Capitolo 4

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Capitolo 4 Cinque ore alle dieciIn realtà non aveva nulla da fare. Nei giorni precedenti al matrimonio il suo segretario aveva evaso tutta la posta e sistemato ogni cosa. Fuggire comunque era diventato di ora in ora più impellente e quando la pesante porta della biblioteca si chiuse alla sue spalle, il duca sentì tutto l’ingannevole sollievo della temporanea sospensione della pena. Era una tregua, una misera tregua che si sarebbe protratta fino alle dieci. Essendo un uomo razionale ed equilibrato decise di analizzare con lucidità la situazione. Aveva rimandato la resa dei conti perché aveva creduto di avere molti mesi prima delle nozze, ma poi le cose si erano messe in modo diverso, per cui aveva dovuto sposarsi prima di pensare. Si sedette in poltrona e si versò un bicchiere di porto. Il camino era acceso. Si guardò intorno per constatare che la stanza fosse la solita biblioteca in cui trascorreva molte ore con il suo segretario e gli amministratori delle varie proprietà. Era l’unico ambiente della casa che gli fosse familiare e caro, gli altrierano solo muri e mobili. Chiuse gli occhi e cercò di costruirsi nella testa l’immagine di sua moglie, la duchessa di Rothsay. Niente, non aveva forma né contorno. Era abbastanza alta, abbastanza bella, molto educata, molto preparata, molto elegante, molto adatta. Tutti aspetti positivi. Sospettava che fosse anche molto intelligente e quello non era esattamente un pregio, ma dopotutto sarebbe stato seccante avere dei figli stupidi. Considerando che aveva rimandato fino a che aveva potuto, la scelta era stata eccellente. Nessuna delle ragazze incontrate ai balli aveva dimostrato la stessa educazione e compostezza di Lady Caroline Webster. Nelle occasioni in cui l’aveva osservata in pubblico, prima di avvicinarla, aveva notato il suo spiccato senso del dovere, l’eloquio forbito, l’uso impeccabile della diplomazia e la reputazione irreprensibile. Era una donna che se la sarebbe cavata da sola e che avrebbe educato alla perfezione i suoi figli. Una donna che avrebbe dato pochissimi grattacapi al marito e che sarebbe stata al suo posto. Se avesse potuto fabbricarla con le proprie mani, non avrebbe potuto farsi una moglie più adatta. Strano non ricordare nessun particolare del suo aspetto fisico se non tratti generici come l’altezza e il portamento. Gli occhi. Non aveva idea di che colore fossero: azzurri? Grigi? E i capelli? Biondi, di quello era sicuro, ma non era in grado di aggiungere altro. Solo un particolare gli era rimasto impresso come un marchio a fuoco, le sue mani. Erano lunghe e affusolate, mani di una bellezza sconcertante, le usava come farfalle quando parlava e quel movimento d’ali era una palese contraddizione con la rigidità del resto della sua persona. Il programma di tenerla a debita distanza stava procedendo a gonfie vele, lei pareva aver accettato di buon grado che tra loro non ci fosse altro che un rapporto formale. Che ne fosse contenta o meno, non riusciva a capirlo e nemmeno gli interessava. Non doveva interessargli, non poteva addentrarsi in quell’insidioso sentiero. Non poteva accollarsi anche quel grattacapo. Il piano ufficiale era mostrarle per gradi che cosa si aspettava da lei, pochissimo in realtà. La vera strategia consisteva infatti, nel farle capire dove non doveva ficcare il naso, ovvero più o meno dappertutto. Svuotò il bicchiere con un unico sorso. Si passò le mani sul viso e le dita fra i capelli. Mancavano cinque ore alle dieci. Non era impaziente, anzi, se avesse potuto mandare qualcun altro al suo posto, lo avrebbe fatto.
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