UNA SIGNORA FUORI COMBATTIMENTO-1

2119 Words
UNA SIGNORA FUORI COMBATTIMENTO Sto qui impalato a guardare questa casa e penso che se un giorno riuscirò ad avere un po’ di “grano” mi comprerò una costruzione del genere. Perché ha quel che si dice un’atmosfera. Sorge fuori della strada, sopra un lieve pendio verde. Uno steccato bianco la separa dal mondo, e dentro, tutto attorno, ci sono aiuole e vialetti orlati di pietra bianca. Alla porta d’ingresso si accede per un’ampia gradinata, che si estende a mo’ di terrazza. Credo proprio che mi andrebbe di riposare. Viaggiare in aeroplano va bene, ma a un certo punto ci si stanca. Ho scoperto che tutto mi stanca. Anche i G-Men hanno un sistema nervoso, ma forse questo lo sapete. Mentre seguo il sentiero, diretto alla veranda, mi chiedo che tipo sia quella Marella Thorensen. Peccato che non si sia potuto avere alcuna fotografia della signora in questione, perché da una foto io traggo una quantità di idee. Ma, dato che tra un minuto la vedrò in carne e ossa, forse la fotografia non interessa più. Si tratta di un caso curioso. Avete visto la lettera che la signora ha scritto al direttore a Washington. Dice che è una cosa misteriosa. Ho cercato sul vocabolario questa parola e vi è spiegato che «misterioso» significa enigmatico, così ho cercato «enigmatico» e adesso so che vuol dire al di là della comprensione umana. Sarà, ma non è al di là della mia comprensione. Spremete i vostri cervelli. Se questa signora scrive una lettera al direttore dell’Ufficio Federale e dichiara che ci sono alcune cosucce che lui dovrebbe sapere, significa che da quelle parti non spira vento buono. Ci siamo? Allora, se è così, mi sembra curioso che l’amica in questione non vada dal marito a raccontarglielo. Dopo tutto, quando si è vissuto con un uomo per dieci anni, ci si confida con lui. Giusto? Ma le signore ne fanno, di cose strane... E chi sono io per dirvi una cosa simile? Immagino che lo sappiate già da soli. Le signore sono molto più risolute di quanto non si creda. Sono gli uomini ad essere maledettamente romantici. Ne ho conosciute una quantità, di donne pratiche, come una di Cincinnati. Era un tipo religioso, questa donnina, e pugnalò il marito con un cacciavite, solo perché non voleva andare in chiesa la domenica; il che dimostra che le donne hanno carattere. Queste riflessioni mi hanno portato sulla terrazza coperta. Anche il campanello è fuor del comune e, quando lo premo, sento un suono musicale squillare in qualche parte della casa. Aspetto. Sono le quattro e spira una piacevole brezza. Penso che forse verrà a piovere. Nessuno sente il campanello, così lo premo ancora. Passano cinque o sei minuti. Faccio un giro attorno alla casa. È un bel posto, né troppo grande né troppo piccolo. Dietro, si estende un prato ben tenuto, con una piccola pagoda cinese, in un angolo lontano. Nel centro della parte posteriore della casa, ci sono due porte finestre che danno sul prato e mi accorgo che una è aperta. Mi avvicino. Noto che chiunque ne sia entrato o uscito, l’ultima volta, doveva aver tanta fretta da strappar via la maniglia, il che è una cosa curiosa da fare a una porta a vetri. Metto dentro la testa e guardo in una camera lunga e bassa. Bei mobili e una quantità di ninnoli. Non un’anima viva attorno. Tossisco per dare atto della mia presenza. Non capita niente. A destra, in un angolo, c’è una porta; mi avvicino, l’apro ed esco in un corridoio. Tossisco ancora, ma è inutile perché nessuno se ne cura. M’inoltro nel corridoio ed arrivo nel vestibolo, dietro la terrazza coperta. A destra c’è un tavolo e sopra ad esso un vassoio con della posta. Sotto il tavolo, contro la parete, noto un telegramma, probabilmente caduto dal vassoio. Lo raccolgo e lo leggo. È il telegramma che il direttore ha mandato alla signora Marella Thorensen, per dirle che l’agente speciale L.H. Caution si metterà in contatto con lei tra le quattro e le cinque di oggi. Ma dov’è l’interessata? Mi giro attorno e la chiamo. Silenzio. Torno indietro per il corridoio e trovo un’ampia scala che si snoda a sinistra. La salgo. Al primo piano, di fronte alla balaustrata, a destra, due o tre porte bianche. Alla fine del corridoio, proprio davanti a me, una porta ed a terra una sciarpa di seta, da donna. Mi avvicino e ficco dentro la testa. È la camera da letto di una donna e mi pare graziosa. Noto subito che qualcuno deve aver avuto una bella crisetta nervosa, lì attorno, perché tutte le cosucce della toilette, posta tra le due finestre che guardano sul davanti della casa, sono sparse sul pavimento. Una poltrona è rovesciata, e una salvietta, tutta attorcigliata come un serpente, spicca nel centro del tappeto azzurro. Penso che la signora Thorensen doveva essere ben arrabbiata. Scendo di nuovo, cammino lungo il corridoio e faccio qualche piccola investigazione. Giro per tutta la casa e non trovo nessuno. In cucina, sul tavolo vedo una “nota” appoggiata contro la scatola del tè. È indirizzata a Nellie e dice: « Non preoccuparti del pranzo. Sarò di ritorno soltanto alle 21». A quanto vedo anche Nellie si è presa un po’ di vacanza. Esco dalla stessa via per la quale sono entrato e chiudo la porta finestra. Torno dove ho parcheggiato la macchina, salgo e accendo una sigaretta. Se la signora non sarà di ritorno che alle nove di sera, penso che posso benissimo andare a San Francisco e scambiare due parole con O’Halloran. Forse lui potrà illuminarmi su alcune cose. Mentre sto per mettere in moto, vedo una macchina spuntare dall’angolo e fermarsi davanti a Villa Rosalito. Ne scende una donna. È, magra come un’adolescente, ha un bell’incedere e un buffo cappellino spicca tra i suoi capelli neri. Immagino che vada a far visita alla signora Thorensen. Accendo il motore, ma poiché sono un gran curioso, mentre passo davanti alla macchina ferma prendo il numero della targa. Di lontano mi giro e vedo la signora che preme il bottone del campanello. Resterà delusa, mi dico... Arrivo a San Francisco alle cinque e mezzo. Metto la macchina in garage e mi avvio verso il Sir Francis Drake Hotel, che già conosco. Prima bevo un bicchierino, poi faccio la doccia e mi concentro un po’. Può darsi che voi la pensiate come me, comunque sarete d’accordo che è davvero strano il comportamento della nominata Marella Thorensen. Scrive chiedendo l’intervento dei G-Men e, quando un telegramma le comunica il mio arrivo, cosa fa? Esce di casa, lasciando una nota per la cuoca, in cui dichiara che non sarà di ritorno fino alle nove. Ho idea che ci sia del marcio, qua sotto. Azione. Chiamo la Sezione di Polizia e chiedo se c’è O’Halloran. Me lo passano subito. - Ehi, Terry - gli dico - sei ingolfato nel tuo lavoro o hai tempo di concederti una passeggiata fino al Sir Francis Drake, per scambiare due chiacchiere con Lemmy Caution? Dice di sì, che per Lemmy il tempo l’ha sempre. Terence O’Halloran, tenente di polizia qui a ’Frisco, è amico mio da vecchia data. Da quando gli ho dato una spinta per ottenere il posto in questa città da cristiani. Gran bevitore, è capace di tracannarsi più whisky lui di dieci poliziotti messi assieme, e nonostante la sua faccia espressiva come una parete rocciosa, qualche volta ha dei lampi di genio. Appena arriva, ordino una bottiglia di whisky irlandese e comincio a lavorarmelo. - Senti, Terry - gli dico - non devi prenderla come una domanda ufficiale, perché la cosa non riguarda il Dipartimento di Polizia, ma se sai qualcosa sulla signora Marella Thorensen, sarò felice di ascoltarti. Lo metto al corrente della lettera e del conseguente mio viaggio. - Ho intenzione di tornare a Villa Rosalito alle nove, e mi piacerebbe utilizzare questo tempo istruendomi un po’ sulla pupa in questione e su suo marito. - Non ho molto da dirti, Lemmy - mi dichiara - sono anni che non la vedo questa tua “pupa”... Mica male d’aspetto, ma viene in città una volta ogni morte di vescovo. Suo marito sì che è un tipo svelto! Aylmar Thorensen sa farsi strada e adesso ti spiego come. Sei anni fa era un semplice avvocatucolo, come ce ne sono mille. Faceva qualche causa di tanto in tanto, ma niente di speciale. Poi ad un tratto diviene legale di Lee Sam, il quale nuota nell’oro. Controlla tutta la seta della California ed ha quattro stabilimenti di tessitura, sparsi qua e là. Ma, come tutti i cinesi, è esoso, così più ne ha e più ne vuole, e comincia a interessarsi di tutte le case da gioco e di divertimento esistenti nel quartiere cinese e si lega con un certo Jack Rocca, venuto qui da Chicago con una fedina penale lunga come il ponte del Golden Gate. In un modo o nell’altro, quando questi due si mettono nei guai, arriva Thorensen e ti dimostra che sono puri come agnellini. Se non fosse stato per lui, il cinese, denaro o non denaro, parecchie volte se la sarebbe vista brutta. Annuisco. - Immagino che Lee Sam paghi bene per dare una parvenza legale alle sue azioni, no? - Naturale - continua Terry. - E Thorensen si è rimpannucciato. Ha due automobili, una bella casa a Burlingame ed un appartamento a Nob Hill. È un tipo in gamba, non c’è che dire, ma chissà che un giorno non si incontri con uno più in gamba di lui. Si accende una sigaretta. - Dimmi, Lemmy - chiede - cosa ha da fare questa Marella Thorensen con voi, agenti federali? - Anch’io vorrei saperlo - gli confido - ma prima delle nove non c’è niente da fare. Nel frattempo non troverei sbagliata l’idea di nutrirci. Telefono giù e ordino la cena, poi ci sediamo e mangiamo e parliamo dei vecchi tempi, prima del proibizionismo, quando gli uomini erano uomini e le donne li apprezzavano. Alle otto e mezzo, Terry taglia la corda. Deve tornare al Commissariato per un certo lavoro e alle nove meno un quarto anch’io mi decido ad alzarmi, se voglio finalmente poter fare due chiacchiere con Marella Thorensen. Sulla soglia mi ferma uno squillo di telefono. È O’Halloran. - Senti, Lemmy - dice - vuoi sapere una cosa? Mi ha telefonato adesso Lee Sam. Ricordi che te ne ho parlato? Il vecchio è preoccupato. Sua figlia era a Shanghai in vacanza o che so io. Bene, oggi gli telefona da Alameda, appena sbarcata da un China Clipper. Il vecchio è sorpreso perché non si aspettava il suo ritorno e dice come mai? Allora lei gli spiega che ha ricevuto una lettera da Marella Thorensen, in cui la pregava di tornare e le fissava un appuntamento a Villa Rosalito per questo pomeriggio. La figlia di Lee Sam dice che prende una macchina e che va direttamente a Burlingame. Pensa di arrivarci in mezz’ora, così dovrebbe essere a casa sua, su a Nob Hill verso le sei. Bene. Non è ancora arrivata e il vecchio si preoccupa. Ad accrescere la sua paura, poi, sta il fatto che ha telefonato a Villa Rosalito senza ottenere risposta. Pare che non ci sia nessuno, là. Ti ho avvisato perché pensavo che poteva interessarti e, senti: se vai là, sappimi dire cosa accade, così tranquillizzo il vecchio. Velocemente ricollego le idee. - D’accordo, Terry - gli dico - ma vuoi farmi un piacere? Non è necessario agitarsi per la figlia di Lee Sam. Io credo di sapere che sta bene. Resta lì tranquillo, penso che sarò di ritorno verso le undici. Può darsi che allora abbia qualcosa da dirti. - Bene - sospira lui - telefono al vecchio e gli dico che lo richiamo più tardi. Appende. Si direbbe che l’affare si complica, perché adesso so il nome della brunetta che premeva il campanello, e mi chiedo dove si sia cacciata dato che non le deve essere riuscito difficile scoprire che non c’era nessuno in casa. Scendo e vado nel garage dove ho lasciato la macchina; guido ad una velocità abbastanza buona, verso Burlingame. Vien giù la nebbia, il classico nebbione che proviene dal Sacramento e ci tengo ad arrivare là mentre ci si vede ancora. Fermo davanti a Villa Rosalito, entro nel giardino e vado direttamente alla porta d’entrata. Comincio a premere il campanello. Non capita niente. Me lo immaginavo. Non importa: ormai so la strada. Faccio il giro della casa e passo per la porta finestra, come ho fatto prima. Noto che è aperta, ed io nell’uscire l’avevo chiusa, così può darsi che la cinesina abbia seguito il mio esempio.
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