DUE

2693 Words
DUE La crepa nel caminetto 2012 «Ti sento malissimo, Nina. Cade continuamente la linea.» Mi spostai in un angolo della veranda e mi sporsi quanto più potevo. L’odore del mare si confondeva con quello meno piacevole delle alghe. Una folata di vento mi alzò la maglietta, rinfrescandomi il petto. Da quassù riuscivo a vedere l’Australia intera. «Ho detto: hai già chiamato gli operai?» Ma mia madre non era più in linea. Controllai il telefono, solo chiamate di emergenza, lo rimisi in tasca. Nessuno poteva chiamarmi. Per un attimo fui sollevata. Tornai dentro. Starwater House, come veniva chiamata una volta, anche se non avevo mai capito se fosse il suo vero nome o solo un appellativo datole dalla nonna. Eleanor Holt era famosa per dare un nome a tutto. Buttai il telefono sul divano e mi misi vicino al caminetto, pizzicando la carta da parati umida. Starwater era stata la sede degli uffici di un osservatorio di balene per due anni. Erano sempre stati in ritardo con l’affitto, fino a quando la società era fallita e poi scomparsa nel nulla, dovendo alla loro proprietaria, che sarei io, ancora migliaia di euro. Dei soldi non mi importava nulla. È che nessuno mi aveva avvisato dei danni provocati alla casa dalla tempesta. Ottobre è il mese in cui imperversano le tempeste, e quella della settimana scorsa era stata tanto violenta che la notizia era arrivata anche a Sydney. Avevo visto delle foto: alberi caduti sui tetti delle macchine, reti elettriche distrutte e strade completamente allagate. Mi ero domandata come Starwater fosse sopravvissuta. Era una casa vecchia, costruita nel 1868 e, per quanto avessi cercato di renderlo un posto sicuro, la sua posizione in cima a Ember Island la rendeva vulnerabile a fenomeni di questo tipo. Il giorno seguente chiamai quelli dell’osservatorio, ma la linea era ormai disattivata. Era stata mia madre a suggerirmi di venire quassù a dare un’occhiata. Mamma era il motore dietro tutto quello che riguardava Starwater. Mi convinse lei a comprarla sei anni fa. «Sei l’unica che può permetterselo al momento» aveva detto, una delle poche volte in cui ero uscita vincente dal paragone con le mie sorelle. Di solito l’ingegnere e il chirurgo battevano la scrittrice. «Dovrebbe appartenere di nuovo alla nostra famiglia.» I danni al caminetto non erano così gravi come avevo immaginato quando, appena arrivata, avevo visto il telone blu sferzato dal vento sul tetto. Il ramo che aveva spaccato il tetto era ancora in un angolo della casa, doveva essere del possente albero di fico che era stato sull’isola per centinaia di anni, prima che qualcuno arrivasse e ci costruisse una prigione, come avevo imparato a scuola. Ma in casa, a parte un’enorme macchia sul muro e una crepa nel caminetto, non c’era molto da aggiustare. Se gli operai ci fossero riusciti in un paio di giorni, sarei potuta tornare a Sydney per il weekend. Pensai a Sydney e mi sentii triste, disperata. Non volevo tornarci. Non ancora, non fino a quando… un giorno, forse. Ma prima o poi li avrei visti, giusto? Era inevitabile. I miei pensieri vennero interrotti dal rumore di alcuni passi in veranda e corsi verso l’operaio, contenta di dover pensare ad altro. «Ciao» dissi. «Ti ringrazio per essere venuto subito. Prego, entra a dare un’occhiata.» L’operaio mi guardò. Sembrò spaventato, ma non riuscivo a capire perché. Un figaccione sui trenta, avrebbe detto mia madre. Aveva dei capelli ricci biondi, le spalle larghe e la pelle abbronzata. «Io sono Nina» facendogli strada. «Sono la proprietaria.» «Joe» rispose lui. «Ho messo io il telone sul tetto, se non ti dispiace. Mi avevano detto che non c’era nessuno… adoro questo posto.» «Dispiacermi? Sei stato fin troppo gentile. I danni provocati dalla tempesta non sono molto gravi, in realtà. Ora vedrai che si tratta solo di una macchia sul muro e una crepa nel camino.» Ci fermammo proprio lì davanti. «I muri dovrebbero asciugarsi senza problemi, anche se sarà difficile eliminare la macchia» disse. «Credo anche che la crepa nel camino sia un po’ più profonda. Bisogna andare sul tetto e dare un’occhiata.» «Puoi farlo tu o devo chiamare qualcun altro? Scusami, ma non ne capisco granché di queste cose.» Joe mi fece l’occhiolino. «Posso farlo io.» «Perfetto. Quanto tempo ci vorrà?» Si avvicinò al camino. «Be’… dipende da quant’è profonda la crepa, quali attrezzi mi servono per ripararla e quanto in fretta riesco a procurarmeli…» I suoi occhi si posarono sul camino. Si fece più vicino e toccò la crepa. «Guarda qui» disse. Mi avvicinai a lui e guardai il punto che mi aveva indicato. Vidi un buco tra i mattoni, dentro il quale c’era un sottile fascio di carte. «Cosa sono?» chiesi. «Scopriamolo» disse, tirando fuori dalla tasca un coltellino. Scavò un po’ nella crepa e tirò fuori i fogli. Riconobbi subito la sua scrittura. «È la scrittura della mia bisnonna» dissi, mentre prendevo i fogli in mano. «Come lo sai?» «Ho letto tutto quello che ha scritto. O almeno credevo di averlo fatto.» I miei occhi si posarono sul primo rigo della prima pagina. «È un diario.» Guardò anche lui. «1891.» «Aveva dodici anni all’epoca.» Dodici anni. Sarà qualche sciocchezza adolescenziale. Speravo in qualcosa di migliore. Fui delusa. «Non è un diario, sono solo alcune pagine» disse. «Magari è una parte di uno dei suoi racconti. Le leggerò dopo.» «Le lettere sono minuscole.» Lessi il primo rigo. Papà vuole che io abbia un’istitutrice. «Conosco bene la sua grafia. La so decifrare.» Joe nel frattempo toglieva altri mattoni. «Non sapevo che questa casa fosse stata ereditata.» «Non lo è stata, infatti» risposi, mentre piegavo le pagine e le mettevo in tasca. «L’ho comprata qualche anno fa, per volere di mia madre. Ha sempre sperato che fosse messa in vendita un giorno. La mia bisnonna ha vissuto qui con suo padre, quando lui era il sovrintendente della prigione. Quando il carcere fu smantellato, mantennero la casa. Si chiamava Eleanor Holt. Nella nostra famiglia è una leggenda.» Joe rimise il coltellino in tasca. «Come mai?» «Era un’anticonformista. Non si sposò mai, ebbe un figlio, mio nonno, a trentotto anni, ma non gli rivelò mai il nome di suo padre e lo tirò su da sola. Era un membro del partito socialista e famosa per aver scritto lettere di protesta praticamente a chiunque. Era una gran donna.» Joe sorrise. «Be’, ora puoi scoprire se lo è sempre stata, anche da ragazzina.» Diede un’occhiata all’orologio. «Devo andare a prendere mio figlio tra poco, ma non ho ancora risposto alla tua domanda su quanto ci vorrà per riparare tutti i danni.» «Dimmi.» «In realtà non sono un esperto, solo un tuttofare.» «Oh scusami, avevo immaginato fossi l’operaio che mia madre ha chiamato.» Forse era questo che stava cercando di dirmi a telefono, prima che cadesse la linea. «È una coincidenza che io sia arrivato qui mentre c’eri anche tu.» Cacciò un mazzo di chiavi dalla tasca. «Lavoravo qui. Per George e Kay.» «Capisco.» George e Kay erano i pessimi inquilini che mi dovevano migliaia di euro. Presi le sue chiavi. «Se sei entrato, presumo ti servisse qualcosa.» «Ho dei libri in un armadietto nell’ufficio sul retro.» «Fai pure. Prendi tutto quello che ti serve.» Rimasi nel soggiorno, mentre lui andò in ufficio. George e Kay vivevano qui, ma i mobili erano miei, lasciati qui dal vecchio proprietario che non se l’era sentita di portarseli via in barca. Presi le pagine dalla tasca e diedi un’occhiata alle prime righe. La scrittura della nonna era così naturale. Non come me, che avevo iniziato tardi a scrivere. Ecco perché stavo avendo un sacco di problemi nel finire il mio libro, che avrei dovuto consegnare a breve. Semplicemente non ero nata scrittrice. Joe tornò con una scatola piena di libri. «Grazie per avermi lasciato prendere le mie cose. Vuoi comunque che torni per aggiustare il tetto? Forse ci metterò un po’ di più, ma non mi spaventa il lavoro duro… e da quando George e Kay hanno chiuso baracca non ho molto da fare.» Rimisi di nuovo in tasca le pagine. «Di cosa ti occupavi?» «Facevo la guida. Sono un biologo marino. O almeno lo sarò, non appena mi sarò laureato.» Mi segnalò i libri nella scatola e notai che erano dei volumi sottili con dei titoli tipo La migrazione dei cetacei e La genetica delle balene. «Wow» dissi. «Non proprio letture rilassanti eh?» Mi sono sempre sentita un po’ in imbarazzo davanti a persone molto intelligenti. Forse perché ho passato una vita intera all’ombra delle mie sorelle. «Non leggo un romanzo da un po’. Tu scrivi romanzi, giusto? Me l’ha detto Kay.» «Già.» Lo fissai attentamente. C’era qualcosa di affascinante in lui. Sì, era un bell’uomo, ma c’era qualcos’altro. Nessun artificio, nessuna pretesa. Emanava un’energia maschia, calda, naturale come il mare. Volevo davvero che aggiustasse il tetto? O volevo semplicemente guardarlo lavorare? Perché in quel caso non sarebbe finita bene. Avevo promesso al mio cuore che sarei stata attenta d’ora in avanti. Ma quest’uomo teneva talmente a cuore le sorti di Starwater da cercare di riparare da solo il tetto; era forte, capace, e aveva da poco perso il lavoro. «Se vuoi, puoi pensarci tu al tetto» dissi. Riuscii a notare un gesto impercettibile delle sue spalle. «Non devi per forza rimanere sull’isola. Posso mandarti foto ogni giorno del lavoro. Così, per rassicurarti.» «Sono sicura che possiamo trovare una soluzione.» Si avviò all’uscita. Poi si girò, sembrò che stesse per dire qualcosa. «Cosa c’è?» domandai. Posò la scatola sul tavolino di mogano. «Mi sono appena ricordato che la mia barca è nella tua rimessa.» Non capii, scossi la testa. «Esiste una rimessa?» «Sì. Si trova più o meno a un chilometro da qui, vicino al pontile.» Ricordai vagamente di aver visto qualcosa di simile sulla planimetria della casa. «Comunque» continuò «tra le chiavi che ti ho ridato, c’è quella della rimessa.» Presi le chiavi e gliele diedi. «Guarda, quella puoi prenderla e usarla quando vuoi. Non credo mi servirà.» «Può metterci la tua barca» disse sorridendo. «Non ho una barca.» «George e Kay hanno lasciato qui le loro. Considerato che ti dovevano dei soldi, direi che ora sono tue.» «Non saprei che farci» risposi, ma pensai di chiedere consiglio alla mia amica Stacy, che era avvocato. Riprese la scatola con i libri. «Domani ho un incontro all’università. Chiederò in giro per gli attrezzi e tutto il necessario per riparare i danni e tornerò qui con qualche idea. Che te ne pare?» «Perfetto.» «Ti dispiace se porto mio figlio con me? Non ha nessuno con cui stare. Ma è un bambino tranquillo, non ti darà fastidio.» «Figurati, nessun problema.» Iniziai a farmi mille domande. Padre single. Vedovo o divorziato? Quanti anni aveva suo figlio? A che età si era sposato? Io mi ero sposata a diciannove anni e il mio matrimonio era finito in maniera disastrosa, quindi mi faceva sempre piacere incontrare gente che poteva capirmi. Fortunatamente non c’erano stati bambini. Ma non perché non volessi; semplicemente non potevo averli. Qualcosa che avevo imparato ad accettare ormai da tempo. Salutai Joe e rimasi sulla veranda per un po’, osservando l’isola. A sud, la grossa pianura usata per l’allevamento delle Ayrshire. A est, di fronte al continente, chilometri di mangrovie: una palude impenetrabile. Dietro, anche se non riuscivo a vederlo, l’Oceano Pacifico, che si scagliava furioso sugli scogli, non lasciando quasi mai intravedere una fetta di spiaggia. La brezza pomeridiana era fresca, intensa. Per tutta l’isola, fino a dove riuscivo a vederli, fiorivano alberi di castagno. Più di cento anni fa, Starwater era piena di giardini all’inglese. Le detenute lavoravano come giardiniere per il sovrintendente. I giardini ora non c’erano più, ma i castagni, anno dopo anno, avevano continuato a fiorire, ricordando le origini dell’isola. Nessun clacson, nessun telefono che squillava a ricordarmi quanto fossi lontana dalla mia vita e dal mio lavoro. Nessun rischio di incontrare Cameron e la sua fidanzata in dolce attesa. Solo il suono del vento tra gli alberi e quello del mare. Tornai dentro. I mobili del salotto erano vecchiotti ma confortevoli. Il frigo funzionava, il forno a microonde segnava l’ora esatta. Avrei potuto girare un materasso, mettere delle lenzuola nuove. George e Kay avevano lasciato addirittura bottiglie di shampoo mezze piene. Decisi di rimanere per un paio di notti. La notte arrivò lentamente, il cielo divenne mano a mano sempre più blu. Mi sedetti sugli scalini all’ingresso, nel caldo mite della sera, guardando le stelle, pensando a quanto poco tempo avessi trascorso fuori casa quando stavo a Sydney. Dal mio appartamento, che mi era costato un bel po’, si vedeva tutta la cattedrale; ma era comunque un panorama cittadino, e le stelle erano quasi sempre invisibili al cospetto di tutte le luci della città. In tempi felici Cameron e io avremmo sorseggiato un gin tonic sul nostro terrazzo. Dopo la separazione, ho passato gran parte del mio tempo rinchiusa in ufficio a lavorare, o almeno ci provavo. Alla prima puntura di zanzara tornai in casa. Accesi la lampada in salotto. Andai al caminetto e cercai altri fogli nella crepa. Non trovai nulla. Mi voltai per dare un’occhiata alla stanza. La muratura originale era coperta dall’intonaco. Poi mi ricordai che l’ufficio aveva un muro esposto, così accesi le luci per controllare se ci fossero altre crepe. Con le mani ripassai l’intero muro, freddo e ruvido. Nulla. Anche se avessi trovato qualcosa, sarebbero state altre pagine del diario di Eleanor. Speravo ancora che ci fosse qualcos’altro, qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita per sempre. Tutto quello che Eleanor aveva scritto ci era giunto dieci anni fa, quando era morto mio nonno. Un baule ammuffito pieno di lettere, scritti di ogni genere e poesie. Nessun diario, cosa che mi fece sembrare ancora più strano il fatto che ne avesse scritto uno da ragazzina. All’epoca, le mie sorelle erano troppo impegnate per occuparsene, figurarsi mia madre. Io avevo venticinque anni, da poco separata, mi dividevo tra lavori al supermercato e all’asilo – ancora, come mia madre faceva sempre notare – quindi toccava a me occuparmi dei documenti. Li avevo letti tutti. Qualsiasi cosa. Ero cresciuta amando Eleanor, attraverso la sua scrittura, la sua fervida immaginazione, la sua onestà e il suo umorismo a volte un po’ sguaiato. Quando comprai Starwater, prima che la dessi in affitto, avevo perlustrato la casa in cerca di altri scritti e avevo trovato una vecchia valigia nell’attico. Conteneva soprattutto poesie e racconti. Credevo che non ci fosse altro. Ma ora mi chiedo se ci sia qualcosa nascosto in ogni angolo della casa, dietro i mobili, sotto il pavimento. Eleanor aveva vissuto sempre qui, fino alla sua morte. Cos’altro aveva scritto? Volevo disperatamente trovare qualcosa. Ispezionai tutta la casa, stanza dopo stanza. Starwater era un edificio a forma di T: la colonna centrale era composta dal salotto, la sala da pranzo e la cucina; nell’ala ovest c’erano tre camere da letto e un bagno; nell’ala est invece, le camere che erano state usate come ufficio da quelli dell’osservatorio. Tutta la casa era circondata da verande in legno, perfette per rinfrescarsi dal caldo infernale nei periodi estivi. Controllai i cornicioni, sbirciai sotto il pavimento in cucina, mi misi perfino a battere sul muro delle camere da letto, in cerca di rumori strani. Poi mi resi conto di quanto fossi ridicola e ritornai nell’ufficio. Mi sedetti alla scrivania più grande. Il calendario sulla scrivania segnava 31 luglio. Probabilmente era stato l’ultimo giorno in cui George e Kay erano stati qui, prima di fare i bagagli e fuggire da tutti i loro debiti. Era anche la data di consegna del mio libro. Avrei dovuto finirlo dieci settimane fa, ormai. Inspirai, espirai. «È il classico blocco dello scrittore» avevano detto mia madre, Marla, Stacy, addirittura Cameron, quando era venuto a casa con una valigia per prendersi le sue cose. Ma in realtà non c’era un nome per quello che stavo vivendo. Tornai nell’ala est della casa e scelsi un letto. Credo fosse la camera degli ospiti. Non volevo dormire nella stanza di George e Kay e stare nel posto dove avevano passato tutto il loro tempo discutendo della società che stava fallendo e dei loro debiti. Mi bastavano i miei problemi.
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