Alla fine, raddrizzò la schiena e rientrò in casa anche lui. Vi rimasero tutti per circa un’ora, parlando dell’auto di Sarah, che meritava le attenzioni di un meccanico serio, e degli altri lavori che Robert avrebbe svolto in quel breve periodo di ferie che aveva preso. Natalie, come previsto, scherzò e parlò con ognuno di loro, tranne che con lui, il grande nemico. Prima che si facesse troppo tardi, però, Daniel convinse Sarah e Ziggy a tornare al loro cottage. Il bambino, diligente ed entusiasta, promise a Robert che il giorno dopo, che era domenica, lo avrebbe raggiunto per dargli una mano, guadagnandosi un sorriso di approvazione da Natalie. I tre, quindi, salirono a bordo del fuoristrada di Daniel e tornarono a casa.
Rapida come un’allenata velocista, Natalie arrivò alla sua auto mentre ancora Robert salutava gli amici. Stava fuggendo per non restare da sola con lui, era evidente. La raggiunse mentre infilava già la cintura di sicurezza, bloccandole lo sportello un attimo prima che lo chiudesse.
“Allora…” esitò. “Ti piace come sta venendo su?”
Nel voltarsi verso di lui, lo sguardo di Natalie si posò inavvertitamente sul rigonfiamento sotto la grossa fibbia della sua cintura. Lei deglutì e così fece Robert, rendendosi conto della gaffe.
“Cioè… Il ranch sta… Mmh… prendendo forma, non è vero?”
“Sì, certo. Proprio un grande… Un bellissimo lavoro. Complimenti. Adesso scusa, ma devo andare a lavorare.”
“A quest’ora?” chiese Robert, preoccupato. “È sabato pomeriggio. Credevo avessi finito per oggi.”
“È così, infatti, ma lo sai… La redazione di un giornale è sempre in attività. Poi devo ancora registrare un servizio… Ci si vede.”
Afferrò la maniglia interna dello sportello per chiuderlo, ma si scontrò con la ferrea presa di Robert che, benché nervoso, non aveva per niente accettato l’idea di vederla andare via senza neanche essere riuscito a farle quel famoso invito galante.
“Aspetta… Puoi fermarti solo un paio di minuti? C’è qualcosa che vorrei chiederti.”
“Magari un’altra volta” rispose lei, sempre più ansiosa di andarsene.
“Oppure potrei accompagnarti!” le propose ma, nell’istante stesso in cui lo disse, si accorse di aver commesso un errore colossale.
Se c’era qualcosa che Natalie non sopportava era sentirsi trattata come una donna in disperato bisogno d’aiuto. Robert non sapeva perché reagisse sempre in quella maniera ma ogni cortesia, ogni proposta di soccorso, piccola o grande che fosse, le faceva saltare i nervi. Infatti, lo raggelò con uno sguardo omicida.
“Non ho bisogno di uno chaperon per andare in redazione!” protestò a viva voce.
“No, certo, non intendevo…”
“Ecco, meglio così. Ti dispiace?”
Tirò lo sportello. Robert lo lasciò di colpo e quello si richiuse con uno schianto.
“È che mi chiedevo se uno di questi giorni ti andasse di…”
La sua voce esitante fu coperta dal rombo del motore. Natalie aveva messo in moto e, senza più guardarlo né prestargli ascolto, iniziò a fare retromarcia.
“Il vialetto nuovo…” si lamentò lui, ma ormai era tardi anche per quello.
La salutò con una nostalgia quasi ridicola ma lei, concentrata sulla guida, non ricambiò. Poi, mentre si allontanava, sgommando come se dovesse andare a correre alle 24 Ore di Daytona, Robert tornò sotto il portico e si calcò in testa il suo cappello di feltro nero.
Era stato uno stupido. Peggio, un imbranato. Non era così che si invitava una donna a uscire. Era fuori allenamento, ma insomma… Doveva saperlo che quella non era l’occasione giusta. Il punto però era: ce ne sarebbe mai stata una?
Attese che lei percorresse il viale d’accesso fino in fondo e poi svoltasse a sinistra, verso Glen Rose. La leggera brezza pomeridiana era diventata gelida e le prime gocce di pioggia iniziavano a cadere, facendo crepitare le foglie degli alberi circostanti. Ma il freddo che Robert avvertiva non aveva niente a che vedere con il bizzarro tempo di quel marzo. Forse doveva arrendersi. Un altro, al posto suo, lo avrebbe fatto. Avrebbe accettato che tra loro ci fosse stato solo del magnifico sesso e basta, sarebbe andato oltre. Lui, però, non ci riusciva. Ogni cellula del suo corpo urlava di voler tornare in contatto con quelle di Natalie. Stringerla a sé, sentire il suo calore, udire i suoi gemiti e le sue urla di piacere, quando…
“Basta così” s’impose.
Era inutile perdersi dietro pensieri tanto dolorosi. Molto tempo prima aveva imparato, e nel peggiore dei modi, che c’erano battaglie che potevano essere affrontate e altre che era meglio non combattere, se si voleva vincere la guerra. La sua, con Natalie, era ancora agli inizi, ma quella era: una guerra, sebbene fosse giocata su un terreno personale. Piuttosto, pensò, sarebbe stato meglio cambiare tattica, uscire dalla sua zona di sicurezza e diventare più intraprendente… Come Ziggy, benedetto bambino! Ecco, avrebbe fatto così. Entrò in casa e, mentre ragionava tra sé su quando telefonarle e cosa dirle, cominciò a chiudere le imposte e a prepararsi per un’altra notte da solo, in quell’edificio che ancora non riusciva a chiamare casa.
Poco distante dal ranch, non appena fu sicura di essere uscita dalla sua visuale, Natalie accostò e fermò l’auto. Il cuore le batteva ancora fortissimo, al pensiero di come un attimo prima Robert fosse stato così vicino a lei da farle perdere il controllo sulle proprie emozioni. Era sempre una lotta, dura e terribile, ma stava diventando impossibile. In più, lui aveva giocato sporco: farsi trovare mezzo nudo, sudato, con un inizio di erezione nei pantaloni… Andiamo! A molte donne e parecchi uomini sarebbe venuta la bava alla bocca. Lei era solamente più brava a mascherarla.
“Cosa devo fare per dimenticarmi di lui?” si domandò, poggiando la testa sul volante, ancora stretto tra le sue mani.
Convincersi che fosse giusto declinare ogni sua attenzione era relativamente facile, quando non lo vedeva. Quando, però, erano faccia a faccia, la tentazione di saltargli addosso era così forte che il suo corpo tremava. Doversi trattenere le costava una fatica immensa e non si poteva certo dire che non risentisse di alcune comuni conseguenze… Si ritrovava le gambe molli, il perizoma doveva essersi auto-incendiato, perché onestamente sentiva un caldo infernale laggiù, e sì, non aveva più due capezzoli, ma due missili perforanti, pronti a essere lanciati. Tutto questo perché lo desiderava, ecco la verità. Lo bramava anima e corpo, come mai le era capitato con un altro uomo. Aveva per lui un bisogno fisico ed emotivo così intenso da lasciarla spesso senza fiato, in balìa di sensazioni travolgenti che non sapeva più come arginare. Perché c’erano uomini belli, ma Robert lo era di più. Non gli servivano soldi e potere per sedurre. Anche in abiti da lavoro consunti e sporchi trasudava un fascino di tipo autoritario, autentico e magnetico, al quale lei tentava di resistere in modo sempre più maldestro. Non a caso, quella striscia di grasso che gli aveva visto sullo zigomo aveva fatto prudere le sue mani, nonché la sua lingua. E ricordava bene cosa si provasse a usarle senza vergogna su quei muscoli poderosi, definiti dall’esercizio costante cui Robert si sottoponeva anche da civile. Quando avevano fatto l’amore, era rimasta colpita da quanto il suo fisico fosse prestante, ma anche di più da come si fosse adattato al proprio, morbido e tutt’altro che palestrato. La stessa sensazione di perfezione che si era sprigionata dalla frizione dei loro corpi l’aveva stupita. Per tutta la notte si erano aggrappati l’uno all’altro, inseguendo il piacere in molti, fantasiosi modi, fino a che non erano entrambi crollati. Solo allora, con il capo poggiato sulla sua spalla e al suono del suo respiro regolare, Natalie aveva realizzato l’enorme sbaglio appena commesso. Perché sì, Robert era fantastico, l’uomo ideale sotto molti punti di vista, ma lei non poteva permettere né a lui né a nessun altro di avvicinarsi così tanto. Concederglielo significava farlo arrivare al suo cuore e dargli libero accesso alle amare verità che vi erano custodite. Se ciò fosse accaduto, Robert avrebbe scoperto tutto: chi era stata, quanto aveva sofferto e soprattutto cosa le era successo di così grave da renderla diffidente verso il mondo intero, costringendola a prendere l’unica decisione saggia possibile, cioè restare sola per il resto della sua vita.
Sospirò e si asciugò in fretta le calde lacrime di rimpianto che, senza volerlo, aveva versato ma, mentre rimetteva in moto, il telefono squillò. Forse era Sarah, in effetti aveva dimenticato nella sua auto la sciarpa e doveva essersene accorta… Era così turbata da ciò che era successo, anzi, non successo con Robert, che rispose senza guardare l’identità del chiamante.
“Pronto?”
“Ciao, troietta. Come va?” sibilò la voce dall’altro lato della comunicazione.
Ogni muscolo di Natalie si tese, contraendosi sotto la spinta di un odio immediato e lacerante. Di colpo, le parve di non avere più la capacità di respirare, di pensare o di parlare.
“Justin” sibilò dopo essersi ripresa, sputando fuori quel nome velenoso.
“In carne e ossa! Temevo che mi avessi dimenticato ma, in effetti, tutti e due sappiamo che questo è impossibile…”
Odiava a morte quella frase. In passato, se l’era sentita ripetere fin troppo spesso e mai in modo ironico o scherzoso. Parole che erano il simbolo della sua morbosità, ma che poi si erano caricate di ossessione e di minacce con cui Justin si divertiva – e riusciva – ancora a spaventarla.
“Non so come tu abbia fatto ad avere il mio numero, ma non puoi chiamarmi. Dovresti saperlo.”
“Sì, scusami, non dovevo ma Nat… Lo sai che non sono capace di trattenermi di fronte alle tentazioni. E tu sei la più irresistibile di tutte.”
“Dacci un taglio, Justin. Resta fuori dalla mia vita oppure…”
“Dai, oh, calmati! Ti assicuro, volevo solo salutarti, che sarà mai!”
“Bene, l’hai fatto. Adesso è meglio che tu chiuda. In fondo, ci sarà pure un tuo compagno di cella che dovrà telefonare…”
Non poté evitare quel pizzico di sarcasmo. In fondo era al sicuro, lontana da lui, e pensava di potergli parlare in quel modo schietto senza correre rischi, senza mai più sentire quei brividi di terrore che sempre accompagnavano lo sguardo truce di Justin, ma si sbagliava. Non appena la sua risata gracchiante risuonò nel telefono, le si accapponò la pelle.
“Oh troietta, sei sempre così altruista! Tranquilla, in realtà ti sto chiamando da un telefono pubblico in un bar. Incredibile, ma ne esistono ancora. Sono stato rilasciato prima e ho pensato di farti uno squillo mentre aspetto il bus per Glen Rose. Così, tanto per chiederti come stai, se ti senti sola la notte, quando cala il buio e non c’è nessuno a leccartela come piace a te…”
Lo stomaco di Natalie si rivoltò. Il respiro le si mozzò del tutto. La bocca le si spalancò in una smorfia di puro terrore e il telefono le cadde in grembo.
Justin, libero! Non poteva essere vero! L’avvocato glielo avrebbe detto! Il direttore della prigione avrebbe dovuto mandare una mail, fare una telefonata, avvisarla – dannazione! – che quel mostro era tornato in libertà!
Riprese il telefono con mano tremante, grata del fatto che lui non potesse vedere quanta paura le avesse già messo addosso. Quindi, mentre le spiegava che sperava di vederla l’indomani sera per parlare “dei bei vecchi tempi”, Natalie si schiarì la voce.
“Non è il caso che ci vediamo, anzi... Devi starmi lontano. Oggi stesso chiederò un’ordinanza restrittiva al giudice ma sappi che, se mai la violerai, io…”
“Tu cosa?” ironizzò Justin, mentre lei si faceva la stessa domanda.
Cos’era disposta a fare per sbarazzarsi di lui, una volta per tutte?
“Ho una pistola.”
Era vero, ma non sarebbe mai stata capace di usarla per togliere la vita a qualcuno. Justin, però, non era uno qualsiasi. Era il figlio di puttana che le aveva rovinato l’esistenza e forse, nel suo caso, sarebbe riuscita a fare un’eccezione.
La risposta del farabutto fu inspirare tra i denti con tale forza che Natalie, conoscendo bene la sua mimica facciale e la sua gestualità, lo immaginò come se ce l’avesse davanti e ne fu nauseata.
“Così mi ecciti, Nat. Lo sai che una donna con la pistola me lo fa venire duro. Dopotutto, sono io che ti ho insegnato a usarla…”
“Ed è l’unica cosa buona che tu abbia fatto nella tua insulsa vita” sbottò, incauta.
“Non l’unica” obiettò lui, divertito. “Ricordo che tra un tiro e l’altro ti piaceva accarezzare la canna del mio fucile e succhiarmelo forte fino in gola… Che cazzo hai da guardare, stronza?” esclamò poi, rivolto evidentemente a una passante, inorridita dal suo linguaggio osceno.
Natalie strinse il telefono tra le dita con tale disperazione che quasi ruppe lo schermo.
“Mi fai schifo. Schifo! Giuro su tutto ciò che ho di più caro che, se provi ad avvicinarti, sarà l’ultima cosa che farai da uomo libero.”
“Sì, sì, come vuoi tu. Ne riparliamo domani. Ci vediamo da te.”
Senza aggiungere altro né attendere una risposta, Justin chiuse la comunicazione.
Inorridita, Natalie fissò il telefono per un lungo istante. Poi fu assalita da un’acidità di stomaco così veemente che dovette aprire lo sportello e vomitare fuori, sul manto stradale.
Parlare e minacciare non era servito a niente. Credeva di aver chiuso quel capitolo della sua vita per sempre, ne era stata più che convinta. Invece, eccolo qui un’altra volta. Justin stava tornando con le sue minacce, gli insulti e, Dio non volesse, le botte. I sette anni trascorsi in prigione non lo avevano cambiato di una virgola. Del resto, le lettere che negli ultimi mesi era riuscito a spedirle dalla prigione, e che le avevano tolto completamente l’appetito, avevano reso ben chiaro il concetto: non sarebbe mai riuscita a sbarazzarsi di lui. Non in modo legale.
In preda al terrore, prese la sua borsa, la aprì e tirò fuori la pistola che portava con sé dalla ricezione della prima missiva. Non era carica e, per sua fortuna, non aveva mai avuto alcuna necessità di usarla. Adesso, però, con Justin che tornava e prometteva di riportare l’inferno nella sua esistenza, non era il caso di essere tanto imprudente. Perciò, aprì il bagagliaio e andò a prendere alcuni proiettili dal cartone in cui li conservava. Caricò l’arma e, dopo essersi assicurata di inserire la sicura, la ripose nella borsa.
Aveva paura come non le capitava più da tempo, ma prima di cadere vittima delle proprie emozioni aveva bisogno di risposte. Una volta tornata a casa, avrebbe immediatamente chiamato il suo avvocato e preteso spiegazioni da lui e dal direttore del penitenziario. Justin non doveva essere rimesso in libertà così, senza che lei ne sapesse niente. Cos’era successo? Com’era riuscito a farsi scarcerare? Era libero sulla parola o cosa? Batté con forza le mani sul volante e scoppiò a piangere. Aveva lavorato tanto e a lungo per ricostruirsi una vita mentre lui era via. Pensava di essersi lasciata alle spalle quella gioventù bruciata, quel dolore che, rancido e melmoso, ora era tornato a circolare nelle sue vene, dentro al suo petto, là dove, solo un attimo prima, c’era stato Robert.
Già, Robert… L’unico uomo decente da cui si fosse lasciata coinvolgere fin quasi al punto di non ritorno. Il solo che si fosse azzardata a portare in casa sua, anche se soltanto per una notte. Perché Robert non era semplicemente bello come un adone. Era degno di fiducia, virtuoso, limpido come acqua di torrente. Valoroso e pieno di buona volontà. Un uomo che ancora comprendeva il senso intrinseco della parola onestà ma… Se Robert avesse saputo di Justin e del loro passato in comune, non avrebbe voluto avere niente a che fare con lei. Uno con una morale tanto retta come la sua non avrebbe mai potuto capire cosa, anni addietro, l’avesse attratta in Justin, spingendola a prendere tutte quelle decisioni sbagliate che, alla fine, l’avevano quasi portata al suicidio.
Mentre le lacrime le bagnavano il viso, si concesse un ultimo momento per ripensare a Robert, ai suoi occhi così limpidi che però, per colpa sua, diventavano ogni volta più tristi. Lo vedeva ancora bene nella propria mente, proprio come poco prima lo aveva visto attraverso lo specchietto retrovisore. Impettito e scultoreo, i pollici nei passanti dei jeans, la camicia appena sbottonata e lo sguardo magnetico semi-coperto dal cappello nero, calcato sui suoi capelli biondi a spazzola. Sullo sfondo, il suo splendido ranch quasi del tutto ristrutturato, circondato da terra fertile, alberi e centinaia di quei fiori selvatici che a marzo iniziavano a rivestire i campi, in un tripudio blu così unico da essere ammirato da chiunque passasse di là.
Un cowboy tra i bluebonnet. Questo era Robert. L’immagine si fissò nella sua mente, mentre partiva alla volta di casa e non della redazione, come gli aveva fatto credere per potersela svignare. Il ricordo, però, si annidò anche nel suo cuore ferito, là dove aveva riposto da un lato le speranze per un futuro che non si sarebbe mai realizzato e, dall’altro, il dolore di non poter mai rivelare a quell’ex soldato, sopravvissuto a chissà quante battaglie, che anche lei aveva combattuto una guerra. E che adesso stava per perderla in via definitiva, senza neppure aver avuto la possibilità di dirgli che lo amava.