Prologo:
Aveva ventisette anni, appena compiuti così come lo erano stati gli studi universitari a São Paolo. Per Vera Luzia Carvalho Bottaro quel viaggio in Italia era stato il dono di laurea che papai João le aveva voluto fare. Era un viaggio sognato da tanto tempo: un desiderio nato quando, ancora piccolina, saltava sulle ginocchia di nonno Giobatta.
Giovan Battista Bottaro - in famiglia semplicemente “Giobatta” ma per gli amici “Giò”- nativo del quartiere della Foce, non aveva dimenticato le proprie origini sebbene quand’era giunto in Brasile con i genitori avesse solo nove anni. In casa si parlava italiano ma soprattutto Genovese e Giobatta non aveva altre occasioni di parlare “zeneise” lì in Brasile a 12.000 chilometri dalla Madre Patria. Facendo giocare la nipotina Vera Luzia sulle proprie ginocchia, spesso, gli veniva di ripetere, in italiano, una frase appresa, con lo stesso gioco, dal proprio padre Luisito.
«Trotta, trotta cavalluccio…» diceva.
La piccola vera, mulattina per via della nonna materna brasiliana e della madre, della quale portava il primo cognome secondo l’uso brasiliano, ne chiedeva la traduzione in portoghese e aggiungeva una domanda… sempre la stessa.
«Nonno parlami un po’ dell’Italia, la terra dalla quale sei venuto tanto tempo fa, quand’eri ancora piccolino.»
Il vecchio Giobatta iniziava a raccontare cercando tra gli stanchi ricordi dei racconti paterni. Erano ricordi di luoghi e tempi lontani… forse anche troppo lontani per essere reali. Giobatta li traduceva nella lingua della nipotina e gli occhi suoi si inumidivamo un poco perché sentiva nostalgia di quell’Italia, raccontata e mai ricordata, di Genova, la città dov’era nato… Genova, la “Superba”.
I racconti tramandati dal bis-nonno Luisito al nonno Giobatta e da questi a lei, avevano accompagnato la piccola Vera Luzia fino a quand’era divenuta meno piccola e poi donna. Anche, e soprattutto, dopo la morte di nonno Giobatta, quei racconti avevano infiammato la sua fantasia di giovane donna assetata di sapere… di conoscere cose nuove, seppur facenti parte di un’antica origine familiare.
Dal nonno aveva anche imparato una canzone che parlava, in dialetto genovese, d’una struggente saudade. Il titolo era “Ma se ghe pensu” e Vera Luzia ne aveva mandato a memoria il testo nella lingua genovese antica.
O l'êa partîo sensa 'na palanca,
l'êa zâ trent'anni, fòrse anche ciù.
O l'aveiva lotòu pe mette i dinæ a-a banca
e poèisene un giorno vegnî in zù
e fâse a palasinn-a e o giardinetto,
co-o ranpicante, co-a cantinn-a e o vin,
a branda atacâ a-i èrboi, a ûzo létto,
pe dâghe 'na schenâ séia e matin.
Ma o figgio o ghe dixeiva: «No ghe pensâ
a Zena, cöse ti ghe veu tornâ?!»
Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti, a ciassa da Nonçiâ,
riveddo o Righi e me s'astrenze o cheu,
veddo a lanterna, a cava, lazù o Meu...
Riveddo a-a séia Zena iluminâ,
veddo là a Fôxe e sento franze o mâ
e alôa mi penso ancon de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.
E l'êa pasòu do tenpo, fòrse tròppo,
o figgio o l'inscisteiva: «Stemmo ben,
dôve ti veu andâ, papà?.. pensiêmo dòppo,
o viâgio, o mâ, t'ê vêgio, no conven!».
«Oh no, oh no! me sento ancon in ganba,
son stùffo e no ne pòsso pròpio ciû,
son stanco de sentî señor caramba,
mi véuggio ritornâmene ancon in zù...
Ti t'ê nasciûo e t'æ parlòu spagnòllo,
mi son nasciûo zeneize e... no me mòllo!».
Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti, a ciassa da Nonçiâ,
riveddo o Righi e me s'astrenze o cheu,
veddo a lanterna, a cava, lazù o Meu...
Riveddo a-a séia Zena iluminâ,
veddo là a Fôxe e sento franze o mâ
e alôa mi penso ancon de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.
E sensa tante cöse o l'é partîo
e a Zena o gh'à formòu torna o so nîo.
Non contenta, qualche anno dopo, aveva voluto che il nonno gliela traducesse in italiano, la lingua europea che lei stava imparando insieme allo spagnolo e l’inglese. Ora ne rammentava le parole delle quali intendeva perfettamente il senso, un poco oscuro nella versione originale
Era partito senza un soldo,
erano già trent'anni, forse anche più.
Aveva lottato per mettere i soldi in banca
e potersene un giorno venire in giù
e farsi la palazzina e il giardinetto,
con il rampicante, con la cantina e il vino,
la branda attaccata agli alberi a uso letto,
per darci una schienata sera e mattina.
Ma il figlio gli diceva: «Non ci pensare
a Genova, cosa ci vuoi tornare?!»
Ma se ci penso allora io vedo il mare,
vedo i miei monti, piazza della Nunziata,
rivedo Righi e mi si stringe il cuore,
vedo la lanterna, la cava, laggiù il Molo...
Rivedo alla sera Genova illuminata,
vedo là la Foce e sento frangere il mare
e allora io penso ancora di ritornare
a posare le ossa dove ho mia nonna.
Ed era passato del tempo, forse troppo,
il figlio insisteva: «Stiamo bene,
dove vuoi andare, papà?.. penseremo dopo,
il viaggio, il mare, sei vecchio, non conviene!».
«Oh no, oh no! mi sento ancora in gamba,
sono stufo e non ne posso proprio più,
sono stanco di sentire señor caramba,
io voglio ritornarmene ancora in giù...
Tu sei nato e hai parlato spagnolo,
io sono nato genovese e... non mi mollo!».
Ma se ci penso allora io vedo il mare,
vedo i miei monti, piazza della Nunziata,
rivedo Righi e mi si stringe il cuore,
vedo la lanterna, la cava, laggiù il Molo...
Rivedo alla sera Genova illuminata,
vedo là la Foce e sento frangere il mare
e allora io penso ancora di ritornare
a posare le ossa dove ho mia nonna.
E senza tante cose è partito
e a Genova ci ha formato di nuovo il suo nido.
Né nonno Giobatta e neppure il padre di questi era più tornato a posare le ossa nella tomba di famiglia. Con le parole della canzone nel cuore, Vera Luzia stava volando verso l’Italia e diciassette ore di viaggio la separavano da quei luoghi, per lei ricchi di attrattiva, ma non sapeva esattamente che cosa il destino le avrebbe riservato in quei tre mesi di permanenza nell’italica terra. L’aeromobile della Lufthansa si sarebbe diretto verso Monaco di Baviera, in Germania, e di lì Vera avrebbe cambiato velivolo per giungere a Genova. Nell’attesa, pensò di assopirsi un poco, il viaggio era lungo e la meta ancora molto lontana.