UNA SIGNORA FUORI COMBATTIMENTO-2

2607 Words
Accendo le luci e mi do da fare. Macché: non c’è nessuno. Finalmente entro in cucina. La nota che era appoggiata contro la scatola del tè è sparita; allora forse Nellie, la cuoca è tornata. Se sì, dove si è ficcata? Torno nella hall ed afferro il telefono. Chiamo O’Halloran e gli chiedo se ci sono novità. Dice di sì, che la cinesina è sana e salva. È tornata dopo le nove; era stata in giro a trovare alcuni amici. Gli chiedo se ha detto a Lee Sam che la signora Thorensen non era in casa e lui dice di no, che non ha parlato, ma che la figlia, comunque, doveva saperlo. Allora gli dico che io me ne torno diritto in albergo, ma che, per via della nebbia, non sarò là prima delle undici. Perché lui non mi raggiunge, che ci beviamo un altro goccio assieme? Dice di sì, che quando c’è da bere lui ci sta sempre. Torno fuori e prendo la via del ritorno. La nebbia è fitta come una cortina; pioviggina, anche, un po’. Una sera da cani. Non è facile guidare; arrivo a destinazione soltanto alle undici e un quarto. In camera mia trovo O’Halloran. Si è scolato la bottiglia che avevo ordinato prima, così me ne faccio mandare su un’altra. - Senti, Terry - gli dico - ci sono dentro ormai, in questo caso. Voglio andare su in collina a trovare questo Lee Sam. Desidero scambiare una parola con sua figlia. Non so, ma sono curioso di sapere dove è Marella Thorensen. Terry posa il bicchiere. - Perché non vai da suo marito? - dice. - Anche lui sta su a Nob Hill. - Può darsi che ci sia e può darsi anche che non ci sia - gli rispondo. - Se la signora voleva parlare al marito della cosa misteriosa che ha in mente di confidare a me, l’avrebbe fatto prima. Adesso non voglio disturbarlo, questo Aylmar Thorensen. Voglio solo parlare con la cinesina. E, se farai il bravo bimbo, ti dirò cosa devi fare. Resta qui e continua a bere. Forse avrò bisogno di te. In questo caso ti telefonerò dalla casa di Lee Sam. - Va bene, Lemmy - dice - io... io sono felice. Ho i piedi in alto ed una bottiglia tutta per me. Cosa posso chiedere di più? Lo lascio mentre prende la bottiglia. Salgo in un tassì, ci arrampichiamo sulla collina e scendo nei dintorni della “Casa della Valle” dove vive Lee Sam. Mentre cammino vedo la luce di una finestra tremolare nella nebbia. La casa è un vero palazzo, tutto circondato da un alto muro e con un bel cancello. Si vede che il cinese ne ha, di “grano”. Entro dal cancello, mi inoltro nel viale e suono il campanello. Un tipo con gli occhi a mandorla e la giacca a righine mi apre la porta. Gli dico che sono un agente federale e che desidero scambiare alcune parole con la signorina, e lui mi fa strada verso un salotto pieno di magnifici mobili cinesi e mi dice di accomodarmi. Cinque minuti dopo arriva un tizio; capisco che deve essere Lee Sam. È un bel vecchio, dall’aspetto gentile, con baffi bianchi ed un codino cinese che pochi portano ancora al giorno d’oggi. Indossa un costume cinese e, a vederlo così, pare che sia venuto fuori da una stampa. Ha un bel viso sereno, dolce e sorridente, e parla bene l’inglese, solo che non sa pronunciare la “erre”. - Desidela vedele la signolina Sam Lee? - dice. - Sono davvelo spiacente di avele distulbato la polizia senza una vela lagione. Mia figlia sta bene. Si è attaldata con alcuni amici. Sorride. - Gioventù spensielata - aggiunge. - Sono contento, Lee Sam - sorrido anch’io - che vostra figlia stia bene, ma desidero ugualmente scambiare qualche parola con lei. È per un’altra faccenda. Il vecchio pare sorpreso, ma non dice niente; si stringe semplicemente nelle spalle, si gira ed esce dalla stanza. Torno a sedermi e mi accendo una sigaretta; un paio di minuti dopo, la porta si apre ed entra una signora. E che signora! Vi dico che ha tutto. È alta, esile e flessuosa, ma ciò non vuol dire che sia magra. Ha tutte le sue curve a posto. Vi dico che la sua figura avrebbe spinto una modella di prima classe a buttarsi nel lago, per l’invidia. Se non sapessi che è figlia di Lee Sam, mai più potrei immaginare che è cinese. Penserei che è una bellezza superamericana. Indossa un paio di calzoni e una casacca di seta nera tutta ricamata a draghi d’oro. La casacca è abbottonata alta fin sotto il collo, e i piedini sono calzati da un paio di scarpine di raso nero, chiuse con fibbie di brillanti. La carnagione è d’un pallore cadaverico e le labbra sono socchiuse da un mezzo sorriso, come se lei pensasse di trovarsi di fronte a un tipo che le piacesse, ma non ne fosse proprio certa. I denti sono perle e attorno al collo ha una collana che vale almeno ventimila dollari; altrettanti spiccioli devono valere gli anelli alle dita. Se sono tutte così, le donne in Cina, capisco perché tanti ragazzi vogliono fare i missionari. La bellezza si ferma dinanzi alla mia poltrona e mi guarda. - Buona sera - dice. - Desideravate parlarmi? Mi alzo: - Solo qualche domanda, signorina Lee Sam - le dico. - Mi chiamo Caution. Sono agente federale. Immagino che voi non sappiate dove sia la signora Thorensen, vero? Mi guarda sorpresa. - Marella era a casa, quando l’ho vista per l’ultima volta. Sono arrivata da lei alle quattro e quarantacinque. Non c’era nessuno. Ho aspettato un po’ e poi è tornata. Potevano essere le cinque, o poco più. - Molto bene - dico - e cosa avete fatto? Lei mi guarda con lo stesso mezzo sorriso, un po’ di stampo antico, se capite quel che voglio dire. - Ci siamo sedute e abbiamo parlato. - E quanto tempo siete state sedute a parlare? - A lungo - dice. - Fino alle sette e forse più. Sono venuta via alle otto meno venti. - E l’avete lasciata là? Lei fa di sì con la testa. - Se è così, signorina Lee Sam, potete spiegarmi perché vostro padre, quando ha telefonato, non ha ottenuto risposta? Lei sorrise ancora. Mi guarda come una maestra paziente guarda il suo scolaro. - Posso spiegarvi anche questo, signor Caution - dice. - Marella ha staccato il telefono perché non voleva che ci disturbassero mentre parlavamo. Poi siamo salite in camera sua e immagino che si sia dimenticata di rimetterlo a posto. Penso un minuto. Ricordo che durante la mia seconda visita a Burlingame ho chiamato O’Halloran e che il telefono era innestato nella spina, e come! - Possibile - dico. - E perché siete andata là, come se aveste avuto il diavolo alle calcagna, appena scesa dal China Clipper? Il sorriso le si allarga un po’. - Marella aveva bisogno di me - risponde. - Mi aveva scritto a Shanghai confidandomi di essere nei guai e di avere urgente bisogno della mia presenza. Mi scrisse, per via aerea, il primo di questo mese. Mi pregava di venire da lei, al più tardi il giorno dieci. È mia amica. così sono venuta. Io sghignazzo. - Signorina - le confido - vorrei che voi foste tanto amica mia, da volare per quattromila chilometri se vi mandassi una lettera. Fu quella l’unica ragione? - È una ragione sufficiente, signor Caution - risponde lei. - Se io vi amassi, volerei per quattromila chilometri per raggiungervi, se me lo chiedeste. Mi consiglio piuttosto bruscamente di occuparmi solo del caso in questione, così lascio quelle parole senza risposta. Eppure l’avrei avuta pronta. - Naturalmente l’avrete conservata, la lettera, in cui la signora Thorensen invocava la vostra presenza! - dico. Lei scuote la testa. - No. L’ho distrutta. Non vedo la ragione perché l’avrei dovuta conservare. - Qual è il vostro nome, signorina Lee Sam? - le chiedo. - Berenice - risponde. Mi guarda e i suoi occhi sono come un profondo ruscello in estate. Vi dico che questa bambola non è un tipo comune. Ha equilibrio e calma, e il suo cervello è svelto come una frusta. - Non vi piace il mio nome, signor Caution? - Vostra madre allora era americana? - le chiedo. - Sì, ma come lo sapete? - Vostro padre non sa pronunciare la “erre” e non vi avrebbe mai chiamata Berenice. - Voi siete molto più intelligente dì quanto non sembriate, signor Caution - sorride. - Avete ragione. Mio padre dice Belenice, ma ha un altro nome per me. Un nome cinese che significa «Molto profondo e molto bel ruscello». Questo vi piace, signor Caution? - Signorina - le dichiaro - che voi siate bella, lo vedono tutti, che siate profonda lo vedo io. Riprende a sorridere e si gira mentre il vecchio entra e si avvicina a me. - Un signole vuole pallalvi - dice. - Il telefono è nella hall. Lo seguo. È O’Halloran. - Ascolta, magnifico bruto - mi dice - mi sono divertito a fare qualche telefonata in giro e credo di sapere qualcosa che ti interesserà. Mezz’ora fa, alcuni agenti hanno ripescato un corpo che galleggiava sotto il molo di New York. L’hanno mandato all’obitorio. Si tratta di una donna. Non sono andato a vederlo perché mi spiace lasciare solo questo whisky, ma so tutto. Altezza: un metro e sessanta circa; peso tra i 55 e i 60; bionda, capelli corti. Significa niente per te? - Va bene Terry - gli dico. - Resta dove sei, ci vado io all’obitorio. Arrivederci. Il vecchio è sparito. Torno in salotto. La bambola è ancora dove l’ho lasciata. - Sentite, signorina - le dico - desidero sapere soltanto ancora una cosa. Com’era vestita la signora Thorensen quando l’avete vista? - Aveva una gonna blu e una camicetta di foulard grigioperla. Calze grige e scarpe basse di camoscio blu. - Nessun anello? - Sì, sopra la fede, come sempre, aveva l’anello di fidanzamento, composto di un rubino e un brillante. Nell’altra mano un grosso anello d’oro al mignolo. - Grazie mille. Ci vedremo ancora, Molto Profondo e Bel Ruscello - dichiaro inequivocabilmente - e mi raccomando, non prendete il volo, mentre sono lontano. Me ne vado in fretta. Monto in un tassì che passa e scendo dalla collina. Un po’ prima del Palazzo di Giustizia lascio il tassì e vado a piedi verso l’obitorio. È una costruzione bassa, quasi di fronte al Tribunale. Ha cominciato a piovere a scrosci. In lontananza riesco a scorgere la lampada blu, fuori dell’obitorio. Proprio vicino all’entrata c’è una donna. Senza impermeabile, senza cappello, senza ombrello; sta ferma come se fosse sperduta e non gliene importasse. - Ehi, bionda, non vedi che piove? - le grido mentre passo. - Cosa ti capita? Il moroso che si fa aspettare? Lei mi guarda invitante, ma noto un’espressione di paura nei suoi occhi. - Va’ per la tua strada, pappagallo - mi fa. - Mi piace la pioggia; fa bene ai miei capelli. Fatti suoi; tuttavia non posso fare a meno di pensare che le donne sono tutte un po’ picchiate. Salgo i pochi gradini ed apro la porta. Dentro, a destra nella hall, c’è l’ufficio. Entro. Non c’è nessuno; sulla scrivania c’è però un campanello per chiamare il guardiano. Lo scuoto. Aspetto, guardandomi attorno, per alcuni minuti. Non capita niente. Lo scuoto ancora più energicamente. Dopo un po’, la porta dietro il banco si apre e il guardiano entra. È in maniche di camicia, e il berretto della divisa è di circa due numeri più piccolo della sua testa. Mi chiedo perché l’amministrazione dia ai suoi commessi berretti troppo piccoli. - Cosa posso fare per voi? - dice. Gli mostro la mia patacca. - La Squadra del Porto ha portato qui una signora - gli spiego. - Desidero darci un’occhiata. - Bene. Accomodatevi da questa parte. Mi apre il passaggio nel banco, ed entro senza esitare. Lo seguo lungo un corridoio e giù per alcune scale. Man mano che scendiamo, l’aria si fa più fredda. Passiamo per una porta di ferro, e lui accende le luci. Poi ha una specie di grugnito e stende l’indice: - Roba da matti - dice. - Proprio questa sera doveva capitare... Subito dopo che hanno portato la signora che vi interessa, l’impianto del frigorifero si è guastato, e ho dovuto telefonare per avere un’intera partita di ghiaccio. Capirete, abbiamo otto ospiti, qua dentro, e devo tenere l’ambiente fresco... Un blocco di ghiaccio è stato posto su quello scaffale di ferro, sopra il tavolo dove hanno sistemato la signora, e guardate cosa è successo. Guardo. Lungo i muri ci sono tavoli laccati su cui scivolano, entro binari, delle specie di vassoi. L’ultimo vassoio bianco contiene il corpo di una donna, ed il blocco di ghiaccio, largo circa un metro, è scivolato dallo scaffale sovrastante, proprio sul viso del cadavere. Non è uno spettacolo per bambini, credetemi. Mi avvicino e guardo meglio. Indossa una gonna blu e calza scarpe di camoscio blu. Sotto il ghiaccio mi pare di scorgere una camicetta di foulard grigio. Le guardo la mano sinistra. Sopra la vera, spicca un rubino unito a un brillante. Nel mignolo della mano destra, un anello d’oro. - Va bene, amico, è tutto quello che volevo vedere. Me ne vado. Torno al Sir Francis Drake e salgo in camera mia. Terry fa il solitario e beve whisky. Me ne concedo un goccio anch’io. - Che ti piglia, Lemmy - ridacchia. - Ti ha scosso i nervi lo spettacolo che hai visto? - Sì - gli dico - ma c’è dell’altro. Un’idea balzana. Dimmi, Terry, come può guastarsi l’impianto frigorifero giù all’obitorio? - Non può - spiega - a meno che un’intera zona non resti al buio. - Grazie, amico - faccio - allora da questo momento comincia il lavoro per noi. Mi guarda: - Come sarebbe a dire? - chiede. - Ecco qui. Quando sono sceso all’obitorio, fuori dalla porta ho visto una bionda che stava sotto l’acqua come se niente fosse. Dentro, mi accorgo che, al commesso, il berretto non sta in testa, tanto è piccolo. Poi il testone mi dice che l’impianto si è guastato e che ha dovuto far portare del ghiaccio e che un blocco è caduto sulla faccia di Marella Thorensen, deturpandola. Ci ho creduto come un fesso. - Ma cosa? - Ancora non ci sei? Adesso andiamo a vedere cosa ne hanno fatto del vero commesso, quello che hanno levato di mezzo, mentre hanno portato dentro il ghiaccio e l’hanno schiaffato sul viso del cadavere. Il tipo che mi ha ricevuto era un imbroglione. Per questo il berretto non gli andava. Mi metto il cappello. - Scommetto sei contro quattro che troviamo il vero commesso su uno dei vassoi - dico - La bionda fuori faceva da palo. Quando sono entrato, quelli stavano facendo il loro lavoretto e, mentre se la svignavano per la porta di dietro, il più furbo è venuto a imbrogliarmi le idee. Terry sospira e si alza pigramente. Scendiamo con l’ascensore e fuori prendiamo a volo un tassì. All’obitorio non c’è anima viva. Passiamo per l’ufficio, lungo il corridoio e scendiamo verso la sala dei cadaveri. Accendo le luci, mi ficco in bocca una sigaretta e comincio a far passare i vassoi. Troviamo il vero guardiano nel vassoio numero 5. Ha gli occhi spalancati, come se fosse sorpreso. E aveva ben ragione di esserlo, perché qualcuno gli aveva sparato tre pallottole nella schiena.
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