Capitolo III - Sabato 14 giugno, ancora mattino
“Perché, maresciallo, Aristide non ragiona bene come una volta e spesso si sperde. Ma qui da noi è sempre al sicuro. Lo abbiamo fatto cercare in giro fino adesso, anche a Castello, ma nessuno lo ha visto. È anche capitato una volta, di recente, che fosse arrivato alle chiese sul monte e si fosse fermato senza sapere più dove andare, perché era tardi e già buio, davanti alla casa di Immacolata, la vedova. Sa, quella che vive da sola fuori dall’abitato.
Lei non si è spaventata: l’ha tranquillizzato, gli ha dato cena e lo ha messo a dormire.
Me lo ha riportato la mattina con tante scuse, che lei il telefono non ce l’ha ed era tardi per uscire di casa per una donna e non aveva potuto avvisarmi. Ma, mi aveva detto, era stato bravo e le aveva raccontato qualcuna delle sue storie. A Aristide piace raccontare storie...”
“Scusate se vi interrompo, donna Felicita…”
“Era per spiegare che non mi sono allarmata subito, succede di tanto in tanto, ma è sempre restato qui, tra gente che lo conosce…”
“Certo, signora, certo, ma andiamo avanti. Quando esce che cosa va a fare?”
“Ormai fa sempre le stesse cose, cammina per un po’, chiacchiera con qualcuno in paese, si ferma al bar in piazza, magari compra ancora il giornale, ma poi lo lascia lì, perché non legge più. Molto spesso sale la collina lungo la costa, quella che scende poi a Capo Vento, si siede nei punti che lo ispirano. Si porta sovente anche la colazione e nelle belle giornate resta fuori fino al pomeriggio inoltrato. Stacca il seggiolino dalla sua valigetta di legno per sedersi dove più gli piace. Ultimamente non se ne separa mai. Lo avrà visto anche lei per le strade del paese. Quella valigetta contiene tutto il suo mondo, così dice.
Gliela aveva costruita Vincenzino Caffalà, il vecchio falegname, che era un suo compagno delle elementari, con cui ha passato la vita…”
“Va bene, signora. Dite che ha con sé la valigetta, ma come è vestito?”
“Nel solito modo. Vestiti leggeri: pantaloni marroni, giacca beige, con le toppe di pelle sui gomiti, camicia azzurra, con il foulard marrone, borsalino bianco in testa per il sole e scarpe con la suola spessa, per camminare sui sentieri, testa di moro.
“Come dice?”
“Testa di moro: il colore delle scarpe.”
“Certo, appunto.”
“È perché, maresciallo, ultimamente fa un po’ di fatica a muoversi e qualche volta gli manca proprio il fiato, ma è impossibile tenerlo fermo in casa: lui è fatto così. Le medicine le prende e non le prende e allora almeno le scarpe devono essere solide e sicure.”
“Avrà il cellulare con sé... Avete provato a chiamarlo?”
“No, maresciallo, il cellulare non lo ha mai voluto. Nostra figlia Anna gliene ha regalato uno: semplicissimo con numeri e lettere grandi. Non l’ha mai neanche provato! È fatto così: all’antica…”
“Ha denaro con sé, preziosi? Che so, un orologio importante o altro?”
“No. Il portafoglio con i documenti, un biglietto con l’indirizzo, anche se tutti sanno dove stiamo, i numeri di telefono di casa e i cellulari mio e di Filippo, mio figlio, e anche le mail. Assolutamente null’altro, oltre due pezzi da cinque euro, che questa nuova moneta non ha mai voluto imparare a usarla bene. Intanto, di qualunque cosa abbia bisogno, la può prendere a credito, che tutti ci conoscono. I soldi per il caffè o per offrire qualche cosa a un amico, eventualmente... Ha anche l’orologio, anche se l’ora per lui non ha più importanza. Uno Swatch da pochi soldi con il quadrante e i numeri talmente grandi che fanno ridere. Gliel’ho regalato io e quello l’ha tenuto, perché, mi ha detto una volta, gli fa allegria.”
“Ho capito. È successo qualche cosa di particolare ieri o l’altro ieri? Qualche cosa che lo abbia turbato?”
“È un po’ che cerco di non affaticarlo e di ridurre al minimo i suoi interventi sulle cose di casa e di famiglia. Comunque gli racconto sempre tutto… Non è successo niente di particolare. Certo…”
“Continuate, signora” la incoraggiò il maresciallo.
“Si infastidiva tanto, quando gli riferivo delle insistenze dell’avvocato Mastretta per acquistare una sua proprietà proprio sulla collina che va a Capo Vento. Pezzi di terra di scarso valore, ma in una posizione magnifica, che lui ha anche dipinto in tanti modi. Guardi, maresciallo, uno è appeso anche là su quella parete…”
Il militare si alzò e si avvicinò al dipinto che ritraeva un bel pezzo di campagna coltivata a ulivi e orti, le linee morbide della collina e su un pianoro, vicino al mare, un casolare di pietra dalle pareti di tutte le sfumature di grigio, fino all’azzurro, i coppi vecchi coprivano il tetto.
La tecnica era quella dei macchiaioli:
“Che posto fantastico!” pensò Pejretti. “Mi piacerebbe starci una volta in pensione.”
“Bello, signora, complimenti, è molto… coinvolgente!” continuò a voce alta.
“Comunque” proseguì donna Felicita “non credo che ci sia stato qualche cosa di particolare ieri o l’altro ieri, che possa averlo preoccupato o irritato… Non c’è altro. Fatelo cercare, maresciallo, chissà dove si è perduto. È anziano, deve prendere le medicine, è svanito, ma io gli devo tutto: riportatemelo a casa!”
“Sì, maresciallo, aiutateci!” disse una voce dietro le spalle del militare.
L’ingegner Filippo Alibrando, sui cinquant’anni, aspetto curato ed elegante.
Si occupava di antiquariato e aveva un negozio molto rinomato in via Vannella Gaetani a Napoli, a due passi dalla riviera di Chiaia e un punto di vendita anche a Piani, nella zona del passeggio che veniva aperto solo durante la stagione turistica, proprio vicino all’atelier del padre.
Donna Felicita l’aveva aiutato a avviare l’attività per permettergli di coltivare la sua passione per l’antico e in parte perché con le imprese della famiglia non se la cavava altrettanto bene.
Bell’uomo: alto, asciutto e muscoloso, brizzolato, occhi chiari; era amante dell’equitazione, della vela e delle belle donne.
Sposato e, per l’appunto, separato.
La moglie era ritornata tre anni prima a Roma dai genitori, con i due pargoletti, che lui vedeva sì e no una volta al mese. Massimo disappunto di donna Felicita, che doveva contribuire con le rendite di famiglia agli alimenti della Romana, come la chiamava lei, che non l’aveva mai vista di buon occhio.
Per il figlio, che le somigliava molto, stravedeva e lo aveva sempre un po’ viziato.
Il padre, invece, pur orgoglioso del suo unico figlio maschio, prima di perdere memoria e preoccupazioni, lo avrebbe voluto più presente negli affari di famiglia.
“Per stimolarlo ad assumersi le sue responsabilità, cara. Non devi tenerlo fuori da tutto, prima o poi noi non ci saremo più e sarà lui a doversi occupare delle attività…” diceva spesso alla moglie, che decideva, come sempre, da sola.
“Stamattina presto, appena sono rientrato, la mamma mi ha detto che papà non è di nuovo tornato per la notte. Ho mandato in giro subito alcuni nostri dipendenti a cercarlo, ma non abbiamo trovato ancora niente, nessun segno. Sono ore che lo cercano: adesso sono molto preoccupato. Papà potrebbe essere ruzzolato giù da qualche parte, potrebbe essersi fatto male e più passa il tempo…”
“State tranquillo, ingegnere, metto subito i miei uomini in allerta e faremo tutto il possibile! Ma, mi dica ancora una cosa… Il papà ha nemici in paese? Magari vecchie ruggini…”
“No, nessuno che io sappia… Forse… ma non voglio parlare male di nessuno: giusto per dire tutto.”
“Dite, dite: anche le cose insignificanti possono essere utili.”
“Vincenzo Munafò, il vecchio pescatore, quello che ha una casupola sul mare vicino a Capo Vento, ha sempre questionato con il babbo per una faccenda di confini. Le nostre proprietà sono vicine al suo pezzo di terra e alla rimessa, dove tiene la barca. Ha sempre sostenuto che mio padre avesse preso un pezzo con il ruscello che noi adoperavamo per irrigare e che, lui dice, stava sulla terra che apparteneva ai suoi nonni. Vecchie beghe di paese, signor maresciallo, ma il Munafò è venuto qualche volta a male parole con papà. Una volta anche in piazza, qui davanti… ho dovuto intervenire un po’ duramente per calmarlo ed evitare il peggio.”
“Il peggio in che senso?”
“Sì, era proprio furente e forse… ma no, niente: impressioni. Comunque non credo che… ormai è vecchio anche lui.”
“Ma lo ha aggredito, picchiato?”
“No, ma no, maresciallo, parole e gesti, si sa i paesani come sono…”
“Grazie per l’informazione, farò controllare. Avete una fotografia del papà?”