Capitolo 2 Il matrimonioNon fu possibile aspettare la metà di febbraio per celebrare le nozze perché la duchessa di Clarendon ebbe una ricaduta.
L’inverno precedente aveva avuto una bronchite che l’aveva molto debilitata e la ricomparsa della tosse rese necessario trasferirsi quanto prima a Bath, per tentare di ristabilirsi.
Lord Clarendon quindi convocò Rothsay per spiegargli che la duchessa doveva al più presto lasciare Londra e che pertanto occorreva anticipare le nozze.
«Anticipare?» aveva domandato piccato Rothsay.
«Entro i primi di gennaio è necessario che la duchessa sia trasferita a Bath, la sua salute peggiora e i preparativi per le nozze la stanno indebolendo ogni giorno di più» aveva spiegato Clarendon.
«Capisco. Mi dispiace per Sua Grazia.»
In quell’occasione Rothsay aveva chiesto di incontrare Caroline.
La futura sposa lo ricevette nel medesimo salotto in cui poche settimane prima era stata formulata la proposta di matrimonio.
Non fu sorpresa che il duca chiedesse di lei, dopotutto il cambio di programma rendeva necessario prendere delle decisioni.
Lo fece accomodare, gli servì il tè, lo intrattenne con uno scambio di convenevoli neutro senza essere troppo sciocco, indispensabile per introdurre con i dovuti modi l’argomento cruciale dell’incontro.
Il duca, notò la ragazza, faticava un poco a nascondere il proprio disappunto. Era del tutto controllato e l’interesse che manifestò per la salute di Sua Grazia non avrebbe potuto essere più appropriato, ma la sensazione che non fosse per niente entusiasta di affrettare le nozze risultava alquanto manifesta.
«Mi spiace che dobbiate rinunciare a fastosi preparativi» disse il duca per introdurre l’argomento.
«Lady Clarendon è la sola dispiaciuta, credetemi» rispose Caroline.
Ed era vero. Lei non ci teneva affatto ad una cerimonia sfarzosa.
Il dovere consisteva nello sposarsi, non nell’organizzare un evento sbalorditivo.
«Vostro padre mi ha chiesto di procurarmi una licenza il più presto possibile. Siamo alla fine di dicembre, due settimane possono essere sufficienti per voi?»
«Sì, due settimane sono un periodo adeguato.»
Era già stato programmato tutto, in realtà.
Il ricevimento era stato ridimensionato, gli inviti ridotti.
«In questo periodo non posso lasciare Londra» proseguì il duca «spero non vi dispiaccia.»
«Non mi dispiace affatto, preferisco restare in città e avere la possibilità di raggiungere mia madre, qualora fosse necessario.»
«Certo. Anzi, se volete accompagnarla a Bath, non ho nulla in contrario.»
Caroline si accigliò per una frazione di secondo, ma poi corresse con un sorriso il proprio spontaneo disappunto.
«Il medico è ottimista e dice che basteranno poche settimane di cure perché si rimetta del tutto.»
«Molto bene. In ogni caso avrete modo di spostarvi a vostro piacimento, posseggo diverse residenze di cui potrete disporre in... seguito.»
A quel punto Caroline sollevò lo sguardo e si concesse di osservare il volto del suo futuro marito, il che le permise di cogliere al volo il senso di quella frase. La stava congedando.
Il duca di Rothsay le stava dicendo, in modo neanche troppo velato, che non erano obbligati a vivere insieme, che lui non se lo aspettava né lo desiderava e che lei avrebbe potuto scegliere un’altra residenza in seguito, ovvero una volta rimasta incinta.
Non c’era nulla di strano, molti membri dell’alta società si comportavano così.
Tutto sommato poteva anche trattarsi di una fortuna, dopotutto non conosceva affatto Rothsay e non era detto che una frequentazione assidua fosse auspicabile.
Caroline era consapevole che essere sposati poteva rivelarsi tanto deprimente quanto fastidioso. Da come si stavano mettendo le cose intuì che il fastidio si sarebbe ridotto al minimo. Restava da vedere solo quanto sarebbe stato deprimiente.
«Non sono amante della vita mondana,» continuò il duca «vorrei che mi conosceste meglio e che foste più informata riguardo al mio stile di vita. Avevo pensato di affrontare le questioni pratiche con voi più avanti, ma pare che il tempo stringa.»
Caroline scacciò la considerazione che i fidanzamenti servivano proprio a quello, ovvero a dirimere le questioni pratiche e a capire quali abitudini occorresse acquisire ma, com’era naturale, non permise che quel pensiero forgiasse un’opinione vagamente negativa sul duca.
«Lo supponevo, non avete mai frequentato gli eventi mondani prima di questa stagione» disse invece.
«Spero che per voi non sia un problema.»
«Affatto» lo tranquillizzò.
Ed era vero anche quello.
I balli, le cene, i ricevimenti erano cose che Caroline sapeva gestire alla perfezione, ma che non amava.
Quindi al duca serviva una duchessa sotto tono. Di bene in meglio, eppure non riusciva a gioire di quella fortuna.
«I primi tempi vivremo nella mia casa di Londra, poi voi sarete libera di scegliere la residenza che preferite.»
Era già la seconda volta che ribadiva che non desiderava vivere con lei.
Grazie al Cielo Caroline non era di indole romantica.
«In seguito,» aveva continuato lei con una lievissima punta di ironia «mi recherò dove riterrete più opportuno.»
Il duca s’irrigidì.
Raramente l’intelligenza femminile lo colpiva in modo così diretto e sottile.
«Fino ad ora ho avanzato solo le mie richieste,» si rabbonì Rothsay, «voi avete qualche desiderio?»
«Nessun desiderio, Vostra Grazia.»
Quell’ultima rassicurante dichiarazione pose fine all’intima conversazione tra i due fidanzati.
***
Caroline si occupò da sola degli ultimi e frettolosi preparativi del matrimonio, poiché Lady Clarendon era in grado di alzarsi dal letto solo per poche ore e non usciva più di casa.
L’abito da sposa, al quale Caroline teneva molto poco, fu ultimato eliminando molte delle sofisticatezze che la madre aveva richiesto. Con la scusa dei tempi affrettati, la sposa chiese alla sarta di finire l’abito con un elegante ma freddo damascato azzurro pallido, eliminando gli inserti di perle che vennero sostituiti con un merletto bianco, decisamente più sobrio. Non se la sentiva di sfoggiare un abito pretenzioso. Senza soffermarsi a riflettere su questa decisione, stabilì che meno risonanza si dava all’evento, più facile sarebbe stato dopo affrontarne la realtà quotidiana.
La sera prima della cerimonia Lady Clarendon tenne a sua figlia un succinto resoconto relativo alla prima notte di nozze.
La convocò nella propria camera, congedò la cameriera e la fece accomodare accanto al proprio letto.
«Come suppongo tu sappia, tuo marito ti farà visita nella tua camera da letto, dopo il matrimonio.» esordì la madre «Ciò è indispensabile affinché possiate avere un erede.»
«Sì, lo so» rispose la ragazza. Anche se sapeva solo quello, ovvero che occorrevano visite notturne.
Sua Grazia faceva fatica a parlare, anche se in quel momento la tosse le stava dando una tregua, aveva il respiro corto e le parole le uscivano con lentezza. Era pur vero che l’argomento non era dei più facili da trattare, ma l’impaccio della duchessa era dovuto più alla salute che all’imbarazzo.
«Tu non dovrai fare nulla se non restare immobile e aspettare che finisca. Si tratterà di pochi minuti, non di più.» La duchessa chiuse gli occhi e attese di riprendere fiato. «Dopo aver concluso, il duca si ritirerà. È possibile che ti visiti spesso i primi tempi per assicurare l’erede.»
«Certo» confermò la figlia, dimostrando ancora una volta di aver compreso.
«Ma vedrai che una volta compiuto il tuo dovere, non sarai importunata con assiduità. L’ideale sarebbe dargli subito due maschi.»
E com’era possibile subito? Non ci volevano nove mesi per ciascuno? Senza contare che non si poteva scegliere il sesso del nascituro.
«Non gridare e non sottrarti, capito?»
Perché avrebbe dovuto gridare? Quel monito pronunciato con più veemenza che fiato, la mise in allarme, ma poi Caroline annuì per non far agitare la madre.
«Non lo farò» promise.
«Proverai dolore e sanguinerai, ma non spaventarti, è normale.»
La ragazza nascose le mani nelle pieghe della gonna, stavano tremando e non voleva che sua madre se ne accorgesse.
«Se sarai fortunata lui col tempo si prenderà un’amante. Agli uomini piace fare certe cose e per quello ci sono appunto loro.»
Un’amante. Caroline non sapeva nulla di certe cose, ma non era sicura che sarebbe stata contenta che suo marito mantenesse un’amante.
In ogni caso non era il momento di pensarci, da come Rothsay le aveva prospettato il futuro non era detto che si frequentassero abbastanza per provare fastidio nei riguardi un’amante.
«È tutto» concluse la duchessa.
A Caroline non sembrava molto.
Le spiegazioni della madre non avevano aggiunto nulla alle sue conoscenze in materia, se non una vaga inquietudine circa il dolore e il sanguinamento di cui la fanciulla era all’oscuro.
«Grazie» disse, quindi si alzò e si congedò con deferenza.
Quando fu accanto alla porta sua madre la chiamò nuovamente:
«Hai un’educazione eccellente, Caroline, non dimenticarlo.»
No, non lo dimenticava, l’educazione si stava rivelando l’unica cosa su cui potesse fare davvero affidamento.