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Matteo guardò Sarah: dormiva.
Il viso era una smorfia di sofferenza. Il contorno degli occhi era livido, cerchiato dal dolore. Le labbra contratte, la mascella serrata, i capelli unti sparsi sulle spalle nude: tremava, nonostante l’estate irrompesse nella stanza con aliti di scirocco.
La strinse a sé e per un attimo il tremore si arrestò. Durò solo il tempo del bacio che lui le diede alla base della nuca. Il corpo di lei riprese a scuotersi incontrollato. “Ho freddo... ho freddo...”.
“Sono qui con te... sono qui”.
Lei aprì, faticosamente, gli occhi. “Ho bisogno della roba... sto male, porca puttana... sto male... dammi qualcosa...”.
“Adesso passa... amore... adesso passa...”. disse lui stringendola ancora più forte.
Sarah si divincolò con un movimento improvviso, dettato dalla forza misteriosa della disperazione, sedendosi sul letto. “Cazzo... cazzo... devo uscire... devo procurarmi qualcosa...”.
Cercò di alzarsi, ma lui la bloccò. “Dove vai, dove credi di andare conciata così?”.
“Tu non capisci... sto male, sto male... dammi un cinquanta... dai dammi ’sti cazzo di cinquanta euro”.
“Amore non abbiamo più un soldo...”. Disse lui, cercando di trattenerla.
“Nooooo... lasciami... non mi toccare... sei solo uno sfigato, uno sfigato”. Urlò lei, allontanandosi
“Sarah... parliamone, vieni qui”.
“Parliamo di cosa... del fatto che non abbiamo la roba o i soldi? Sai che ti dico, i soldi... i soldi li procuro io... adesso vado fuori e mi faccio sbattere dal primo che passa... per cinquanta euro mi faccio fare qualsiasi cosa, cazzo li varrò ancora cinquanta euro”.
“Sarah, dai vieni qui, per favore”. Disse Matteo, avvicinandosi.
Lei abbassò le braccia lungo i fianchi in segno di resa e si fece abbracciare.
Rimasero avvinghiati a lungo, sino a quando Sarah smise di piangere.
Stavano insieme da tre anni, dividendo un monolocale nella città alta. Si erano conosciuti sull’auto di Paolo, un tossico che all’epoca, come loro, era in perenne sbattimento per la roba. Lui e Matteo erano stati amici d’infanzia: tutti e due della Marina, cresciuti a due passi dal mare, all’ombra di reti stese al sole. Facevano tutto a metà, sia per il denaro che per l’eroina. Poi, un giorno, Paolo gli disse che a loro si sarebbe aggiunta un’altra persona, qualcuno con cui dividere le spese per acquistare la droga, perché quello che compravano per farsi non bastava più e quindi avevano bisogno di un altro finanziatore. Matteo non avrebbe voluto, ma quando l’amico gli presentò Sarah, cambiò opinione. Era bella, con quei capelli ricci e corvini sciolti sulle spalle, il sorriso accattivante. Da quel momento i tre diventarono inseparabili, sino a quando Paolo non fu trovato steso alla Margunaira. Aveva deciso di farsi una storia da solo e gli aveva detto male. L’ultimo buco se l’era fatto a due passi da casa, sulla spiaggia che frequentavano da bambini.
Da quel giorno, erano rimasti in due a sbattersi.
“Troveremo una soluzione. Potremo andare dal ‘vecchio’”. Disse lui.
“Il ‘vecchio’, quel mafioso. Non ci cagherà, perché lui i soldi li vuole in anticipo”. Replicò Sarah.
Matteo sfilò dall’anulare sinistro la fede d’oro, l’unica eredità che suo padre gli aveva lasciato prima di arrendersi al tumore. “Gli daremo questa”.
“Cristo, ma era di tuo padre, non puoi liberartene così”.
“Gli chiederò di tenerla in pegno, giusto il tempo di portargli i soldi”.
Lei lo guardò con rinnovata speranza. Era consapevole del valore affettivo che Matteo attribuiva a quell’anello. Rappresentava l’ultimo frammento di un passato felice, nel quale la droga era solo un fatto di cronaca che riempiva le pagine dei giornali. Matteo era figlio unico di un uomo rimasto vedovo troppo presto. Il genitore era stato per lui anche madre, amico e guida sino a quando la malattia si era manifestata subdola e devastante. Bruno se ne era andato un pomeriggio di febbraio, lasciandosi dietro il nulla ed un figlio poco più che adolescente. Nella stanza dell’ospedale, tra odore di farmaci e voci sussurrate, era rimasto a lungo ad osservare il volto sereno di suo padre. Dopo tanta sofferenza aveva trovato la pace e questo costituiva per lui l’unica soddisfazione.
Quel giorno aveva rappresentato un bivio cruciale per Matteo, travolto da eventi ai quali non era preparato. Sconforto e depressione erano stati scacciati dall’eroina, ben presto diventata l’unico scopo della sua esistenza. Per lei aveva rubato, per lei era stato arrestato, processato e condannato. Da timido ragazzotto che amava pescare i cefali alla foce del Roia, si era trasformato in un delinquente abituale. Nelle foto segnaletiche era rimasto impresso il sorriso amaro di sfida, nessuna angoscia. Non aveva paura del carcere, perché era convinto che non esistesse peggior prigione della sua vita.
“Dai andiamo”. La prese per mano, trascinandola lungo le scale ripide che dal terzo piano dello stabile fatiscente in cui abitavano conducevano in via Falerina.
Il sole era ancora alto nel cielo. Sul selciato rovente della passerella che collegava il centro storico ai giardini pubblici, le loro ombre erano poco più di due macchie scure che si muovevano veloci. Graziano Marotta, conosciuto come il “vecchio della bianca”, abitava in un palazzo moderno che si affacciava su passeggiata Oberdan. Il soprannome glielo avevano dato i tossici in ragione dell’età, che superava i settanta anni e della grande disponibilità di cocaina. In realtà, l’uomo si applicava con estrema dovizia allo spaccio di tutte le droghe, senza disdegnare i reati a corollario tipo l’usura, la ricettazione, che facevano di lui un vero professionista del crimine. Gli sbirri avevano effettuato decine di perquisizioni, messo sotto i telefoni per migliaia di ore, senza mai trovare nulla di penalmente rilevante. Una volta, gli avevano piazzato anche delle ambientali in ogni angolo della casa, ma lui le aveva trovate ancor prima che il monitoraggio iniziasse. Si era così presentato in Commissariato, lasciando al piantone una busta con le “cimici”. Aveva semplicemente detto “il vostro capo ha perso queste in casa mia” e se ne era andato. Nessuno tra gli investigatori era mai riuscito a capire dove tenesse gli stupefacenti, in quali scantinati o solai custodisse il denaro e la refurtiva ricettata. Chiunque lo avesse voluto raggiungere, doveva scalare gli otto piani dello stabile, superare un cancello in ferro battuto posto a difesa di un lungo corridoio che moriva davanti ad una porta blindata costantemente monitorata da due telecamere. A tutti diceva che lo tutelavano dai ladri. Era praticamente irraggiungibile. In casa riceveva i clienti che perquisiva ancor prima che fiatassero. Una volta appurato che fossero privi di microfoni o registratori, li ascoltava. Era una sorta di confessore che si faceva carico dei loro drammi, rimanendo impassibile di fronte alle implorazioni di credito. La roba si pagava subito. Stava seduto su una poltrona a fiori per tutto il tempo, alzandosi solo quando vedeva il colore dei soldi. Spariva, per pochi minuti, oltre una porta a vetri opachi e quando ritornava aveva il quantitativo di droga richiesto. Le buste trasparenti passavano dalle mani, protette da guanti bianchi, di lui a quelle tremanti dei tossici. Poi, Graziano Marotta osservava il monitor dell’impianto di videosorveglianza per controllare che davanti alla sua abitazione non ci fosse nessuno. Solo allora faceva scattare la serratura della porta che si richiudeva rapida alle spalle dei visitatori quando uscivano. Li osservava nello schermo a led mentre si allontanavano lungo il corridoio sino a raggiungere il cancello di ferro che si apriva tramite un congegno elettrico comandato da remoto.
Sarah e Matteo svoltarono sul lungo fiume Girolamo Rossi.
“Ferma, ferma”.
“Che c’è?”. Chiese lei.
“In fondo, vicino al Sirena”.
Accanto al ristorante stazionava la sagoma di un uomo calvo. Indossava una polo a mezze maniche e jeans sbiaditi. Stava lì, fermo con il viso rivolto alla spiaggia: sembrava stesse osservando qualcuno.
“Cazzo, è il capo degli sbirri... merda, merda...”. Constatò Sarah.
“Infiliamoci qui”. Disse Matteo trascinandola oltre la siepe che cresceva lungo il perimetro dei giardini. Si sedettero su una panchina dalla quale potevano tenere d’occhio il commissario Scichilone.
“Secondo me è in appostamento”.
“Non credo”, affermò lui guardandosi intorno “non vedo altri poliziotti. Se fosse così sarebbe pieno di quelli in borghese... come si fanno chiamare quegli stronzi?... ‘camaleonti’! Sì, sarebbe pieno di ‘camaleonti’, gli stessi che mi hanno arrestato. Li conosco bene, io e non ne vedo nemmeno uno”.
Lo osservarono, mentre scuoteva la testa glabra, muoversi con passo deciso in direzione levante. Si spostarono anche loro, mantenendosi al riparo della siepe. Seguirono ogni movimento del poliziotto: appariva tranquillo. Non guardava più la spiaggia. Proseguì oltre l’entrata al cortile di palazzo Oberdan, superò l’incrocio con via Chiappori dissolvendosi nel calore che tremolava sugli autobloccanti della passeggiata al mare. Solo allora Sarah e Matteo uscirono allo scoperto.
“Non stava facendo un appostamento. Forse si era fermato per dare un’occhiata a qualche tetta, ‘sto porco. Meglio così”. Disse lui, sputando per terra.
Entrarono nel cono d’ombra creato dalla struttura essenziale dei tre mostri in cemento armato che prendevano il nome della via sulla quale si affacciavano. Erano possenti ed incombevano alti su chi si avvicinava. Il “vecchio” abitava nella porzione centrale della “U” che formavano.
Sarah pigiò il tasto del citofono che riportava la scritta adesiva “MAROTTA”.
L’uomo viveva solo da sempre e quindi non c’era mai stata la necessità di associare un altro cognome al suo. Sarebbe stato fine a se stesso, nessuno sarebbe stato erede del suo male.
“Sì?”.
“Sono Sarah”.
La serratura del portone anodizzato scattò, consentendo ai due ragazzi di imboccare la prima delle diciassette rampe di scale che portavano all’attico. Le percorsero con fatica e quando giunsero davanti al cancello in ferro, si sedettero sul pianerottolo, cercando di recuperare un minimo di forza.
Sarah fu la prima a sollevarsi. Matteo la imitò, appoggiandole poi una mano sulla spalla.
Il “vecchio” li accolse con espressione neutra. Si avvicinò e controllò che fossero “puliti”. Le sue mani si mossero esperte sul corpo di entrambi. Su quello di lei si soffermarono lascive. “Non vi dispiace se verifico che non siate passati con il nemico, vero? Mmm, sei fatta bene piccola”.
“Stai fermo con le mani ‘vecchio’”. Reagì lei.
“Irascibile... mi piacciono le donne con personalità, ma ti consiglio di darti una calmata se vuoi che ti ascolti”. Disse palpandole i seni.
Sarah si sottrasse al tocco senza proferire parola.
“Bene, cosa posso fare per voi?”.
“Lo sai cosa vogliamo”. Disse Matteo.
“Ah, sì certo, certo che lo so, ma conoscete le regole: prima fatemi vedere i biglietti”.
“Questa volta, niente soldi. Però abbiamo questa”. Il ragazzo esibì la fede di suo padre.
Graziano Marotta la prese tra le dita. “Per questa vi posso dare una dose”.
“Cazzo, ma vale almeno tre volte il costo di una dose”. Affermò Sarah.
“Prendere o lasciare. Se volete più roba, dovete aggiungere qualcosa”.
“Ma non abbiamo altro”. Disse lei.
“Ti sbagli, dolcezza. Tu hai molte cose che mi interessano”. Il “vecchio” le si avvicinò frugandole tra le cosce.
Lei non si mosse, mentre lui cercò di baciarla.
Matteo lo afferrò per le spalle, allontanandolo con violenza. Il corpo di Graziano Marotta venne proiettato contro la credenza barocca della sala. La vetrina esplose in mille schegge che si sparsero sul pavimento. “Pezzo di merda, non toccarla”. Urlò.
Il “vecchio” si aggrappò al mobile. “Sei morto”. Disse, esibendo la pistola che aveva estratto da sotto la giacca.
Matteo caricò l’uomo a testa bassa come un ariete. L’impatto fu tremendo. Mentre i loro corpi diventavano una sola massa, il rumore di uno sparò riempì la stanza. I due si ritrovarono avvinghiati a terra. Matteo era riuscito a bloccare la mano con la quale Marotta impugnava la semiautomatica. Lo disarmò e si allontanò da lui, lasciandolo steso sul pavimento. Lo colpì con un calcio al fianco. “Chi volevi ammazzare, stronzo?”. Gli disse, puntandogli la pistola.
“Fermo... fermo. Possiamo metterci d’accordo... forse avete ragione, l’anello vale molto di più, ma abbassa la pistola”.
“Amore hai sentito ‘sto pezzo di merda? Adesso dice che possiamo avere più roba!”.
Matteo si voltò, scoprendo che Sarah era stesa a terra. “No... no... Sarah, Sarah...”. Si abbassò, scuotendo quel corpo che non avrebbe più risposto a nessuna sollecitazione. Il foro del proiettile le aveva disegnato un tatuaggio indelebile in mezzo alla fronte mentre il sangue si stava allargando sul tappeto. “Sarah... Sarah!!”.
Il “vecchio” approfittò di quel momento per alzarsi. Si avvicinò al tavolo rotondo posto al centro del vano ed afferrò un pesante candelabro con l’intenzione di colpire il suo avversario.
Anche il ragazzo si sollevò, girandosi verso l’uomo. “L’hai uccisa, bastardo...”. Alzò il braccio e sparò.