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La scia bianca in coda all’aereo era una linea fumosa che violava l’azzurro del cielo.
Il commissario Scichilone rimase ad osservarla sino a quando non si dissolse definitivamente. Gli sarebbe piaciuto essere su quel volo e non ancorato alla scrivania del proprio ufficio. Spostò lo sguardo sulla pila dei fascicoli da esaminare, realizzando che erano troppi.
Guardò di nuovo oltre la finestra e quindi si alzò di scatto, dirigendosi verso l’uscita.
Fuori dal commissariato c’era una città che viveva. Le autovetture incolonnate nella via Aprosio facevano ronzare le ventole per compensare il surriscaldamento dei motori. Il loro calore si aggiungeva ai trenta gradi di quella giornata di inizio agosto.
Scichilone cercò di sfuggire a quell’abbraccio afoso ed allungò il passo, svoltando nella quiete di via Bligny. Di lì al mare c’erano duecento metri di passeggiata che si sviluppava lungo la sponda del Roia. Camminò lentamente, lasciandosi osservare dalle mille finestre della città alta. Le case, arroccate intorno alla cattedrale, si ammassavano sulla dorsale di arenaria che dominava la foce del fiume. Sembrava un vascello, con la prora verso l’orizzonte e lenzuola stese al vento come vele.
Il commissario si fermò all’altezza della foce del fiume. Le spiagge sassose erano tappezzate da asciugamani colorati sui quali rosolavano corpi sudati ed odorosi di oli e creme abbronzanti. Il sole era una palla incandescente che si specchiava sulla superficie statica e metallica del mare. Frugando con lo sguardo i bagnanti, cercava una risposta alla domanda che si poneva ad ogni estate: che cosa spinge una persona a denudarsi quasi completamente davanti a centinaia di suoi simili?
L’esigenza di allontanare il ricordo dell’inverno o solo una forma di esibizionismo esasperato? Propendeva più per la seconda ipotesi, perché credeva che in ogni individuo albergasse una grossa componente di narcisismo. In fondo, pensava, esistere significa anche piacersi un po’, a prescindere dal fisico che madre natura ci ha donato. Grassi o magri, alti o bassi, non è importante se poi all’esame dello specchio l’unica cosa che conta è il compiacimento di sé. Succedeva anche a lui quando, studiando la propria immagine, le rughe del viso si trasformavano da segni dell’età che avanzava in solchi espressivi e l’adipe presente sul ventre e sui fianchi non era altro che una certificazione di benessere.
In quel carnaio affollato, a cosce affusolate di donne infilate in tanga minimali si mischiavano chiappe martoriate da cellulite vibrante come ricotta scaduta, bicipiti da culturisti che si contraevano inorriditi alla visione di addominali stile tartaruga rovesciata.
Scichilone si scosse e riprese il cammino verso casa, sapendo che il suo appartamento rappresentava il porto sicuro dove rifugiarsi, sfuggendo così al caldo ed allo sconforto che lo aveva colto in ufficio. C’erano giorni, come quello, in cui veniva assalito da apatia. La sentiva nascere dentro come un’onda anomala: cresceva di minuto in minuto, ingrossandosi sino al punto di sfociare nel rifiuto assoluto di qualsiasi cosa, che fosse lavoro, contatti con terzi, telefono. Ciò che desiderava veramente era raggiungere il suo appartamento, sedersi sul divano e guardare l’orizzonte che tagliava la vetrata della porta finestra. La sola compagnia che voleva era quella di una bottiglia di Pampero Anniversario. Il rum gli avrebbe regalato l’oblio, allontanandolo così dai fascicoli, dalla voce del centralinista, dal rumore del mondo.
Non gli succedeva spesso, ma quando quella sensazione si manifestava, era devastante. Era certo di essere depresso. Si definiva un malato compulsivo ed alcolizzato. Normalmente il disagio durava un giorno e quando il peggio era passato cercava, nei frammenti del proprio io, una spiegazione a tutto ciò.
L’autoanalisi non era il migliore dei percorsi, era consapevole che avrebbe dovuto rivolgersi ad un medico, uno specialista, uno strizzacervelli che lo aiutasse a capire. Razionalmente, era la soluzione migliore, ma l’illusione che tutto fosse passeggero, che potesse controllare quelle pulsioni, lo aveva spinto a rinunciare. Non voleva finire sdraiato su un lettino a raccontare la propria vita, pensava che ne sarebbe uscito da solo.
Il ronzio del condizionatore lo accolse con l’abbraccio fresco dei venti gradi che aveva impostato sul termostato a parete. Si liberò degli indumenti fradici di sudore, lanciandoli a caso, trasformandoli in macchie di colore umido sul parquet. Si sedette, nudo, sul divano candido. Allargò le braccia, appoggiandole sui cuscini morbidi, e reclinò la testa all’indietro, lasciando che il flusso d’aria lo colpisse in ogni angolo del corpo. Cercò di liberare la mente da tutti i pensieri, sostituendoli con il bianco del nulla. Le immagini di visi conosciuti, quelle di vita vissuta si sovrapponevano velocemente in una sorta rewind; apparivano e scomparivano nel vortice dei ricordi. Voleva che scomparissero, sperava di annientare la memoria per sentirsi libero, ma erano sempre lì, infiniti.
Si sollevò e raggiunse la libreria dove accese lo stereo, dando voce al cd che era inserito nel lettore. Le note del pianoforte si diffusero nell’ambiente. La voce di Billy Joel ne seguì la melodia.
They say that are not the best of times
But they’re the only times I’ve ever known
And I believe there is a time for meditation
In cathedrals of our own...
Prese la bottiglia di Pampero, un bicchiere e ritornò sul divano. La dose che si versò era generosa. Sorseggiò lentamente, trattenendo in bocca il liquido ambrato, inebriandosi degli aromi che sollecitavano le papille gustative. Chiuse gli occhi si lasciò trasportare dalle sensazioni intense che solo l’alcol gli sapeva dare. Nei sensi si alternarono note di agrumi, caffè e vaniglia, inseguendosi come bimbe gioiose sull’arco del palato e lungo l’esofago. Al primo bicchiere se ne aggiunsero altri, sino a quando tutti i ricordi furono soffocati dalla coltre fitta dell’oblio.