Capitolo 3 Alle dieci.Il giorno delle nozze fu uno dei più freddi dell’anno, talmente freddo che la duchessa fu costretta a rimanere a casa.
Caroline non aveva più avuto modo di parlare con Rothsay, lo aveva visto un paio di volte quando lui si era recato da suo padre, ma non avevano avuto nessuno scambio, se non il doveroso interessamento di lui circa la salute della duchessa.
Una parte di Caroline non era del tutto certa che lo avrebbe trovato ai piedi dell’altare quella gelida mattina di gennaio, ma invece si sbagliava: nel momento in cui mise piede in chiesa lo vide fermo in piedi in fondo alla chiesa, elegante e ordinato come sempre.
Le parve teso, ma forse stava trasferendo su di lui la propria inquietudine.
La solennità del momento coprì tutto. Le parole e le promesse echeggiarono nella volta della chiesa scandite dal silenzio dei pochi invitati.
Anche lì si trattò di pochi minuti e di star fermi.
Caroline pensò che forse il matrimonio si riduceva a quello: pochi minuti di immobilismo sparsi qua e là nel tempo della vita.
Poi un anello troppo largo scivolò intorno al suo dito.
Ecco fatta la duchessa di Rothsay.
Mancava di sancirlo in privato, ma per tutto il mondo ora era Lady Caroline Cavendish, duchessa di Rothsay.
Durante il tragitto in carrozza verso la residenza dei Webster, dove si sarebbe tenuto il piccolo ricevimento, Lord Rothsay non ritenne necessario far conversazione con la moglie, se non per accertarsi che lei stesse bene e che le condizioni di Sua Grazia, la duchessa di Clarendon, non fossero così gravi da impedirle di intervenire durante il ricevimento.
Dopo che Caroline lo ebbe rassicurato in merito a entrambe le questioni, il duca trovò di grande interesse osservare il paesaggio che scorreva dal finestrino.
La ragazza colse al volo l’atteggiamento del duca e non tentò di proseguire ulteriormente la conversazione.
Giunti a palazzo, Rothsay aiutò la giovane moglie a scendere dalla carrozza, le offrì il braccio e la condusse al ricevimento.
Viste le precarie condizioni di salute di Lady Clarendon non ci fu nessun tipo d’intrattenimento musicale.
Caroline pensò che le circostanze avevano risparmiato a suo marito anche la seccatura di aprire le danze con lei.
Quest’ultimo particolare rese possibile che lei e Rothsay partecipassero in modo del tutto individuale al loro ricevimento di nozze.
Lady Clarendon fece una breve apparizione.
Orgogliosa e afflitta al tempo, poté constatare di persona che sua figlia era finalmente duchessa.
Il ricevimento fu misero e breve, ma la poveretta non riuscì nemmeno a rammaricarsene.
I festeggiamenti si sarebbero potuti definire fugaci.
Nell’arco di un paio d’ore si svolse il pranzo e subito dopo tutti gli invitati trovarono opportuno congedarsi.
Il duca fu di una gentilezza inappuntabile, ma i suoi modi indussero gli ospiti a lasciare molto presto l’intrattenimento. Caroline, intuendo la volontà del marito, assecondò la sua strategia e prima di sera la residenza del duca di Clarendon divenne il luogo abbandonato di una triste festa di nozze.
La ragazza si congedò dai genitori, ricevette la loro benedizione e si ritrovò nuovamente sulla carrozza insieme al duca, suo marito.
Sedevano uno di fronte all’altra in un silenzio freddo e molto composto.
Caroline era stata educata a prodigarsi in conversazioni fatte di niente, non avrebbe quindi avuto difficoltà a intrattenere il marito in un dialogo che occupasse il breve tragitto fino alla residenza cittadina dei Cavendish, tuttavia la fanciulla era altresì acuta, pertanto intuì con prontezza che in quel momento tale arte non era necessaria, né sarebbe stata apprezzata.
Tacque, dunque, e passò il tempo osservando le note vie della città che le sfilavano davanti.
«Immagino siate molto stanca» disse suo marito dopo qualche minuto che erano partiti.
Caroline spostò lo sguardo su di lui.
Si stupì di quanto fosse facile capire quell’uomo, per lo meno era facile indovinare le sue intenzioni.
Quelle poche parole avevano reso evidente che il duca stesse cercando un pretesto per essere lasciato in pace, una volta giunti a casa. Casa.
Casa sua.
Casa loro.
Decise di sorridergli, offrendogli un’altra delle mille maschere che aveva imparato ad indossare. Dopotutto, assecondarlo, era diventato uno dei suoi principali doveri.
«È stata una giornata intensa» convenne. La risposta era vaga e avrebbe permesso al duca di condurre il gioco.
«Non è tardi, avrete tutto il tempo di riposare, prima di cena. Io cenerò in biblioteca stasera, ho diverse cose di cui occuparmi.»
Era chiaro che quell’io la escludeva.
«Come preferite, Vostra Grazia.»
«Sentitevi libera di occupare il tempo come vi aggrada, riposando o facendo conoscenza con la servitù. Vi farò visita prima di coricarmi. Alle dieci potrebbe andare per voi?»
«Alle dieci andrà benissimo.»
Era tutto molto omesso, ma Caroline non riuscì a non arrossire.
Si vergognò profondamente di quella reazione incontrollata e per sopprimerla si voltò di scatto verso il finestrino: le case grigie, il viavai della gente a passeggio, il noto mondo immutato, sperò potessero calmare il suo tumulto. Lo celarono appena.
Di positivo ci fu che il duca non parve accorgersi di nulla e, poiché ritenne conclusa la conversazione, giunsero a destinazione senza scambiarsi nessu’altra parola.
Vista da fuori la residenza londinese di Rothsay risultava assai simile a quella dei Clarendon. Caroline ne studiò la forma e l’ampiezza man mano che la carrozza si avvicinava all’ingresso e, quando fu dentro, ebbe conferma della propria supposizione e ne fu in qualche modo rassicurata.
Visto il peggioramento della salute di sua madre, aveva preso già da tempo le redini della casa paterna, per cui l’aspetto che riguardava la gestione delle residenze del duca costituiva la sola cosa che non le dava preoccupazione circa la nuova condizione di duchessa.
Tutti i domestici aspettavano gli sposi schierati nell’ingresso ai piedi dell’imponente scalinata di marmo.
Il duca presentò la moglie ai domestici e lei procedette salutandoli uno ad uno, chiedendo i loro nomi e informandosi sulle mansioni di ciascuno con cordiale interesse.
Era quasi certa che quell’intrattenersi con la servitù stesse infastidendo il duca che non poteva piantarla in asso. Lo sentiva fremere e irrigidirsi alle proprie spalle. Per accertarsene, si girò per osservarlo: la sua ducale imperturbabilità risultava perfettamente integra come dimostravano il viso inespressivo e la postura composta del corpo, ma i pugni erano chiusi lungo i fianchi e la mascella era stata percorsa da un fremito leggero. Sì, il duca era seccato.
Caroline, però, non accelerò la presentazione. Era sposata da meno di dodici ore e stava già venendo meno al dovere di compiacere il proprio marito. Non riuscì tuttavia a sentirsi in colpa, del resto sua madre le aveva insegnato che il rapporto con la servitù si giocava sulla prima impressione. Quindi ascoltò ogni parola, rivolse domande e si fece complice, in quel modo rigido e sottile concesso dal divario sociale, con ciascuna delle persone che lavorava nella sua nuova casa.
Terminato il giro, la nuova duchessa congedò la servitù e trattenne la governante; suo marito cominciava a manifestare il proprio fastidio in modo meno discreto.
«Vi ho trattenuto» si scusò Caroline, rivolgendogli un po’ d’attenzione e un sorriso studiato per anni, «sono stata imperdonabile.»
Il duca, però, non fu abbastanza svelto a inventare una bugia rassicurante.
«Desidero scambiare ancora due parole con la signora Backer, se non vi dispiace.»
«Affatto. Come vi dicevo, ho diverse incombenze da sbrigare.»
Sollevato, Rothsay si congedò dirigendosi a lunghi passi in biblioteca.