Capitolo 1
Tre mesi prima
Appoggiata contro il muro sul retro dello Shining Light Bar e Brasserie, assaporo tutto. Una calda sera d’estate a Davis, California. Gli studenti sono in giro, i non studenti pure e tutti si stanno mescolando senza problemi. Non significa che le cose dopo non si faranno più animate, ma di solito non accade prima dell’ultimo giro quando avranno consumato troppo alcol e in molti avranno perso il desiderio di trovarsi un compagno di letto per la notte.
I ragazzi ubriachi con i loro ego feriti equivalgono a scazzottate volanti, litanie di imprecazioni e – più spesso che no – Bruno, il mio fidato buttafuori, li butta fuori a calci in culo. Nella peggiore delle ipotesi chiamo semplicemente la polizia.
Ma amo il mio lavoro. Per la gente, le facce nuove, quelle vecchie, le esperienze condivise, le storie di vita, le perle di saggezza e persino le parole di avvertimento. Poi c’è la drammaticità che alcune di queste cose può portare, e amo anche quella.
Alcuni, soprattutto mia madre, pensano che stia sprecando la mia vita nella mia città natale, avendo a che fare sempre con le stesse persone. Ma non mi importa della sua opinione da quando avevo quindici anni e scoprii che aveva una relazione con il nostro vicino, Harris Mason, da cinque anni.
Il rumore di un bicchiere che si rompe sul pavimento di legno del bar mi strappa ai miei pensieri. Alzo la testa e incrocio lo sguardo della mia assistente, e migliore amica, Gaby. Alzando gli occhi al cielo e con un saluto canzonatorio, afferra scopa e paletta ed esce da dietro al bancone alla ricerca del pasticcio.
Come costretta da un qualche potere superiore – o dalla pura travolgente forza dei suoi feromoni – guardo attraverso la folla fino all’entrata. Bruno e il mio capo, Jeff, stanno controllando i documenti di tutti coloro che vogliono entrare e poi vedo lui.
L’uomo che ha catturato la mia attenzione è come una perturbazione di alta pressione in arrivo, impossibile da ignorare. È magnetico. L’aria intorno a me diventa elettrica, come se ogni ione fosse stato spinto all’azione.
Cercando di non sembrare troppo interessata, ogni tanto lancio discretamente un’occhiata nella sua direzione mentre asciugo i bicchieri.
La camicia nera su misura che indossa riesce a mettere in mostra ogni angolo del suo corpo evidentemente atletico, sul quale, senza dubbio, dedica molto tempo. Jeans scuri – anche questi gli calzano perfettamente – gli abbracciano i fianchi e le cosce nel modo in cui tutti i pantaloni dovrebbero fare su un uomo.
Capelli color whisky corti dietro e sui lati hanno uno stile arruffato da letto che pochi uomini potrebbero permettersi e continuare a sembrare fighi, ma lui è certamente il primo della classe.
Non è uno studente né un colletto blu. È un uomo che tutti vorrebbero conoscere, un uomo di cui tutti hanno bisogno, un uomo che gli altri uomini vorrebbero essere e con cui le donne hanno bisogno di stare.
Tutto questo da un veloce studio di una bar manager a mezza sala di distanza.
Tutto in lui mi grida contro come una grossa insegna rossa del cazzo, ma lo zittisco.
Tempo fa mi ero imposta la regola di non andare a letto con i clienti. Da piacevole mora formosa che lavorava in un bar dove c’era una copiosa quantità di alcol e spavaldi studenti universitari con qualcosa da dimostrare, c’erano sempre delle offerte. Soprattutto durante l’ultimo giro di venerdì e sabato sera.
Nessuno prima d’ora aveva mai attirato il mio interesse in questo modo. Non ero mai stata intrigata o impressionata abbastanza da portare avanti la cosa. Ma adesso ci sto pensando. Oh ragazzo, se ci sto pensando.
Mi sistemo il colletto e mi tengo occupata, dando una controllata al bancone, riempiendo shot e rabboccando i bicchieri dei pochi clienti abituali. Quando ho finito esamino velocemente la sala, sentendomi obbligata a dargli un’altra occhiata per apprezzarlo.
Poi lo vedo – be’, vedo la sua schiena – in piedi con un gruppo di ragazzi in un angolo. Mi appoggio al bancone, fregandomene altamente che qualcuno si accorga di ciò che sto facendo.
«Bene, questo è interessante» dice Gaby, scivolando accanto a me con un braccio sul bancone, il mento poggiato sulla mano e gli occhi puntati sullo stesso culo che sto fissando io.
Mi volto verso di lei. «Quel culo, voglio dire, quel ragazzo laggiù…» piego di lato la testa nella sua direzione. Gli occhi di Gaby non si muovono mentre continua a osservarlo. «Carino. Vivace, tondo, certamente vale una strizzata. Ma perché lo stai guardando tu?»
«Non lo so» replico distrattamente, facendo scivolare lo sguardo verso di lui, permettendomi un solo, ultimo, sguardo.
Poi inizia il vero divertimento. Arriva un autobus dei ragazzi della confraternita per la prima fermata della serata e mi dimentico in fretta del ragazzo intrigante e dei suoi capelli, dei suoi fianchi, delle sue cosce…
Qualche tempo dopo, con le spalle al bancone mentre metto via un po’ di soldi, sento di nuovo l’aria cambiare.
Lanciando un’occhiata allo specchio sopra la cassa, lo vedo in piedi alle mie spalle dall’altra parte del bar, con un braccio sul bancone e gli occhi concentrati sulle mie gambe che lentamente, ma inesorabilmente, salgono lungo il mio corpo. È come se il tempo si fermasse mentre chiudo il cassetto e mi volto, trovandomi faccia a faccia con lui per la prima volta.
I suoi occhi grigio ardesia bruciano nei miei e, nonostante veda le sue labbra muoversi, non sento nulla. Sono troppo impegnata ad assorbire la sua presenza da rendermi conto che sta parlando con me.
Gli angoli della sua bocca si curvano e ritorno sulla terra. Spalanco gli occhi, arrossisco, sono del tutto presa e insolitamente senza parole.
Non è un comportamento accettabile per una trentaduenne con un lavoro di responsabilità. Afferro senza guardare lo straccio per il bancone davanti a me e comincio a strofinare indiscriminatamente, cercando di apparire davvero impegnata in qualcosa.
Il suo sorriso si allarga e spunta una fossetta su ogni lato. Il mio stomaco fa una capriola. Cosa c’è in questo ragazzo, questo sconosciuto, che mi fa comportare come una sciocca ragazzina che non ha mai visto un figo prima? Tra poco inizierò a ridacchiare e poi a mandare messaggi alle mie amiche sul bel ragazzo che ho incontrato.
Scuoto la testa e mi incollo un sorriso sul viso. «Ciao, qual è il tuo veleno stasera?»
«Oh, non far caso a me. Posso aspettare, dolcezza. Mi siederò qui e ti guarderò lucidare il bancone finché potremo specchiarci. Nonostante tutto, impallidirà in confronto alla realtà della donna che c’è in piedi di fronte a me.»
Bene, questo libera la mia mente da tutti i pensieri adolescenziali. Piego il mento, sorrido e smetto di far finta di pulire. «Adulatore a ore dodici» mormoro.
Lui scoppia a ridere, e cavolo se anche questo mi fa effetto. «Non è adulazione quando è vero, giusto?» domanda, inarcando un sopracciglio.
«Credimi, ho sentito quasi ogni battuta da rimorchio conosciuta all’uomo e le migliori arrivano sempre dagli adulatori come te, con il vostro sorriso sexy che non fa una piega.»
«Sembri un po’ cinica; pensavo che il cliente avesse sempre ragione.»
Le mie labbra si contraggono. È divertente e carino. La mia maledetta criptonite. «È solo una bugia che raccontiamo a noi stessi per portare a termine il lavoro.»
Alza entrambe le sopracciglia prima di ridere di nuovo, stavolta piegando un dito verso di me, per farmi avvicinare. Mi sporgo in avanti, tenendo il peso sulle mani e sopprimendo un gemito quando colgo l’odore della sua colonia. Qualsiasi sia, vorrei farci il bagno. Quando sono più vicina, si sposta anche lui e la sua bocca è proprio vicina al mio orecchio. Wow. Questo tipo è un adulatore con la A maiuscola. Prima mi abbaglia con il suo sorriso e le battute argute, e poi mi prende all’amo.
«Sapevo che avrei potuto farti venire con un dito» dice, basso e ruvido, e dannazione, lo sento dappertutto. Cerco di ritrarmi, di recuperare almeno un po’ di equilibrio in questo scambio, ma le sue dita mi premono sul braccio, fermandomi dove sono. Ed è proprio in quel momento, quando mi tocca, che sento una scossa elettrica. Letteralmente.
Ritraendomi, i miei occhi spalancati incontrano i suoi. «Fammi indovinare, adesso dirai che sei super felice di vedermi?»
«A dir la verità non ho alcun superpotere su quello» dice. Faccio una risatina per il gioco di parole piuttosto divertente e subito si unisce a me con la sua risata profonda. «Ma avrei voluto. Sarebbe una storia fantastica da raccontare un giorno ai nostri nipoti. Come ho fatto innamorare la nonna con il solo tocco di una mano.»
Mi porto una mano sul cuore, ansimando con finta offesa. «Devo dirtelo, Mr. Adulatore, che i nostri ipotetici futuri nipoti probabilmente non ti crederebbero. Penserebbero che te lo stai inventando.»
«I nostri ipotetici nipoti saprebbero di non dover mai dubitare delle parole pronunciate dal loro vecchio.»
«Vecchio, eh?» Sto sorridendo troppo. Come mai sono qui a parlare di finti-nipoti-che-non-ci-saranno-mai con un completo sconosciuto appena incontrato? Un silenzio rassicurante cala tra di noi ed è come se il resto del mondo, e il bar pieno in cui ci troviamo, non esistesse.
Sfortunatamente, la fila crescente di persone alle sue spalle indica che questo scambio divertente deve terminare.
«Allora, bevi qualcosa?»
«Cavolo, mi sta congedando. Proprio quando pensavo che stessi vincendo» dice. Scuote la testa e mi scocca il tentativo più patetico di sguardo da cane bastonato che abbia mai visto, e ne vedo parecchi in questo posto. «Un whiskey...»
«Lasciami indovinare. Tre dita, perché…»
«A dir la verità, un whiskey sour.» Annuisco, impressionata dal suo drink preferito.
Prendo un tumbler dallo scaffale dei bicchieri e lo uso per raccogliere del ghiaccio dal secchiello accanto a me, facendo lo stesso con uno shaker di metallo. So che mi sta osservando, riesco virtualmente a percepire l’intensa attenzione che mi sta rivolgendo. È inebriante, ma mi distrae quindi mi riprendo, concentrandomi sul compito – o drink – che ho davanti.
«Con o senza albume?» alzo gli occhi verso di lui per la risposta. Lui fa una smorfia, dicendomi tutto ciò che ho bisogno di sapere. «Scotch o bourbon?»
«C’è bisogno di chiedere?» dice alzando un sopracciglio.
Mi giro e prendo la bottiglia di bourbon mezza piena da dietro il bancone, poi lo verso nello shaker pieno di ghiaccio, aggiungendo gli altri ingredienti prima di mettere il coperchio per dargli una scossa forte e veloce, lanciando un’occhiata a Mr. Adulatore, i cui occhi sono concentrati esattamente dove pensavo sarebbero stati visto tutto quel movimento.
Versando il suo drink nel bicchiere, aggiungo una fettina di limone e mi fermo con la ciliegina sulla punta delle dita sopra il bicchiere. «Ciliegia o no?»
«Ciliegia, per favore. Ho un debole per i dettagli. Sono molto scrupoloso su cose del genere.» Furbetto, adulatore, dal sorriso sexy, occhi fantastici ed è scrupoloso. Sono cotta a puntino.
«Allora, continuerai davvero con la tua serata ignorando questa scintilla tra di noi?» dice, passandosi una mano sulla camicia e sporgendosi per toccarmi un braccio, facendomi provare un’altra scarica di elettricità.
Gli do un colpetto sulla mano. «Sei adulto. Sono certa che lo supererai.» Non posso fare a meno di sorridere.
Lui aggrotta le sopracciglia e affonda i denti nel labbro inferiore mentre scuote la testa. «Hai vinto questo round, Bellezza, ma sono un uomo tenace. Tornerò a riprovarci» mi avverte.
«E io sarò proprio qui, pronta e in attesa per un’altra battaglia verbale da vincere.»
«Sono sempre pronto ad accettare la sfida, quindi aspettati di vedermi parecchio stasera.»
«Quando avrai bisogno di altri drink?»
«Anche per quelli.» E con un sorriso sexy e saccente che mi colpisce proprio in quel punto, si volta e sparisce tra la folla.
***
Il resto della serata trascorre relativamente veloce. Sorprendentemente, Mr. Adulatore non torna per il secondo round e io mi ritrovo a cercarlo appena ho una pausa tra i clienti. Presto, arriva il momento dell’ultimo giro e la folla è diminuita un po’.
Sto pulendo il bancone quando lui ritorna, da solo, i suoi amici non si vedono.
«Sei tornato.» Incontro i suoi occhi mentre continuo a sistemare il bancone.
«Non potevo andarmene senza salutare.»
Osservo tutto il suo metro e ottanta. I suoi capelli sono ancora perfettamente arruffati, come se avesse l’abitudine di passarci in mezzo una mano. Ha lo sguardo gentile, eppure pieno di qualcosa di sconosciuto che mi attira.
Non è solo un’attrazione fisica, ed è un po’ snervante considerato che nessun uomo ha mai avuto quest’effetto su di me prima d’ora.
Decido che l’attacco è la miglior difesa quando si tratta di Mr. Adulatore. «Di solito questo funziona?»
«Cosa?» dice lui, con quel sorriso strappamutandine che colpisce tutti i punti importanti e difficili da ignorare del mio corpo.
«Il fascino, il sorriso, tutto…» faccio su e giù con una mano, «…questo.»
«Con te sta funzionando?» La sua voce torna a quel rombo basso e profondo e quasi mi sciolgo sul pavimento. Mi sporgo in avanti poggiando i gomiti sul bancone.
«Tu pensi di sì?» lo sfido, alzando un sopracciglio.
I suoi occhi scrutano il mio volto prima lentamente – in modo calcolato – scendendo lungo la gola e il petto, facendo una pausa sulla V aperta della mia camicia nera proprio mentre un’ondata di calore mi travolge. Mai stata grata come adesso per il reggiseno imbottito che indossavo.
Torna a guardarmi in viso e non credo che possa esistere uno sguardo più impertinente e saccente di quello. «Penso di sì.»
Mi sforzo di trattenere un sorriso, sapendo che lo incoraggerebbe soltanto, ma più i suoi occhi restano nei miei, più sento venir meno la mia resistenza.
Una donna in fondo al bancone attira la mia attenzione e il momento si interrompe. I suoi occhi seguono i miei prima di tornare indietro.
«Devo andare» dico, camminando all’indietro ma senza dargli le spalle.
«Non pensavo di andare da nessuna parte, Bellezza. Sarò ancora qui quando tornerai.»
Piego la testa. «Bellezza?»
«Già. Dal momento che non mi hai detto il tuo nome, userò quello.»
«Nemmeno tu mi hai detto il tuo nome.»
«Allora come mi chiami?»
«Chi dice che ti chiamo?»
«Il fatto che mi hai osservato tutta la sera proprio come io ho fatto con te. Quel che è giusto è giusto. Come ti chiami?»
«Ti dirò il mio nome se mi dici il tuo» dico facendo l’occhiolino, passando dall’indecisione al “diamine sì, ci sto, prendimi ora”. Non posso ignorare in alcun modo questa cosa tra noi. È strano e magico e non riesco a spiegarlo, ma c’è questo filo invisibile che mi tira verso di lui.
Dopo che la donna se ne va, esamino velocemente la sala e vedo che sono rimasti solo pochi clienti e Gaby è impegnata a pulire tavoli. Prendo una decisione al volo e lascio il mio grembiule sul tavolo, guardandolo mentre giro attorno al bar per sedermi sullo sgabello accanto a lui.
Mi offre la mano e io la stringo, facendo scivolare il palmo contro il suo. «Millen Ross.»
«Kenzie Sharp.»
Lui flette le dita ma non mi lascia la mano. «Mmm, Kenzie. Ti sta bene.»
«Felice che approvi, Millen» replico, liberandomi la mano.
«Non mi hai ancora detto come mi stavi chiamando.»
Inclino la testa, le mie labbra si piegano in un ghigno. «Non hai detto che stavi andando via?»
Stringe gli occhi e li punta sulla mia bocca e il bisogno che vedo in loro mi tocca nel profondo. «L’unico modo di andarmene è con te dopo la chiusura.»
«Sei spavaldo» replico, sorpresa al tono fermo della mia voce. A dir la verità, sembra che non abbia effetto su di me, quando è tutto il contrario. Riesco a pensare solo a tutte le cose che Millen potrebbe farmi e a chiedermi cosa include la sua definizione di “scrupoloso”.
«Ho ragione.»
«Pensi?» replico, le mie labbra hanno uno spasmo mentre reprimo un sorriso.
«Lo so.»
«Giusto» dico, scivolando in avanti sullo sgabello finché le mie gambe sono in mezzo alle sue. Posandogli le mani sulle cosce, piego le dita contro i suoi jeans e vedo quel bagliore rivelatore nei suoi occhi che mi fanno capire che ora ho tutta la sua attenzione.
Inspiro a fondo e mi controllo, dicendo a me stessa che se deve accadere, accadrà.
«Quel che sarà, sarà» dice sempre mio padre.
«Hai detto che sei sempre pronto per una sfida?» domando e lui annuisce, spostando le mani verso i miei fianchi, distraendomi parecchio, ma mi sforzo di continuare. «Se credi davvero che ci sia questa cosa tra noi, qualsiasi cosa sia, allora dimostralo.»
Piega la testa di lato e aggrotta le sopracciglia. «Dimostrarlo?»
«Già» dico, piegandomi verso di lui. Lui fa lo stesso e adesso siamo più vicini che mai. «Se davvero vuoi conoscermi, e non solo orizzontalmente…»
Lui fa un sorrisino e cavolo se non mi fa ripensare alle mie scelte di vita! «Ci sono molti modi in cui potrei conoscerti, Kenzie, e solo uno include un letto. C’è il pavimento, la doccia, la cucina...»
Senza pensare, gli metto una mano sulla bocca, avvicinandoci ancora di più. Resta della tua idea, Kenz. «Se sei qui per qualcosa per cui ne vale la pena, non solo una botta-ciao-e-grazie, allora sarai qui, su questo sgabello, domani sera.»
Lui spalanca gli occhi, ma poi si ammorbidisce, il calore è ancora evidente, ma ciò che vedo è comprensione e rispetto.
Lascio cadere la mano dalla sua bocca e rivedo le sue labbra perfette che implorano di essere baciate.
«Va bene. Lo farò. Farai meglio a prepararti a conoscermi, Kenzie Sharp» dice lui, facendo scivolare un po’ indietro lo sgabello per mettersi in piedi davanti a me. Inarco il collo per guardarlo, cercando di non pensare al fatto che il suo inguine sia molto più vicino del suo viso.
«Preparati ad altre battaglie verbali.» Mi prende gentilmente il braccio e abbassa il viso verso il mio finché non riesco a vedere nient’altro. «Ma Kenzie» dice con voce roca, abbassando il mento in modo che le sue labbra sfiorino con dolcezza la mia guancia, «Preparati anche ad andare via con me domani sera, perché mi piace ciò che vedo e so che il tempo passato con te sarà sempre interessante.» Poggia la sua fronte contro la mia e giuro che mi sfugge un gemito prima che lui si rimetta dritto, mi sorrida ed esca dall’entrata principale.
Qualcosa mi dice che potrei essere più che leggermente nei guai. Che sia un bene o un male, immagino che lo scoprirò presto.