Capitolo IV - Sabato 14 giugno, primo pomeriggio

1699 Words
Capitolo IV - Sabato 14 giugno, primo pomeriggio Il maresciallo Pejretti, torinese di sette generazioni, era un bell’uomo di quarantotto anni, sul metro e settantacinque, baffi piccoli e curati, capigliatura folta e ondulata, ancora pressoché corvina, tenuta un po’ troppo lunga, in barba al regolamento. Gli piaceva mantenersi in forma, ma era in eterna lotta con la sua passione per la buona tavola, che sua moglie, esperta di cucina, alimentava senza esagerazioni. Era risultato il primo del suo corso di arti marziali e di tiro con la pistola e anche se negli anni aveva perso un po’ del suo smalto, restava forte e scattante, quando era necessario. Era stato mandato otto anni prima a comandare la caserma di Corradino Castello, che faceva Comune insieme alle frazioni di Marina e di Piani. Poteva contare sulla collaborazione del brigadiere Murru, degli appuntati Solimano e Volterra e di tre giovani carabinieri: Bertoli, Salimbeni e Sammartino: tutti si sarebbero buttati nel fuoco per lui. Lo avevano trasferito da Pancalieri, poco fuori Torino, in quella stazione, perché il precedente maresciallo era diventato troppo accomodante, tirandosi dietro tutta la sua squadra, tranne il brigadiere Murru, che non ne voleva sapere di certe vicinanze e di certi favori. Alla fine, non potendone più, in borghese e mentre era in licenza per non dare nell’occhio, Murru era andato a parlare in maniera riservata con i suoi superiori a Salerno. Vista la delicatezza della situazione, che non dava ancora ragione di credere che ci fossero reati, ma faceva nascere il timore che si stesse costruendo una rete, che fatalmente avrebbe portato i militi dell’Arma a chiudere troppi occhi con chi li favoriva in tutti i modi, si decise, dopo alcune settimane di verifiche e riscontri, per il trasferimento del maresciallo in un paese in provincia di Trento, in una stazione comandata da un tenente, che aveva fama di uomo di ferro: “Che lo raddrizzasse lui!” aveva detto il colonnello, firmando l’ordine di trasferimento. Avevano affidato nel frattempo il comando pro tempore al brigadiere Murru, che per sei mesi aveva sopportato le occhiate di sospetto e risentimento dei suoi commilitoni, puntualmente trasferiti e sostituiti uno dopo l’altro con forze, per così dire, fresche. In capo a sei mesi, appunto, venne comandato per quella destinazione il Pejretti, uomo integerrimo e fedelissimo all’Arma, informato di tutto e pronto a sacrificarsi per una destinazione tanto lontana dal suo ambiente. Subito, però, non l’aveva presa bene: “E vada l’Obbedir tacendo! Ma da Pancalieri a Corradino Castello!” Aveva capito che laggiù la situazione era delicata. Ma lui aveva due buoni motivi per non essere entusiasta. Il primo era sua moglie: non sapeva come dirglielo e soprattutto non sapeva che cosa avrebbe detto lei. Il secondo era l’indagine che stava portando avanti. Aveva scoperto in collaborazione con la Guardia di Finanza un grosso giro di sofisticazioni alimentari. Il traffico permetteva a una catena di aziende di mettere sul mercato molti prodotti simili, di marca diversa, con additivi e sostanze che da un lato abbattevano i costi di produzione per la scarsa qualità e dall’altro permettevano di evadere l’IVA per svariati milioni ogni anno. C’erano corruzioni e collusioni e qualche pezzo da novanta era coinvolto. “… E adesso mi tolgono tutto di mano? E no, per Dio!” E andò a fare le sue rimostranze ai superiori. Si dimostrarono tutti molto comprensivi, ma fermi. Primo: “Nessuno è indispensabile, ma tutti siamo utili!” Secondo: “Lei è proprio l’uomo giusto per la situazione che si è creata a Corradino Castello! Non possiamo cambiare scelta.” Non gli restò che dire al signor colonnello, come Garibaldi alle porte di Trento: ”Obbedisco!” Ma aggiunse di suo: “Comandi!” Era un carabiniere: non poteva fare diverso. Gli rimase a lungo, però, il sospetto che gli avessero raccontato solo mezza verità: quella che si poteva. Gli avevano detto di appoggiarsi al Murru, che tanto attaccamento al dovere aveva dimostrato. Così aveva fatto appena giunto alla nuova sede. Il maresciallo, consigliato dal brigadiere, che era la memoria di almeno quindici anni di vita di paese e paesani, assunse un atteggiamento collaborativo con tutte le autorità locali, maggiorenti e popolani. In più Pejretti aveva un’arma importante che lo rendeva simpatico: un sorriso ironico e rassicurante nello stesso tempo, che si apriva su un viso dove gli occhi azzurri catturavano gli sguardi delle donne del paese e mantenevano viva l’attenzione di sua moglie, bella donna, ma attenta a marcare il suo territorio. Era giusto nelle questioni, ma distaccato e irreprensibile, anche se istintivamente molto umano, quando riteneva necessario comprendere situazioni particolari. Come quella volta in cui il giovane Mario, il più grande dei cinque figli di Salvatore Prenestina, operaio edile, morto precipitando da una impalcatura in un incidente dai contorni oscuri, si era rubato un motorino e l’aveva rivenduto per procurare soldi alla mamma, che non ce la faceva a sfamare i quattro più piccoli. Lo avevano preso subito e portato in caserma. La mattina dopo, però, il ricettatore che aveva comprato la refurtiva non solo non si accorse che il motorino era di nuovo sparito, ma non si ricordò più di avere visto né conosciuto Mario. Forse per le lievi contusioni che si era procurato scivolando durante la notte per le scale. Il motorino era sotto casa del padrone al suo posto consueto, con tanto di catena legata al palo. E quindi nessuna denuncia di furto. La mamma la settimana dopo aveva un posto da governante presso una facoltosa famiglia di un paese vicino, grazie ai buoni uffici del locale maresciallo. E Mario era tornato a scuola con la minaccia che, se fosse mancato un giorno solo, Pejretti in persona e il carabiniere Salimbeni, che era particolarmente grosso, sarebbero andati a prelevarlo per portarlo al gabbio. Il maresciallo conosceva bene la famiglia Alibrando e aveva sentito tutte le voci che correvano su donna Felicita e anche qualche pettegolezzo sulla vita sentimentale un po’ burrascosa del rampollo di famiglia. Ma, lo sapeva, in paese parlare di corna era uno dei passatempi preferiti. Nulla su di loro si poteva dire di vicinanze o collusioni pericolose: al momento almeno. E il primogenito risultava comunque in regola con la legge. Il vecchio Aristide poi lo conosceva bene, qualche volta gli aveva anche parlato di colori, tempere e acquerelli, resa di luce e prospettive. Anche lui, quando non era di turno, si dilettava di pittura e perfino a copiare i classici e sua moglie, che gli voleva un mucchio di bene, gli diceva che sembravano veri. Ultimamente lo aveva incontrato sulla passeggiata a mare con la sua valigetta di legno con il seggiolino attaccato e si era molto stupito perché non lo aveva salutato come al solito e in più aveva notato che aveva tutte e due le scarpe slacciate, mentre l’uomo era sempre molto pulito e vestito con cura. Ma la cosa che più lo aveva colpito era lo sguardo perso, gli occhi acquosi e privi di luce. Aveva pensato che fosse preoccupato per qualcosa, e dopo averlo salutato frettolosamente, aveva tirato dritto, anche perché aveva un appuntamento in Comune, ma ora era tutto più chiaro. Chissà dove vagava adesso o in quale anfratto poteva essere caduto quel pover’uomo? Non sembrava possibile che lo avessero aggredito per derubarlo: soldi addosso niente. Nessuno rapina per dieci euro, per di più conoscendo il signor Aristide e in paese nessuno gli avrebbe torto un capello: neanche quelle due o tre teste calde che c’erano. Neanche gli scagnozzi della camorra potevano avere interesse a far del male a una persona così in vista e rispettata. Magari un balordo da fuori… tutto era possibile. Il Munafò era un anarchico, in caserma lo conoscevano bene. Un po’ violento, qualche pugno per motivi politici con gli ultimi fascisti, che anche lì in paese stavano scomparendo, insieme ad anarchici e comunisti: razze in estinzione. Comunque un lavoratore e tutto sommato una brava persona. Non ce lo vedeva nei panni dell’aggressore per un confine, fino a far scomparire l’Alibrando. La demenza era una brutta bestia e non guardava in faccia a nessuno: ricchi e poveri. Riflettendo sulle tragedie della vita, il maresciallo si ritrovò in caserma. Guidava sempre un po’ in trance, quando rimuginava tra sé e sé e ormai le curve da Marina a Castello le conosceva a memoria, tornanti compresi. Era una casa di due piani: inferriate alle finestre, un giardinetto intorno e l’entrata guardata dalle telecamere. Le macchine entravano da dietro, dove c’era uno spiazzo, chiuso da un pesante cancello di ferro e cintato di rete e filo spinato, che sarebbe entrato chiunque. Sul cancelletto di ingresso di metallo campeggiava un cartello giallo con la scritta nera: “Zona Militare. Limite invalicabile”. Chissà perché tutte le volte che lo leggeva gli scappava da ridere. “Murru” disse, incontrando il brigadiere in corridoio “venga nel mio ufficio. È scomparso Aristide Alibrando, questa è la fotografia, dirami un’informativa ai paesi vicini, alle stazioni ferroviarie e a quelle dei pullman…” “Il vecchio pittore è scomparso?” “Sì, Murru, da ieri mattina, quando è uscito di casa. Prenda qui: le ho scritto come era vestito. Aveva con sé una valigetta di legno da pittore.” “Ma lo lasciano ancora uscire da solo?” disse stupito il brigadiere. “Si fidano! Qui li conoscono tutti.” “Ma si sapeva che non ci stava più tanto con la testa…” insistette Murru. “E cosa vuole che le dica…” tagliò corto Pejretti. “Telefoni a tutti gli ospedali e pronto soccorso della zona e dia la descrizione dello scomparso, caso mai si presentasse successivamente. Dica ai colleghi della Polizia di fermare chi eventualmente lo accompagna, finché non arriviamo noi.” Murru prendeva nota su un taccuino delle cose da fare, ma sapeva che non era finita. E infatti il brigadiere continuava. “Ci sono due persone da sentire. Mandi qualcuno a cercare Munafò Vincenzo e mi convochi qui in caserma l’avvocato Mastretta. Anche se probabilmente faremo un buco nell’acqua, ché di vecchi ne scompare uno al giorno. Però proviamoci lo stesso, almeno per donna Felicita. Mi sembrava sinceramente addolorata.” Si agitò sulla sedia e riprese dopo un piccolo colpo di tosse: “Una donna particolare, mi ha fatto proprio una bella impressione e… molta pena.” Poi concluse, come se gli fosse venuto in mente un’idea nuova: “Incominci con discrezione a prendere informazioni sulla famiglia. Così… per routine. Non si sa mai. Si faccia aiutare dall’appuntato Volterra. Mandi in giro anche Bertoli, Salimbeni e Sammartino: due in macchina e uno a piedi.” “Comandi!” rispose Murru allontanandosi. “Ancora una cosa, telefoni in Comune e alla Protezione Civile, dica di organizzare volontari per la ricerca del vecchio. Trovino più gente che possono. Distribuisca le fotografie e la descrizione.” “Comandi!” ripeté il brigadiere, fischiando sommessamente tra i denti e scarabocchiando con scrittura piccola e nervosa gli ultimi ordini.
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