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2015 Words
3 Immergendomi nel lavoro, per tutto l’ultimo mese, mi sono sentito in pace. Trovo catartico il processo di progettazione, per me è uno sfogo, è liberatorio. Le aspettative pesano sulle mie spalle con l’avvicinarsi della tanto annunciata consegna dell’ennesimo capolavoro firmato “Callum Alexander”. Ma tenere la testa bassa è stato utile per rimuovere lo stress che è la naturale conseguenza dell’essere me. Il nostro prossimo lavoro sarà iconico e di grande risonanza pubblica: è il progetto di un nuovo museo marittimo nazionale nel cuore della mia città d’origine. Sarà la mia opera di maggiore visibilità a oggi, e avrò su di me gli occhi di tutti, con l’aspettativa che io crei qualcosa di incomparabile, superando di netto il lavoro fatto a Boston. La sfida è il mio obiettivo, e lascio che mi spinga sempre più in là, più in alto, oltre persino le mie stesse, elevate, aspettative. Al momento non ci sono più stati incontri con Jodi, il che mi va benissimo. Concentrarmi sul lavoro vuol dire distogliere il pensiero da cose che non posso controllare. Dopo otto ore chino al tavolo da disegno a lavorare all’ennesima idea, sono pronto a chiudere la giornata lavorativa, quando Grant entra in ufficio. Mi giro ad accoglierlo e mi blocco vedendo il suo sogghigno rivelatore. «Sembri felice, per essere uno che ha fatto colloqui tutto il giorno». «Non hai visto la bionda tettona che si è offerta di succhiarmelo sotto il tavolo per avere il posto». «Non l’avrai…!», esclamo balzando su. «Naa, volevo solo vedere la tua espressione», risponde. «Ma grazie per la fiducia, socio». «Bastardo». «Stronzo», replica lui. «Com’è andata?», chiedo. «Il solito mix di disperati, copioni e membri dell’Alexander fan club». Attraversa la stanza e si dirige alla mia scrivania, sedendosi sulla mia sedia in pelle dallo schienale alto. «Non so se essere colpito o infastidito». «Nessun fan di Richardson?». «Oh, in abbondanza anche quelli, ma non sono io la star qua, giusto?». Agita le sopracciglia, facendomi ridacchiare. «Quindi? Candidati papabili?». «Uno o due». Si passa il pollice sul mento. «Ehi, ti ricordi di aver conosciuto degli studenti a quell’evento del college, il mese scorso?». L’unica persona che ricordo vividamente di quell’evento è Lucia. Scuotendo la testa, rispondo: «Non mi viene in mente nessuno. Mi sono dimenticato di richiamare o qualcosa del genere?». Lui mi osserva. «No, niente di simile. Un candidato ha menzionato di averti incontrato là», risponde con tono asciutto, come sapesse che almeno di una persona mi ricordo. Sollevo un sopracciglio. «Incontro molta gente a quegli eventi. Alcuni più memorabili di altri». «Tipo la cameriera bruna sexy?». «Quale cameriera?», ribatto fingendo di non capire. «Okay, lascia perdere. Quindi, vuoi incontrare i due candidati in lizza?». «Devo farlo?». «Direi di no. Sono soddisfatto delle mie scelte: una ragazza deliziosamente attraente e volonterosa e un ragazzo secchione. Entrambi orgogliosi membri del Callum Alexander fan club. I gusti sono gusti, ma non è una cosa che gli posso rinfacciare», aggiunge facendo l’occhiolino. «Invidioso?», chiedo ridendo. «Così pare». Si alza e raggiunge il mio decanter di cristallo, alzando un sopracciglio interrogativo nella mia direzione. Io rispondo annuendo e lui comincia a versare l’Hennessy Black in due bicchieri. Viene verso di me, me ne porge uno e poi beve lentamente un sorso prima di sedersi di nuovo. «Li dividiamo tra noi come al solito?». «Mi sta bene. Ma per evitare di beccarci una denuncia per molestie sessuali, io prenderò la ragazza», dico con un sorrisetto furbo. «Stronzo». «Io lo definisco buon senso», ribatto. «Meglio prevenire che curare, suppongo», ammette lui, «specialmente con il progetto del museo sotto i riflettori». «Su questo sono d’accordo», dico alzando il bicchiere verso di lui prima di ingurgitare il liquido. «Cosa fai a cena?». Si alza, posa il bicchiere vuoto sul mobile bar e si incammina verso la porta. «Pensavo che potremmo andare in quel ristorante greco a qualche isolato da qua. Chiamerò i nuovi stagisti per dare loro la bella notizia e poi possiamo avviarci. Graves in particolare sembrava ansioso di cominciare». «Ottimo. Finisco questa sezione e metto via tutto». «Allora vengo a prenderti quando hai finito». Grant mi rivolge un ghigno e sparisce in corridoio. Un’ora dopo mi sta facendo strada mentre usciamo dal palazzo e ci incamminiamo sul marciapiede. «Ti sei visto con Jodi di recente?». «Proprio no. Ha chiamato un po’ di volte, ma quel treno è ormai partito». Alzo lo sguardo e lo becco a sorridermi. «Neanche per un altro memorabile viaggio in limousine?». Comincia a ridere e io lo imito. «Sembra non aver ricevuto il messaggio». Con un sussulto di finto orrore, risponde: «Non lo ricevono mai». Attraversiamo la strada e ci fermiamo fuori dall’ingresso di un ristorante dalle lunghe vetrate chiamato Santorino’s. Entriamo, e vengo sorpreso proprio da quel sorriso radioso che continua a ossessionarmi da quando l’ho visto per la prima volta, un mese fa. La donna che di recente è stata protagonista delle mie fantasie più depravate è in piedi a pochi metri da me. «Buonasera, signori. Non mi aspettavo di avere una celebrità come ospite stasera». «Lucia, giusto?», chiede Grant, passando automaticamente alla sua solita offensiva ammaliante. «Ottima memoria. Mi fa piacere rivedervi». Anche se il commento è rivolto a entrambi, è me che guarda negli occhi, e un significato sottinteso tra noi cattura la mia attenzione. «Siete solo voi due oppure aspettate compagnia?», domanda tornando a parlare con Grant. «Ah, questa è una domanda da un milione di dollari», replica lui dandomi una gomitata poco discreta. «Siamo solo noi due, Cal, o dovremmo invitare la nostra direttrice di sala a unirsi a noi?». Scuoto la testa in risposta alla sua audacia, alla sua spavalderia senza limiti. Osservando Lucia che ci sorride lieta, mi ritrovo incapace di distogliere lo sguardo. Quando l’ho incontrata la prima volta, la sua bellezza naturale mi ha conquistato. Classica, spontanea. Eppure oggi mi toglie ancora di più il respiro. Sento l’improvviso bisogno di cogliere l’opportunità di scoprire di più sulla donna intrigante che è diventata una presenza fissa, e in qualche modo sconcertante, nei miei pensieri. «Vorrei poterlo fare, ma stasera siamo piuttosto pieni, devo continuare a lavorare. Cercherò comunque di fermarmi al vostro tavolo, se l’invito è aperto. Lasciate che vi mostri i vostri posti e vi porterò dei drink». Muove il braccio indicando in fondo al locale. «Da questa parte, signori». Una volta seduti al nostro tavolo, prendo la lista dei vini ed esamino la selezione. «Forza, Callum, lasci che la stupisca con i miei consigli enologici», provoca Lucia. Alzo lo sguardo e incontrando il suo non riesco a non rivolgerle un sogghigno in risposta. «Chi sono io per impedirle di esercitare le sue stupefacenti doti?», scherzo. Poi, chinandomi verso di lei, sussurro: «Colpiscimi, Lucia». Con un lampo caldo negli occhi, lei fa un passo indietro e protende un fianco, tirando fuori una matita dalla tasca della camicia per poi picchiettarla sulle labbra in atteggiamento contemplativo. Labbra che a quanto pare non riesco a smettere di fissare. Lei si piega, prendendomi la lista dei vini dalle mani prima di sorriderci. «Vi fidate di me?». «Mia madre mi ha sempre consigliato di non fidarmi di una bella donna», replica Grant. «E lei, Callum? Che cosa le diceva sua madre delle belle donne?». «Di lasciar scegliere a loro il vino», rispondo io con convinzione. «Un rosso corposo e assurdamente costoso in arrivo». Ci offre un sorriso di commiato prima di girarsi e tornare verso il bar, nella parte anteriore del ristorante. «Quella sì che è una donna degna della tua attenzione, eh, Alexander?». Alzo gli occhi al cielo e afferro il menu come distrazione, il che non mi frena dal rivolgere occhiate compiaciute verso il bar e osservare la donna più intrigante che abbia incontrato negli ultimi tempi. Una volta finita la portata principale, sento una dolce risata giungere dall’estremità del ristorante, a spezzare il continuo mormorio delle conversazioni. Quasi per istinto giro la testa verso la fonte di quel suono mielato e osservo affascinato Lucia avvicinarsi al nostro tavolo. Incapace di toglierle gli occhi di dosso, scansiono senza pudore il suo corpo, dalla testa ai tacchi neri alti, prima di tornare sul viso, su cui gli occhi brillano divertiti e consapevoli. Indica con il capo i nostri piatti vuoti. «Spero che le portate siano state di vostro gradimento». La parola gradimento le scivola lieve dalle labbra e i miei occhi si incendiano alla vista del sorrisetto che le alza un angolo della labbra dipinte di rosso. Immagini improvvise di ciò che quella bocca potrebbe fare mi attraversano la mente, e mi trattengo dal passare di nuovo gli occhi sul suo corpo, sapendo che per me sarebbe una tortura ancora peggiore. Mi alzo e sposto la sedia accanto alla mia, piazzando gentilmente la mano in fondo alla schiena di Lucia. Il calore della sua pelle brucia la mia; non è il solito cliché della scarica elettrica, ma una specie di scottatura che si intensifica con il tempo. «Il cibo era squisito. Vuole unirsi a noi per il bicchiere della staffa?». «Mi piacerebbe molto», dice occupando il posto che le ho offerto. Mentre ne ho l’occasione, studio i suoi lineamenti, piacevolmente sorpreso di trovare il suo viso carico di espressività, del tutto aperto e onesto. Da quel che ho visto, questa donna non indossa maschere. Quello che vedi è quello che c’è, il che è davvero rinfrancante. Eppure, sento che in lei c’è qualcosa di più oscuro, qualcosa di seducente che indugia proprio sotto la superficie. Questa sensazione, non fa che aumentare in me il desiderio di scoprire di più su tale affascinante donna. Mi dirigo verso un tavolo vuoto e prendo un bicchiere da vino. Tutto in lei comunica classe e stile, non certo l’immagine di una povera studentessa in difficoltà che ha bisogno di fare lavoretti nel catering, quale era stata la mia impressione al nostro primo incontro. C’è qualcosa che non quadra, ma non crea diffidenza, solo maggiore intrigo. «Si dice che il capo possa sedersi di tanto in tanto», commenta lei mentre io spingo la sua sedia. Ecco la risposta per me: non è affatto una studentessa. «Grazie, gentile signore», dice mentre Grant versa del vino nel suo bicchiere. Non riesco a capire cosa mi stia facendo questa donna; è come ricevere un calcio nelle palle, non riesco a vedere altro che lei. Più tardi dovrò riflettere su questa cosa e cercare di comprendere come una persona di cui non so niente possa avere un effetto tale su di me. «E così lei è la direttrice di questo posto?», le chiede Grant, raddrizzando la schiena e passando lo sguardo con discrezione tra me e Lucia. «Può dirlo forte», risponde lei ridendo. «Proprietaria, direttrice di sala, cameriera sostituta, addetta alle pulizie…». Non è affatto imbarazzata, e mi rallegro della sua disinvoltura nell’unirsi a noi. Ci sono molte donne che paiono pensare che data la mia occasionale comparsa sulle pagine di gossip, devo per forza comportarmi da star, richiedendo un trattamento speciale e attenzioni. Poi, esiste anche il pregiudizio secondo cui io sia ricco, disperato e in cerca di una moglie trofeo, proprio come il mio stimato migliore amico seduto davanti a me. Jodi era in bilico tra la colonna A e la B. Lucia potrebbe far parte di una categoria completamente diversa. «Quanto sono fortunata stasera ad avere ben due begli uomini nel mio ristorante? E pure sul finire di una serata tranquilla», dice portandosi il bicchiere alle labbra e prendendo un lento sorso. Produce un mormorio di approvazione, catturando la mia attenzione e portando alle stelle la mia libido. Pochi minuti in sua compagnia e già mi comporto come un adolescente arrapato e disperatamente bisognoso di prenderselo in mano. Per fortuna le mie sinapsi si connettono in tempo per non fare la figura del cretino totale. «Abbiamo fatto tardi in ufficio e abbiamo deciso di mangiare un boccone prima di andare a casa». Ecco: appaio intelligente, amichevole, e per niente influenzato da lei. «Be’, sono contenta che abbiate scelto il mio posticino», replica. «Ne abbiamo sentito parlare molto bene e volevamo dare un’occhiata da un po’ ormai», commenta Grant prima di portare il bicchiere alla bocca e riabbassarlo sul tavolo. «Allora, Lucia, se possiede questo locale, come mai lo scorso mese si occupava del catering all’evento?». Ci voleva Grant per fare la domanda su cui sono più curioso. «Mio fratello, Gino, è comproprietario e gestisce la parte della nostra attività dedicata al catering. Era a corto di personale e ho dovuto dare una mano», risponde alzando le spalle. Pare che io non riesca a togliere gli occhi dalla superficie di vetro appoggiata al suo turgido labbro inferiore, e la osservo affascinato mentre prende un altro sorso, gustando il vino rosso senza alcuna timidezza. I suoi occhi incontrano i miei e lei abbassa le ciglia, senza però nascondere di stare studiando il mio corpo, e mi rendo conto che Miss Harding è interessata a me, o almeno intrigata. Ancora più scioccante è il fatto che voglio che lo sia. «Mr Alexander, a dire il vero stavo pensando a lei», afferma. La sua voce e le sue parole mi riscuotono di colpo dai miei pensieri, e sento la sua pelle scaldarmi l’avambraccio.
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