Capitolo 3

2296 Words
Capitolo 3 Per il resto della serata riesco solo a pensare di toccare di nuovo Millen. Mi trovo a guardarlo mentre lui non guarda, ad ascoltare la sua risata attraverso il bar mentre parla con uno dei clienti abituali. I miei occhi si spostano su di lui, solo per guardarlo piegare indietro la testa mentre la sua risata mi travolge. Non è normale. Non può esserlo. Come può un uomo che conosco a malapena arrivarmi dentro e stravolgermi completamente senza fare nulla? Quando viene chiamato l’ultimo giro, Gaby ha lo sguardo di chi la sa lunga che significa che sono spacciata. Quando gli ultimi clienti escono, lei si piega e apre il cassetto sotto il bancone, tirando fuori la mia borsa e porgendomela. «Penso io a chiudere. Bruno ha già acconsentito a restare per darmi una mano. La tua carrozza ti attende.» Mi fa l’occhiolino e piega la testa di lato per indicare Millen, che sta sorseggiando la soda che gli avevo servito mezz’ora fa. Alzo le sopracciglia. «Sicura? Dovrei essere io a dirti di andare.» «Sì, e lo fai sempre. Ma non capita tutte le sere di avere un tipo più bollente degli inferi che vuole portarti a casa.» Apro la bocca per protestare contro la sua affermazione – Dio sa perché – ma mi ferma sul posto. «E non negarlo. Ti guarda come un assetato che ha bisogno di una lunga bevuta fresca, cioé te, per tutta la notte. Non farlo aspettare ancora o potrebbe cominciare a scoparsi lo sgabello. Vai e chiamami domani con i dettagli succosi.» Mordendomi il labbro, la tiro in un abbraccio. «Non succederà nulla, ma ti voglio bene comunque» sussurro. Ci separiamo e lei mi sorride. «Almeno assicurati di dare una bella palpatina a quel culo, perché potrei giurare che potresti farci uscire delle monetine e lui non sentirebbe nulla.» «Sei scioccante.» «Per questo mi vuoi bene. Adesso fila» dice, spingendomi verso la fine del bancone. «Va bene, va bene, vado. Cavolo. Parlerò col tuo capo, signorina.» «Sì, sì, scommetto che le dirai quanto sono orribile per averla fatta andar via prima. Ehi, bocconcino» dice, chiamando Millen. «Assicurati che la mia ragazza arrivi a casa sana e salva. Voglio esser certa che sia a letto prima del coprifuoco.» «Con piacere.» Lui mi scocca un sorriso malizioso mentre si alza, aspettando che faccia il giro del bancone e lo raggiunga. «Non incoraggiarla. Non la smetterà più» dico raggiungendolo. Alzando le mani in finta supplica, lui finge innocenza mentre il suo sguardo divertito promette tutto tranne quello. «Faccio solo quello che lei mi ha detto di fare.» Mi circonda con un braccio e mi tira al suo fianco, portando la bocca al mio orecchio. «A casa a dormire.» Quelle parole sulle sue labbra con quel suo tono sussurrato mi inondano di qualcosa di molto piacevole che mi scorre dentro «Andiamo allora» replico con la stessa calma, complimentandomi con me stessa per essere riuscita a mascherare l’effetto che ha avuto su di me. «Fai strada» dice lui e sì, Kenzie Sharp lascia il posto di lavoro mano nella mano con un ragazzo che la accompagna a casa. Per la prima volta da molto tempo, sto facendo la difficile e Millen sembra godersi la mia resistenza. Chi l’avrebbe pensato? «Dove andiamo?» domanda lui, svoltando a destra quando arriviamo sul marciapiedi. Mi conduce a una BMW grigio scuro, che lampeggia, e poi mi apre la portiera del passeggero. Lascio la borsetta sul sedile e mi appoggio all’auto, posando le mani sul fianco dell’auto e alzando lo sguardo verso l’uomo che avanza nella mia direzione. «Conosci la zona?» chiedo, mordendomi un labbro per trattenere un sorriso. «No.» I suoi occhi si fanno più scuri, e nella fievole luce del parcheggio mi chiedo quanto sia saggio il mio piano di continuare a farlo tornare senza fargli ottenere il ‘di più’ che vuole. «Allora, potrei dire un posto qualsiasi e tu non avresti idea di dove sia?» Mi si mozza il respiro quando lui preme il corpo contro il mio, posando le mani sul tettuccio dell’auto e piegando la testa per passare il naso sulla linea scoperta del mio collo. «Come riesci a farlo?» ansimo, irrigidendo le ginocchia per evitare di sciogliermi ai suoi piedi. «A fare cosa?» domanda lui, stavolta strofinando le labbra contro la curva della mia mascella, portando la bocca vicino alla mia senza concludere con il bacio che adesso voglio disperatamente. «Questo.» «Dio, potrei scivolare facilmente nelle tue mutandine proprio qui, vero? Mi lasceresti baciare i tuoi gemiti mentre ti sento venire contro la mia mano prosciugandoti ogni grammo di piacere?» Puntualizza ogni parola con un movimento dei suoi fianchi contro i miei. Allungo le braccia per afferrarlo. Dio, voglio baciarlo. Voglio davvero che faccia esattamente ciò che ha appena detto che potrebbe fare. Perché non ha senso negare che in questo momento glielo lascerei fare. Proprio qui, nel parcheggio del mio posto di lavoro, fregandomene se qualcuno ci beccasse… Quel pensiero mi riporta alla realtà. Per quanto mi piacerebbe lasciargli fare tutto ciò che vuole, non può succedere qui. Apro la bocca per dire esattamente quello, quando lui mi batte sul tempo. «Mi stai trasformando in un uomo delle caverne. Lo sai, vero?» dice, accarezzandomi la guancia con le labbra e ritraendosi mentre i suoi occhi sono ancora infuocati. «Non penso sia merito mio.» «Oh, invece lo è. Farò meglio a portarti a casa prima di dimenticarmi di fare la cosa giusta e continuare facendo la cosa che vogliamo entrambi.» «Sicuro che non sia la cosa giusta?» Stringe gli occhi nella mia direzione. «Porti guai.» «E tu sei talmente un bravo ragazzo» replico con un sorriso furbo. «Se solo tu sapessi quanto vorrei, in questo momento, toglierti quel sorriso a forza di baci.» «Se solo tu sapessi quanto vorrei che lo facessi davvero» replico. Lui fa un sorrisetto e scuote la testa, i suoi occhi scrutano il mio viso. «Sai, tutto questo toccarsi e parlarsi è il preliminare più potente del mondo.» Le sue parole mi provocano un gemito. «In auto, prima che dimentichi di essere un gentiluomo.» Portandomi la mano al petto, fingo stupore. «Tu sei un gentiluomo?» «Solo in pubblico» dice, mentre i suoi occhi scuri mi puntano di nuovo le labbra. «È di quando saremo soli che dovresti preoccuparti.» «Dice lui proprio quando sto per salire sulla sua auto» borbotto mentre mi abbasso per accomodarmi sul sedile del passeggero. «Probabilmente sarai al sicuro anche mentre siamo in auto.» Apro la bocca per replicare, ma mi ritrovo con la portiera chiusa in faccia e, dopo venti secondi, Millen si siede al volante accanto a me. «Dovremmo andare, perché il mio autocontrollo sta tentennando.» Sono felice di non essere l’unica. Gli do il mio indirizzo e poco dopo siamo sulla strada principale, diretti verso casa. «Suppongo che tu non sia di qui, giusto?» chiedo quando siamo per strada. «L’hai capito, eh?» «Be’, considerato che ho sempre vissuto qui, tranne i sei anni che sono stata a San Francisco e non ti ho mai visto in giro, sono piuttosto sicura che tu non sia del posto.» «Vivo a San Francisco; prima vivevo in Sud California. Cresciuto a Madison County, Arkansas, e trasferito a San Diego quando avevo dieci anni.» «Be’, considerami sorpresa» scherzo. «Immaginavo che fossi nato e cresciuto in una grande città.» «La camicia e la cravatta di ieri mi hanno tradito, vero?» «Quando ti ho visto non avevi la cravatta.» Incontra il mio sguardo e sorride. «Allora mi hai visto tu per prima.» Dannazione, me la sono proprio cercata. «Ti ho visto mentre parlavi con Bruno.» «Il buttafuori?» «Già.» «Bravo ragazzo. Spaventoso da paura, però.» Rido perché Bruno potrebbe sembrare grande e grosso, ma è un orsacchiotto. «È un brav’uomo.» «Ho avuto quell’impressione.» Un silenzio tranquillo cala su di noi mentre superiamo il centro della città e ci dirigiamo in periferia. «Allora, Millen Ross, se io ti dico dove vivo, tu dovrai dirmi qualcos’altro di te.» «Non l’ho già fatto adesso?» dice con un sopracciglio alzato. «È il minimo che potessi fare.» Gli scocco un enorme sorriso e non mi sfugge il suo basso gemito quando si ferma a un semaforo rosso. «Quel sorriso ti farà ottenere tutto ciò che vuoi, Kenz. Ma lo sai, no?» «Forse» replico, passandomi la lingua sul labbro inferiore, guadagnandomi un altro suo lamento. Il semaforo si fa verde e lui riparte. «Cosa vorresti sapere, diavoletta?» Guardo fuori dal finestrino e penso a cosa potrei chiedergli, domandandomi se c’è qualcosa di determinante che potrebbe dirmi oltre al fatto di essere già coinvolto con qualcun’altra. O essere un serial killer… un ex detenuto… Di tutto ciò, c’è un’unica cosa che conta. «Sei single?» «Pensi che sarei tornato a incontrarti, fermandomi fino alla chiusura, parlando con un vecchio dei suoi giorni come ferroviere, e ti avrei accompagnato a casa per andare a dormire se mi stessi vedendo con qualcuno?» «Non hai idea di cosa sono capaci certe persone.» «Ce l’ho, ma è una storia per un altro giorno.» L’auto rallenta e lui svolta nel mio vialetto, fermandosi e spegnendo il motore. Lui si gira a guardarmi, allungando una mano sulla console centrale per intrecciare le sua dita con le mie. «Non mi frequento con nessuno, e in questo momento non vorrei vedere nessun’altra a parte te. Ecco perché sarò proprio qui il prossimo sabato sera per portarti a cena, perché mi piace come mi fai sentire e voglio la possibilità di far sentire te allo stesso modo. Se sarà una cena e una bella conversazione, seguita da qualsiasi cosa vorrai dopo, allora sarà ciò che avremo.» Mi piego verso di lui finché la mia spalla tocca la sua, mi piace la sua moderazione, mi piacciono le sue parole e mi piace la curva delle sue labbra quando le pronuncia. Labbra che ogni parte del mio essere vuole toccare, assaggiare e in cui vorrei perdermi dopo le ultime ore di quello che è stato il preliminare più straziante conosciuto dall’uomo. Alzando un braccio, gli accarezzo la barbetta. I suoi occhi brillano, galvanizzandomi ancora di più in questo giro sulle montagne russe dove sento che sto per raggiungere il precipizio. Il suo sguardo cade sulle mie labbra, poi torna ai miei occhi mentre mi prende il viso tra le mani, piegando le dita sulla mia mascella. Senza aggiungere altro, si avvicina e mi sfiora la bocca con la sua, stuzzicando con la sua lingua le mie labbra prima di ritrarsi. Mi scruta il volto, come a cercare la mia approvazione. Quando ci separiamo, siamo entrambi senza fiato, tutto il mio corpo è vivo e vuole di più da quest’uomo, ha bisogno di un altro bacio, qualcosa che mi aiuti a mantenere questa sensazione che vorrei non finisse mai. Lui mi spinge una ciocca di capelli dietro l’orecchio, con un sorriso che la dice lunga. «Ho promesso che ti avrei rimboccato le coperte, ma penso che dovrò fermarmi alla porta.» Aggrotto le sopracciglia e distolgo lo sguardo, non volendo che veda la mia delusione… Disegna il profilo della mia mascella con il pollice, poi libera dolcemente il mio labbro finché non vedo altro che lui. «Se fossimo da soli in casa tua, i miei piani da gentiluomo per seguire il tuo passo volerebbero fuori dalla finestra.» Adesso vorrei che stessimo attraversando la mia porta. «Va bene» sussurro. «Ottima scelta, ma non pensare nemmeno per un attimo che non ti voglia. Il pensiero della mia camera d’albergo vuota impallidisce se paragonata all’accompagnarti a letto prendendomi il mio tempo.» «Va bene» ripeto, le parole a malapena udibili mentre l’ossigeno nei miei polmoni decide di prendersi una vacanza. Lascia cadere le mani ed entrambi ci spostiamo, ho bisogno di spazio per schiarirmi le idee, perché un altro bacio del genere e lo trascino fuori dall’auto per portarlo nel mio letto. Il fuoco nei suoi occhi mi dice che sta pensando esattamente alla stessa cosa. «Dammi il tuo telefono» dice quasi in modo burbero, allungando un braccio. Lo prendo dalla borsa e glielo do. Qualche secondo dopo me lo restituisce, posando la mano sulla mia. «Ora» dice, portando le mie dita sulla sua bocca e, senza interrompere il contatto visivo, mi sfiora la pelle con le labbra «hai il mio numero di telefono e, quando in settimana mi manderai un messaggio per confermare il nostro appuntamento, io avrò il tuo.» «Cos...» Mi preme l’indice contro le labbra e mi fa un sorriso irresistibile. «Volevi che ti dimostrassi chi sono venendo stasera...» «E l’hai fatto» mormoro contro il suo dito. Il suo sorriso si fa più ampio, i suoi occhi si addolciscono mentre sposta la mano sulla mia mascella. «Cazzo, sei adorabile. Sì, l’ho fatto. Quindi ora questo è il tuo modo di dimostrarmi che sei interessata. Io devo tornare a casa, se non avrò tue notizie saprò che ci hai ripensato, senza dover affrontare imbarazzanti conversazioni faccia a faccia.» «Non ho bisogno di pensarci.» «Prenditi qualche giorno. Potresti scoprire che ti piace solo guardare i culi da cui puoi far uscire monetine...» «Oh mio Dio» replico, voltandomi. La prossima volta che la vedo, ucciderò Gaby. «Puoi farlo, comunque.» Aggrotto le sopracciglia. «Fare cosa?» «Far uscire monetine.» Quel suo sorrisino sensuale, con le fossette e tutto il resto, un giorno saranno la mia rovina «Ucciderò Gaby» borbotto. Scoppia a ridere e avvicina l’altra mano sulla mia guancia. «Sei carina quando sei agitata.» «Nessuno è carino quando è agitato» sbotto. «Tu lo sei» dice, baciandomi dolcemente e toccandomi la fronte con la sua. Stiamo seduti così nella sua auto, parcheggiata nel mio vialetto, semplicemente a respirare uno vicino all’altra. «Sono serio sul messaggio. Pensaci come fosse la mia sfida per te.» «Vuoi che ti dimostri le mie intenzioni?» sussurro, scioccata e impressionata di come stia rigirando il mio gioco contro di me. «Forse il mio ego ha bisogno di sapere che penserai a me quando me ne andrò.» Lo guardo dritto negli occhi. C’è una scintilla di divertimento in essi, ma avverto anche la verità della sua affermazione. Ha bisogno della prova che non sia una cosa che sente soltanto lui. «Posso farlo.» «Bene» dice lui, dandomi un ultimo bacio, uno lungo, lento, che ravviva il fuoco e lo rende incandescente. «Ma adesso dovrò sforzarmi di accompagnarti alla porta altrimenti non usciremo mai dall’auto.» Il suo mezzo sorriso tradisce il desiderio di fare esattamente questo, ma dovremo aspettare sabato prossimo. Lui mi sta dimostrando che può, e vuole, rispettare i miei desideri anche se io sto seriamente ripensando al perché li ho inizialmente formulati. Era stato prima che mi baciasse. Ma abbiamo una settimana per rimpiangere il modo in cui entrambi abbiamo deciso di torturarci. Sono certa di poter sopravvivere fino a sabato prossimo. Guardandolo dalla finestra della mia sala, aspetto che lasci il mio vialetto prima di premere invio sul prossimo messaggio che gli ho scritto mentre lo guardavo tornare alla sua auto: “Non ho bisogno di qualche giorno, non ho bisogno nemmeno di una settimana, quindi te lo dico adesso: sono certa di qualsiasi cosa ci sia e voglio esplorarlo più a fondo. Passa a prendermi sabato alle sei”. Poi ne mando un altro per sicurezza. “E prepara una valigia”.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD