunque. Ma le persone in strada? Dovreste riuscire a passare senza troppi problemi.» Arshad guardò fuori dalla finestra. «Vi darò delle camere al piano più alto. Dal proclamo il distretto del piacere pullula di guardie, perciò vi suggerisco di andarci subito.»
Il gigante, il cui nome era Bobak, ci scortò di sopra. Ora che sapeva che non eravamo lì per arrestare il suo padrone, il suo atteggiamento era cambiato. Come alcuni degli altri omoni che avevo conosciuto nei Water Dog, Bobak sembrava naturalmente alla mano, forse perché non aveva niente da dimostrare.
«Il piano superiore è un po’ soffocante, ma dobbiamo tenere le stanze di sotto per i clienti paganti», disse con tono di scusa, aprendo le persiane di una piccola camera con un letto e una bacinella dipinta di un azzurro vibrante. «Non c’è una brutta vista, però.»
Osservai la città. Da lassù, riuscivo a vedere oltre il distretto del piacere, fino alle ville in collina dei ricchi e al marmo bianco scintillante del distretto del tempio e al palazzo d’inverno del Re. Era come un gigantesco formicaio al centro della città, con mura a spirale che andavano verso le nubi. Persino da quella distanza, riuscivo a distinguere i famosi giardini che lo circondavano, un’oasi verde nella metropoli del colore della sabbia.
Bobak mi strizzò l’occhio. «Farei meglio a tornare di sotto. Devo osservare i ragazzi, assicurarmi che nessun cliente diventi maleducato.» Sogghignò. «Molti di loro sanno di non doverlo fare, ma i ragazzi si sentono più al sicuro quando io sono nelle vicinanze.»
Sorrisi e lo ringraziai, pensando che anch’io mi sentivo più sicura con Bobak intorno. Se fossero arrivati per noi, avremmo avuto un altro combattente… dando per scontato che Arshad lo pagasse abbastanza da assicurarsi quel tipo di lealtà. Dopo che se ne fu andato, mi spruzzai un po’ d’acqua sul viso. Era tiepida, ma la sensazione fu comunque meravigliosa. Un momento dopo, bussarono alla porta.
Sapevo che era Darius. In ogni momento riuscivo a sentire dove fosse, proprio come potevo ancora sentire Victor. Quest’ultimo era molto lontano, ma era vivo e stava bene. Mi domandai se avesse raggiunto Bactria, la roccaforte della Regina Neblis. Victor aveva affermato di essere già scappato da lei una volta, anche se non aveva condiviso alcun dettaglio. Dagli indizi che aveva lasciato trasparire, avevo l’impressione che Neblis una volta lo avesse amato. Ma era stato tanto tempo prima. Adesso sembrava volerlo morto e basta.
«Vieni dentro», dissi, dando le spalle alla finestra mentre Darius entrava nella camera. La tunica gli si era appiccicata per l’umidità e per lo stesso motivo i capelli sul collo gli si erano arricciati. In poche parole, era fastidiosamente adorabile.
«Che ne pensi di Arshad?» mi domandò.
Sollevai un sopracciglio. «Di un uomo che vende la carne di ragazzini mentre prega il Sacro Padre? Non molto. Ma sembra che si stia per scatenare l’inferno, Darius. Se non ci fosse stata questa epurazione in seguito al furto del fuoco, ci staremmo mordendo la coda.»
«I segreti sono come scarafaggi che vivono sotto una roccia», disse lui. «Non sai mai che sono lì fino a quando qualcuno non la sposta con un calcio.»
Mi sventolai con la manica. Non c’era da meravigliarsi che i clienti preferissero le camere di sotto. Quella era un forno. «Sembra una frase che avrebbe potuto dire mia madre.»
«Andremo alla tomba e come prima cosa domani lasceremo quel messaggio. Ma Arshad ha ragione su una cosa. Non possiamo muoverci da nessuna parte senza camuffare il nostro aspetto.» Prese il coltello e sbatté il bordo contro il letto. «Pronta?»
«Spero sia affilato», risposi, sollevando con la mano sinistra una ciocca di capelli lunghi quasi fino alla vita. La sua mano sinistra era inutile, così come la mia destra. Insieme, avremmo potuto essere in grado di tagliare i miei capelli.
«Molto», disse e poi la sua mano accarezzò la mia, e la sensazione mi provocò un’onda d’urto fino alle dita dei piedi. Serrai i denti e provai a contare fino a venti, ma riuscivo a pensare soltanto alla sensazione delle sue dita tra i miei capelli e l’eco del suo desiderio attraverso il legame. Perché ogni volta che mi toccava, non solo avvertivo la mia reazione, ma anche la sua. Ed era la cosa più strana, la cosa più erotica.
Lo evitavamo entrambi e cercavamo ogni tipo di scusa. Quella era la natura distorta della nostra relazione. Desideravo che non fosse così, lo desideravo con tutto il cuore e tutta l’anima ma, qualunque cosa i magi gli avessero fatto, lo aveva lasciato con una convinzione irremovibile che il legame significasse dolore. E io non volevo causargliene altro. Darius ne aveva ricevuto a sufficienza.
E poi c’era il fatto imbarazzante del mio legame con suo padre. Non potevo rimuovere il bracciale perché temevo che così facendo avrei potuto bloccare il potere di Victor quando ne aveva più bisogno. Un daeva restava intrappolato nel legame, che il bracciale venisse indossato o meno. A meno che io non avessi tenuto il canale aperto, sarebbe stato incapace di toccare la magia elementale.
Ma significava anche che condividevamo una connessione emotiva e fisica, a dispetto di quanto fosse distante. Una parte di Victor viveva nella mia testa, e non c’era niente che potessi fare al riguardo. Perciò sollevai di nuovo le mie barriere contro Darius, e lui fece la stessa cosa, mentre ciocche castano chiaro si raccoglievano in un mucchio sul pavimento.
Quando arrivò alla nuca, a quel punto sensibile di giuntura tra la mascella e la gola, allungai il braccio e presi la sua mano nella mia. Darius si bloccò.
«Nazafareen…» La voce di Darius era roca, spezzata.
La lama finì di passare gli ultimi capelli. Darius si alzò e si allontanò.
Mi voltai verso il letto, passandomi una mano sulla cima della testa. Sembrava così soffice. Leggera. Come la pelliccia di un gattino.
«Come sto?»
Darius sorrise. «Come uno di quei bei ragazzi di sotto.»
Ci guardammo l’un l’altra per un lungo momento. Riuscivo ancora a sentire il punto in cui le sue dita mi avevano sfiorato il collo.
«Potrei aver saltato un punto o due», disse Darius.
«Va bene.» Di colpo, non riuscivo a restare in quella stanza per un altro momento. Il calore mi arrossava la pelle. Mi sentivo quasi male. Avrei soltanto voluto rompere qualcosa o, meglio ancora, ridurre qualcosa in cenere. Il potere tremolò ai margini del campo visivo. «Vado a vedere come se la stanno cavando Tijah e Myrri», borbottai.
Prima che potesse rispondere, saltai in piedi e andai alla porta a fianco. Tijah era accasciata sul letto. Metà delle sue trecce era andata. Myrri era seduta vicino a lei, con le braccia incrociate e un’espressione dura sul viso. Un pugnale era conficcato nella parete lontana, come se fosse stato lanciato lì.
«Devi finire», dissi.
«Non voglio!» ululò Tijah.
«Be’, non puoi andare in giro così.»
«Sistema prima lei», grugnì Tijah, lanciando un’occhiataccia a Myrri.
Indicai lo sgabello. Myrri ci scivolò sopra.
«Dammi il pugnale», dissi.
Lei me lo passò. Tijah e io impiegammo poco per tagliarle i capelli. Ma il problema nell’usare il coltello era che comunque si impigliava ovunque tra le ciocche.
«Per il Sacro Padre, anch’io sembro così?» domandai, ispezionando la nostra opera.
Myrri si passò le mani sulla testa. Mi offrì un’espressione rassegnata che sembrava voler dire: Sono stata macellata, ma non è niente di meno di ciò che mi aspettassi.
«Peggio», disse Tijah.
«Abbiamo bisogno di forbici», dissi, decisa. «Torno subito.»
Corsi di sotto e trovai il ragazzino che era all’esterno al nostro arrivo. Era sul grembo di un grassone che parve infastidito quando camminai fino a loro.
«Mi dispiace interrompere, ma non ci sono un paio di forbici in questo posto?»
Il ragazzo scoppiò a ridere. «Sembri come quel gatto spelacchiato a cui Bobak dà gli avanzi.»
Gli lanciai un’occhiataccia. «Forbici?»
«Prova la terza porta, secondo piano. Ester le dovrebbe avere.» Tornò alle sue effusioni senza un altro sguardo.
Corsi di nuovo di sopra e bussai alla terza porta, ignorando i gemiti provenienti dalle altre stanze.
«Entra pure.»
Una giovane donna era seduta a un tavolo ricoperto di cosmetici. Aveva una lunga treccia e indossava una modesta veste a collo alto. Il volto era privo di trucco, nonostante l’assortimento di vasetti e pennelli davanti a lei.
«Noi siamo, uh… amici del proprietario e rimarremo per un po’», dissi. «Ho bisogno di un paio di forbici.»
Lei mi esaminò. «Sì, ne hai bisogno. Siediti, ti sistemo io. È una nuova cosa che Arshad sta provando? Ragazze come ragazzi? Un mercato di nicchia, ma ormai non mi sorprendo più di niente.»
Arrossii. «No, è per altre ragioni. Una questione di famiglia.»
«Va bene.» Sembrava addestrata a restare fuori dagli affari degli altri. «Io sono Ester. Tu come ti chiami?»
Mi sedetti davanti al tavolo. «Nazafareen.»
La donna cominciò a sforbiciare con mano abile. «Mi occupo dei ragazzi. Li faccio apparire al meglio. Non tutte le case hanno qualcuno che lo fa, ma Arshad tratta bene i suoi ragazzi. Molto meglio che negli altri posti.»
Tremai dentro al pensiero di come fossero quegli altri posti. Essendo cresciuta nel clan, non avevo mai visto un bordello fino a quando non ero arrivata a Tel Khalujah. La città era molto più piccola di Karnopolis ma, come la maggior parte delle località, aveva un fiorente mercato della carne. Una volta avevamo arrestato un uomo che aveva picchiato una delle sue ragazze quasi fino a farla morire. Aveva pagato una multa al satrapo ed era stato rilasciato nel giro di ore. Non avevamo potuto farci nulla, ma in seguito Darius lo aveva preso da parte e con calma gli aveva spiegato nei minimi dettagli quale tipo di terribili incidenti avrebbe potuto colpirlo se la cosa si fosse ripetuta. L’uomo era pallido e tremante quando lo avevamo lasciato sulla soglia del bordello.
«Credi che potresti aiutare anche le mie amiche… uh, le mie domestiche?» domandai. «Sono di sopra.»
Se Ester aveva notato lo scivolone, non lo commentò. «Naturalmente.»
Mi assicurai che la manica coprisse i bracciali mentre mi girava intorno, scorrendo le mani sopra la mia testa e pareggiando il taglio. Dopo qualche minuto, Ester si fece da parte. «Molto meglio. Ecco, guarda.»
Aprì un cassetto e tirò fuori un piccolo specchio di rame in una cornice dorata. Lo sollevai e spalancai gli occhi. Sembravo uno dei ragazzi di Arshad, uno che si stava avvicinando alla fine della giovinezza. Erano passati anni da quando avevo visto il mio riflesso tanto chiaramente. Sembravo più vecchia, più vissuta. Il mio naso era ancora troppo grande, ma le guance erano più scavate, gli zigomi affilati come punte di lance. Darius una volta mi aveva detto che ero bellissima, ma credo lo avesse fatto perché gli piacevo.
Inclinai il viso, esaminandolo da diverse angolazioni. Avevo quasi vent’anni, e fino a quando fossi stata legata a Darius non avrei dovuto invecchiare più. In teoria avrei potuto vivere quanto un daeva, che era davvero molto tempo. In teoria. Ma una pugnalata al cuore mi avrebbe ucciso come chiunque altro.
«Grazie», dissi, ridandole lo specchio. «Le porto giù subito, se hai tempo.»
«Sicuro. Divento più occupata la sera. Non crederesti mai a quanto sappiano essere esigenti alcuni di questi ragazzini riguardo al trucco, e finisce sempre per sbavarsi.» Ester sorrise. «È bello avere un’altra donna con cui parlare.»
Le sorrisi di rimando. «Da ciò che Arshad ci ha detto, pensavo non ce ne fosse nessuna.»
«Be’, io non rimango qui. E mi ha presa soltanto qualche mese fa. Sogna di rendere la Lancia di Marduk il più famoso bordello di Karnopolis. Ce ne sono solo alcuni che hanno ragazzi e sono acerrimi nemici. Quando il Falco d’Argento ha assunto una parrucchiera, anche lui doveva averne una.»
«Non tiene anche bambini, vero?» domandai, a disagio. Il pensiero mi faceva rivoltare lo stomaco. Non pensavo che sarei riuscita a restare un minuto di più se Arshad avesse tenuto dei ragazzini da qualche parte. In effetti, avrei potuto vedere quanto gli sarebbe piaciuto essere appeso al tetto per le sue vecchie caviglie ossute.
«Nessuno sotto i tredici anni», disse Ester. «Anche se esiste un mercato per quelli.»
«Sono comunque giovani», dissi, pensando alla mia sorella minore, che sarebbe stata prossima a quell’età se non fosse stata uccisa da uno spettro.
Ester si strinse nelle spalle. «Nessuno di loro ha un altro posto dove andare. Nelle strade è molto peggio.»
Scossi il capo. Non cessava mai di sorprendermi quanto uomini che si professassero devoti, come Arshad, potessero far finta che le regole non si applicassero con loro quando era conveniente. Ma i magi e il Re erano la stessa cosa, predicando buoni pensieri e buone azioni mentre sfruttavano i daeva come schiavi. Era quello il motivo per cui ero a Karnopolis, rischiando la mia vita per trovare un uomo che neanche mi piaceva. Per provare a raddrizzare il torto di cui ero stata parte per così tanto tempo.
«Tornerò tra un minuto», dissi. «E, ti prego, non dire a nessuno che siamo qui. Arshad ti spiegherà tutto più tardi.»
Ester tornò a trafficare con le sue bottigliette e i pennelli. «Non preoccuparti, so mantenere un segreto. Arshad garantisce la riservatezza a tutti quelli che vengono alla Lancia di Marduk. Chiunque la tradisca potrebbe benissimo lanciarsi nel canale più vicino e risparmiare a Bobak il disturbo.»
Sorrisi a quelle parole. Ester no.
Due minuti dopo, avevo trovato le mie prede e le avevo trascinate tutte e due di sotto nella camera di Ester. Tijah rimase con il broncio per tutto il tempo, ma si illuminò quando la donna le offrì dei datteri canditi. Myrri sopportò il suo taglio in una solitudine trasognata. Non sembrava mai porre troppa attenzione su niente, ma sapevo che l’apparenza ingannava. In battaglia, Myrri era concentrata e letale. Operava meglio con l’acqua, così come Darius faceva come la terra. L’unica persona a esserle stata vicina oltre a Tijah era un daeva chiamato Tommas, e lui era morto.
Catturai il suo sguardo, indicai i suoi capelli e feci il segno indicante buono, pollice e mignolo che si toccavano. Lei mi offrì un sorriso timido e rispose con lo stesso gesto.
Provavo a includerla quando parlavamo tutti, e Darius faceva lo stesso, ma conoscevamo soltanto alcuni dei segni che utilizzavano, perciò quando Myrri comunicava era sempre attraverso Tijah. Erano legate da quando erano bambine e sembravano quasi capaci di leggersi la mente a vicenda. Ero arrivata al punto da considerarle come due metà della stessa persona. Tijah era la voce di Myrri. E Myrri… era l’ancora di Tijah. Quella che poteva sopportare ogni cosa, che faceva ciò che andava fatto.
Guardai Tijah parlare con Ester, l’espressione vivace mentre annusava i vari vasetti e cercava di convincere Myrri a farsi truccare il viso. Quando era dell’umore giusto, Tijah sarebbe stata capace di incantare un vecchio Numeratore moralista a cantare le sue oscene canzonette da osteria.
Mi ero aspettata che lei e Myrri ci abbandonassero all’accampamento di Alexander. Che si lasciassero l’impero e il padre di Tijah alle spalle e cominciassero una nuova vita in un posto remoto. Nessuno avrebbe potuto fermarle. Ma non lo avevano fatto. Avevano scelto di restare con me e con Darius, e io non lo avrei mai dimenticato.
«È il tuo turno», disse Tijah.
Myrri sbatté le palpebre pesantemente sfumate di brillantini verdi verso di me.
«No», replicai, con voce piatta.
«Oh, sì…»
Discutere con Tijah quando era così sarebbe stato futile, perciò mi arresi, anche se con la minima grazia possibile. Quando ebbero finito, osservai il risultato allo specchio. Sembravo un ragazzino prostituto alla deriva persino più di prima, il che voleva dire qualcosa.
Ovviamente Darius scelse esattamente quel momento per venirci a cercare. Si piegò in due dalle risate quando mi vide.
«Quanto per questa giovane nubile?» domandò, riuscendo a malapena a tirare fuori le parole mentre faceva finta di frugare nelle tasche alla ricerca di monete. «Voglio il trattamento completo, sia chiaro. Non badate a spese.»
«Oh, avrai il trattamento completo», grugnii. «Spero soltanto che ti piacciano le maniere forti.»
«Non troppo forti», rispose, e i nostri occhi si incrociarono e di colpo non stavamo più ridendo.
Ester ruppe il silenzio imbarazzato. «Datteri canditi?» domandò a Darius.
Lui fece per prenderne uno, ma io glielo strappai di mano.
«È a dieta», dissi, condividendo un ghigno con Tijah. «Ora, pensi di poter trovare un vestito? L’azzurro si intonerebbe meglio ai suoi occhi, credo.»