Capitolo 2

3018 Words
Capitolo 2 A metà di sabato pomeriggio sono in piedi nel parco vicino casa mia, usando un tronco per allungare le gambe stanche per prepararmi all’estenuante tortura delle cinque miglia che sto per correre. La cosa migliore del lavorare fino a tardi la notte è la possibilità di dormire a lungo il giorno dopo. Per un abituale animale notturno come me, è una combinazione perfetta. Una manager di bar a trentadue anni non è esattamente dove mi vedevo quando, tredici anni fa, ero una fresca e idealista matricola dell’università che lasciava casa per andare all’Università di Irvine con la speranza di una carriera nelle forze dell’ordine. Dopo la laurea mi ero trasferita a San Francisco ed ero entrata nel Dipartimento di Polizia di San Francisco e avevo pensato che da lì sarebbe iniziata la mia vita. Ma pochi anni dopo fui travolta dalla sconvolgente realizzazione che fare il poliziotto non faceva per me. Essendo una persona che aveva sempre dato maggiore importanza alla felicità piuttosto che alla nozione di cosa avrei dovuto fare, avevo messo le valigie in auto ed ero tornata a Davis dove mio padre mi aveva accolto a braccia aperte. Da cinque anni amo la mia vita, sfruttando al massimo tutto ciò che il mondo ha da offrire, facendo escursioni in estate nei miei rari giorni di riposo, viaggiando in inverno per fare snowboard e andando a correre con la mia migliore amica. «Spero che quel riscaldamento da ballerina di pole dance non sia un segno di ciò che verrà, Kenz. Perché le tue gambe potrebbero correre un chilometro, ma nonno Davis laggiù sembra sul punto di avere un infarto se continui così» dice Gaby alle mie spalle. Le lancio un’occhiata da sopra la spalla e la vedo in piedi, sembra una piccola ginnasta. Con il suo metro e sessanta, Gaby mi fa sembrare un’amazzone. «Scommetto che non è l’unica cosa che stanno osservando» dico con un sorrisino. Lei si sposta al mio fianco per vedere meglio i vecchietti allineati sulla panchina del parco a venti metri da noi, proprio come succede tutti i giorni. «Oh guarda. Oggi ci sono anche il vecchio Lucas e il fratello di Santa, George. Scommetto che se limonassimo, sorriderebbero per giorni.» Scuoto la testa nella sua direzione. «Non esagerare, piccola. Basterebbe una palpatina.» «E come lo sai?» «Perché me l’ha detto George la settimana scorsa dopo il terzo gin tonic.» Gaby scoppia a ridere e mi dà una spinta con la spalla. «Beh, prima che mi vengano idee per fare qualcosa di davvero oltraggioso, dovremmo darci una mossa. Ho bisogno di un po’ di tempo per prendere qualcosa da mangiare prima di andare a lavoro.» «E hai bisogno di farti bella per stasera per chi decora il tuo sgabello?» Penso di fingermi confusa, ma si tratta di Gaby e non c’è modo che possa nasconderle qualcosa. Mi conosce da quando avevo sei anni e suo fratello, Hamish, mi ha spinto nel fango solo per guardarmi sotto la gonna. Era un pervertito all’epoca e lo è ancora oggi, solo che adesso è più mutandine-e-Grindr. Il mio marito gay ogni volta che ne ho bisogno, il mio burro sul mais e la panna del mio caffè. Io e Gaby partiamo, i piedi colpiscono il terreno in passi decisi. «Era carino da guardare, vero?» scherzo. Lei sorride. «Non ho trovato un solo difetto. Anche quel piccolo bozzo sul suo naso era carino.» «E io che pensavo che fossi io ad aver passato troppo tempo a guardarlo.» «Oh, tu l’hai fatto e se n’è accorto anche Bruno. Ma tu non guardi mai i clienti più degli obbligatori due secondi, quindi è un sollievo vedere che tu sia stata contagiata dal virus della lussuria.» «Rimangiatelo. Lo trovo intrigante, ecco tutto.» «E figo.» «Be’, anche questo» replico con una risata. «E tornerà stasera.» «Questo deve essere ancora deciso. Io ho lanciato la sfida. Che lui la raccolga è tutt’altra storia.» «Scommetto che non ha bisogno di fare un giro al parco per migliorare le cose.» «Sai che tutto ciò che esce dalla tua bocca è un’allusione di qualche tipo, giusto?» «Scusami, credevo di chiamarmi Gaby Wallace e, pertanto, che ogni parola dovesse avere connotazioni sessuali, altrimenti Hamish mi rinnegherebbe.» «Molto vero.» Annuisco, svoltando a destra dietro a Gaby. Le sue gambe possono essere più corte delle mie, ma Dio sa se recupera in velocità. «Seriamente, però. Ti interessa, vero?» «Penso di sì. Voglio dire, è passato un po’ da quando ho avuto qualcuno che fosse all’altezza del proprio aspetto.» «Non stai parlando del sesso, giusto?» «No. Sto parlando del flirtare, della chimica; lui ha giocato nel miglior modo possibile con me e ha provocato una reazione del mio corpo con un solo tocco.» «Okay, smettila di parlare. Se continui così, dovrò correre più veloce per aver un po’ di tempo per darmi una bella strofinata prima di andare a lavoro.» «Come se non lo facessi comunque.» «Come se non lo facessi anche tu.» «Be’, ho bisogno di ragionare a mente lucida quando si tratta di lui.» «A proposito, come si chiama?» «Millen Ross.» «Che nome figo. Riesco a immaginare mentre urli il suo nome prima di venire. Oh Millen. Dio, Millen.» Scuoto la testa e Gaby, essendo Gaby, sorride. «È figo. Io potrei non ottenere un P in una V, ma non significa che tu non dovresti.» «Mi piace il pensiero di fargliela sudare. Di solito non rimorchio i ragazzi al bar.» «So che non lo fai e ti amo per questo, significa che io ho l’esclusiva. Però non significa che non puoi. È di queste parti almeno?» «Non ne ho idea. Non so nulla di lui, tranne che è bellissimo e malizioso, ha gli occhi più sexy che abbia mai visto e conosce le parole giuste da dire per rendermi pronta a saltargli addosso da sopra il bancone senza parlare troppo, e quando gli ho lanciato la sfida sembrava che l’avessi incoraggiato anche di più.» Lei accelera, raddoppia il passo rispetto a quando è partita per distanziarmi. «Gabs, che cavolo?» «L’orologio corre. Sbrighiamoci, Sharp.» La raggiungo, le mie gambe bruciano nel miglior modo possibile mentre comincio a sudare sotto il sole pomeridiano. «Perché devo prendermi cura di me prima di andare a lavoro altrimenti potrei saltare sul bancone – e su di lui – prima che tu ti decida. E quello infrangerebbe il codice etico delle migliori amiche. Pertanto, io più il mio miglior amico a batteria equivale a momenti piacevoli per me e più opportunità per te di saltargli addosso. È una vittoria facile per entrambe.» «Sei tremenda, Gabs.» «Sono realista. Lo faccio io così non devi farlo tu.» «Giusto. Andiamo a casa allora.» «Sì, vado nella tana del lupo.» *** Poco dopo le sei del pomeriggio entro nel bar dalla porta sul retro, sperando di trovare Millen ad aspettarmi su uno sgabello. Una piccola parte di me resta delusa quando non lo vedo lì. Sembrava che ieri sera Millen cercasse di andare a segno, ma un giocatore non sarebbe tornato per un secondo round. È uno dei motivi per cui ho deciso di sfidarlo per dimostrare chi fosse. Valeva la pena rischiare che non tornasse perché, se fosse stato davvero interessato a conoscermi, allora lo avrebbe fatto. Altrimenti mi sarei persa un po’ di buon sesso, ma niente che non potessi avere in caso di bisogno. Certamente non è qualcosa per cui necessito di un uomo. Sono una donna, sentite il mio ruggito. «Non c’è?» dice Gaby, senza nascondere la delusione mentre lascia la borsa nel cassetto dietro il bancone e osserva la sala. «È presto, Gabs.» «Sì, ma chi prima arriva meglio alloggia oppure, in questo caso, chi dorme non piglia pesci.» «Stasera voi due riuscirete a lavorare o starete sedute qui ad aspettare la carcassa di qualche tizio che non è venuto quando gli era stato ordinato?» domanda Bruno, sbucando dall’altro lato del bancone con un sopracciglio alzato e le braccia, spesse come tronchi, incrociate sul petto. «Ooooh, mi piace l’idea. Un ragazzo potrebbe venire a comando. In quei romanzi rosa si legge sempre degli uomini che lo fanno alle donne, ma immagina se potessi far durare un ragazzo almeno per tre tuoi orgasmi prima di farlo venire una volta» scherza Gaby e proprio quando penso che stia scherzando, la vedo a grattarsi la testa con sguardo pensieroso. «Il tuo cervello mi fa paura» replico. «È un posto magico. Comunque, quante prenotazioni dovrei preparare per stasera?» chiede, mettendo da parte gli scherzi e passando al lavoro. Ecco perché amo questa donna, può tornare alla serietà in un attimo. È anche una delle lavoratrici più stacanoviste che conosca e mi ha sempre coperto le spalle, spesso si rende conto che ho bisogno di lei ancor prima che glielo chieda. «Cominciamo allora. Più siamo impegnate, meno tempo avrò di pensare a quello sgabello vuoto al bancone.» «Esattamente. Ora, rock estivo o grunge indipendente? Che atmosfera diamo ai primi clienti?» Sorprendentemente, non penso più a Millen mentre trascorre la serata, con un flusso costante di clienti che ci tengono abbastanza impegnate fino alle dieci quando mi rendo conto di aver bisogno di una pausa. Mi dirigo verso Gaby, appoggiata al bancone e impegnata a parlare con un paio di ragazzi con cui andavamo a scuola. «Gabs, mi prendo dieci minuti in ufficio. Va bene?» «Certo. Terrò gli occhi aperti per Tu Sai Chi.» «Non ce n’è bisogno» dico, camminando all’indietro. «Se avesse avuto intenzione di venire, a quest’ora sarebbe già arrivato. Immagino che la sfida fosse troppo per il suo fragile ego maschile.» Non capisco gli occhi spalancati di Gaby e il suo saccente sorrisino finché non sento la voce di Millen alle mie spalle mentre raggiungo la fine del bancone. «Non penso che ci sia nulla di fragile nel mio ego, ma sarei felice di venire in ufficio con te per dimostrarti quanto sia grande e durevole.» «Cavolo, Kenz. Ha fatto centro» dice Gaby con una risata. «Vorrebbe farlo.» «Ha ragione, lo vorrei, ma non penso che apprezzeresti che facessi centro nel bel mezzo del locale.» «Non si sa mai, ragazzone. La conoscono per fare parecchie cose dopo pochi cocktail.» Gemo, mi fa male il collo per la partita a tennis in corso tra loro due. «Ciao, sapete, io sono ancora qui.» «Non potrei mai dimenticarlo, Bellezza.» Stringo gli occhi verso di lui, scuoto la testa, cercando di trattenere un sorriso sarcastico. «Perché non mi chiami con il mio nome?» «Ogni volta che fai quel sorrisino non posso fare a meno di pensare a quanto tu sia bella. È una tua caratteristica» dice lui scrollando le spalle. Resto lì a guardarlo, aspettando che distolga lo sguardo per primo, volendo vincere una sfida con lui piuttosto che sentirmi sempre a disagio quando è nei paraggi, ma lui non fa nemmeno una piega. Anzi, il suo sorriso si fa più ampio. «Voi due andate a prendervi una stanza o la fate finita e concludete proprio qui? Perché se la cosa si fa ancor più bollente avrò bisogno di una sigaretta e di un pisolino di recupero.» Questo attira la mia attenzione. Volto la testa verso di lei stile esorcista e quando piega il suo sopracciglio perfetto, scoppio a ridere. Alzando le mani in segno di resa, arretro in direzione del corridoio sul retro. «Va bene, vado.» «Andiamo, vuoi dire» dice Millen, invitandosi sfacciatamente alla mia pausa. «Se per te va bene, ovviamente.» «Oh, quindi ora chiedi se per me va bene?» Le mie labbra si contraggono e i suoi occhi mi fissano la bocca. «Cavolo, tu porti guai.» «E io pensavo la stessa cosa su di te.» Con la schiena colpisco la porta che dà sul retro e mi fermo dove sono dando a Millen l’opportunità di avvicinarsi, con quella sua colonia sensuale che fa magie e confonde le mie intenzioni. Proprio quando il suo petto sta per toccare il mio, allunga un braccio sopra la mia testa e apre la porta. «Dopo di te…» Mi giro e faccio strada, avendo bisogno di spazio per respirare, schiarirmi le idee e raffreddare i bollori, sapendo che una pausa di dieci minuti non sarà abbastanza per arrivare al sodo. «Com’è andata la tua giornata?» domanda mentre mi raggiunge, con una mano alla base della mia schiena. Non è la prima volta che mi tocca, ma cavolo se la sensazione non è amplificata dal fatto che presto saremo completamente soli nel mio ufficio! Ripenso all’idea dell’ufficio, cercando di limitare la tentazione. Questo tipo è uno sconosciuto per me. Non so quasi nulla di lui tranne che è insistente, sexy, bravo con la bocca – verbalmente, non ho modo di conoscere altri suoi talenti con la bocca – e un uomo di parola. Ha detto che sarebbe stato qui e, nonostante i miei dubbi iniziali sul fatto che le sue fossero solo belle parole per salvare la faccia, aveva raccolto la mia sfida presentandosi. Il minimo che possa fare è dargli un po’ del mio tempo. «Vogliamo...» «Stavo pensando che potremmo andare sul tetto. Mi farebbe bene un po’ d’aria fresca.» «Ottimo» dico, aprendo la porta del magazzino. Senza pensare, gli prendo la mano e intrecciamo le dita, lo conduco con me all’uscita di emergenza, verso le scale che portano al tetto. Lui mi supera, conducendomi alla panchina sistemata nell’angolo. Lasciandomi la mano, allunga un braccio per invitarmi a sedere e subito dopo si accomoda accanto a me. «Allora, parlami di te, Millen Ross. Di certo non sei di queste parti.» «No. Sto nell’albergo in fondo alla strada e oggi pomeriggio, mentre guardavo dalla finestra, quassù ho visto un tavolo e delle sedie.» Scoppio a ridere. «Almeno sei onesto.» «Sempre.» La sua espressione diventa di completa e totale sincerità. I suoi occhi grigi scavano in me come se volesse andare subito al sodo. «Buono a sapersi. Si dà il caso che creda sia l’unico modo giusto.» Allunga un braccio sullo schienale, sfiorandomi le spalle e facendomi sentire brividi in tutto il corpo. Mi irrigidisco per un attimo, una parte di me si aspetta che il movimento del braccio sia seguito dal passare al darsi da fare, ma non succede. Il calore del suo corpo accanto al mio si insinua dentro di me e mi rilasso contro di lui, una sensazione così naturale che ti verrebbe da pensare che lo conoscessi da più di ventiquattr’ore. In effetti, ho passato solo trenta minuti a parlare con questo ragazzo. «Non troverai mai nessuno onesto quanto me. Be’, eccetto Gaby. Lei è diretta come una freccia con tutto e tutti. A volte anche in maniera inappropriata.» «Me ne sono accorto.» Mi volto e lo vedo torcere le labbra. «Però è fantastica. Non c’è nessun altro che non mi sia parente che combatterebbe fino alla morte per me come farebbe lei.» «Una buona amica allora.» «La migliore.» «Tutti hanno bisogno di qualcuno così nella vita.» Guarda verso l’orizzonte, le luci della Main Street brillano contro il cielo buio mentre i bassi sotto di noi fanno tremare il tetto. «Allora, che mi dici di te?» Le sue dita giocano con la mia coda di cavallo, una cosa che normalmente sembrerebbe troppo familiare per un quasi sconosciuto, ma con lui è carina. Forse troppo carina. «Di me?» Poso la guancia contro il suo avambraccio e incontro il suo sguardo, i nostri visi sono ben oltre lo spazio personale dell’altro. «Dimmi qualcosa di te, in modo da non sentirmi strana per essere così a mio agio con te così presto.» I suoi occhi si addolciscono. Qualsiasi cosa ci sia tra noi, di certo non è a senso unico e, sapendo questo, mi rilasso al suo fianco. «Mi piace guardare i documentari, soprattutto sui veri crimini» dice lui. Gli poso una mano sulla gamba, sentendo il bisogno di una connessione. «Ho studiato criminologia e diritto penale all’Università di Irvine» replico con un sorriso ironico. Lui spalanca gli occhi mentre sorride lentamente. «Non mi dire? Allora, come fa una... » «Come fa una donna diretta verso una carriera nelle forze dell’ordine a finire a gestire un bar?» «Più o meno» dice con una risata. «Ci ho provato, a fare la poliziotta.» Senza pensare, traccio dei piccoli cerchi sulla sua gamba. «È stato soddisfacente finché non ero più io. Ho abbastanza problemi di fiducia così, senza dover avere a che fare anche con il peggio delle persone.» Lui alza un sopracciglio. «Non ti piaceva la tua vita e hai deciso di cambiare?» «Ho lasciato San Francisco e sono tornata a Davis» replico. I suoi occhi brillano di qualcosa di sconosciuto, la sua espressione illeggibile. L’unica cosa che so è che potrei morire se lui smettesse di giocare con i miei capelli o se spostasse la mano che mi tiene sul fianco. Mi guarda come se fossi il sole e lui avesse appena visto la luce. Studio il suo volto, la sua pelle abbronzata, le leggere linee che ha intorno ai grandi occhi grigi, che sono così intensi che sono certa potrei perdermici se li guardassi abbastanza a lungo. C’è una luce misteriosa in essi, nascosta sotto uno schermo di fumo che senza dubbio tiene ben nascosti i suoi segreti. Segreti che mi trovo a voler scoprire. Segreti che voglio conoscere tanto quanto ho bisogno del mio prossimo respiro. Socchiude gli occhi mentre continuo a guardarlo, a guardare la sua mascella forte che voglio stringere con le mani, la barbetta che voglio sentire contro le dita, contro la pelle, tra le mie gambe. Voglio quest’uomo. Lo voglio senza sapere nulla di lui, ma con un disperato bisogno di farlo. Avvicina il viso al mio, sento il suo respiro contro le labbra. Questi fili che sentivo tirarmi verso di lui continuano a stringersi ed è quasi come se fosse impossibile per me ritrarmi. A questo punto, nemmeno se avessi voluto. La mano di Millen scivola lungo il mio fianco, il suo pollice mi sfiora un lato del seno. Il mio corpo ronza sotto il suo tocco, si inarca contro di lui, sentendone ancor più bisogno. «Quando devi tornare indietro?» domanda. «Probabilmente adesso» sussurro, i miei occhi catturati dai suoi. Non vorrei mai fuggire. Il suo sguardo cade sulle mie labbra, poi torna ai miei occhi, il suo respiro accelera mentre mi prende il volto tra le mani, le dita si piegano sulla mia mascella. «Vieni a casa con me stasera» mormora contro le mie labbra, tra noi solo un filo d’aria. Qualcosa mi frena dal chiudere quella distanza finale. «Vieni a cena con me la settimana prossima» sussurro, combattendo l’istinto di seguire il profilo della sua bocca con la punta della lingua. Per assaggiare ciò che so verrà più tardi. Spalanca gli occhi prima di sorridere contro il mio mento, posando la fronte contro la mia. «Sarai la mia morte, Kenz. Proprio quando pensavo di averti capita, mi sorprendi.» «Io...» «Mi piace» ammette, lasciandomi senza parole. Non so cosa sia questa connessione intensa tra noi, e potrebbe avermi sorpresa ma, per capirla, devo capire l’uomo che c’è dietro. «Lascia che stasera ti porti a casa» dice lui, con voce roca. Ritraendomi leggermente, mi tiene ferma dove sono con le sue forti mani. «Solo portarti a casa, assicurarmi che arrivi a casa sana e salva.» Lui si sposta, fermandomi dove sono con il suo sguardo penetrante. «E ovviamente baciarti.» I suoi occhi si scuriscono e cadono nuovamente sulle mie labbra. «Perché se devo aspettare una settimana, probabilmente perderò la testa.» Come posso dire di no a questo? «Solo fino alla porta» replico ritraendomi, riuscendo solo in parte a lasciare questo campo di forza in cui mi trovo. Si mette una mano sul cuore e mi fa un sorriso da promesse sconce che il mio corpo vuole avidamente accettare. «Porti guai, Millen Ross.» «Divertente» dice lui, alzandosi e porgendomi un braccio. «Stavo giusto pensando la stessa cosa di te.»
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