CAPITOLO UNO-2

2002 Words
«Abid può creare una frattura nella terra», sussurrò Bijan. Era silenzioso quasi quanto Anu e aveva sempre una ruga di preoccupazione sulla fronte. Con i suoi sette anni, era il più prossimo ad Abid, e i due erano amici. «Vuoi che ti dia una dimostrazione?» domandò Abid, saltel­lando sulle punte dei piedi. «Non ora», rispose Achaemenes, deciso. «E non senza per­messo. Sapete che la terra può spezzare le ossa. È facile attin­gere troppo potere.» «Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per usare il potere», borbottò Anu sottovoce. Achaemenes la ignorò. Niente sembrava scuotere la sua cal­ma. Tijah quasi le inveì contro – non sarebbe servito a niente avere anche un ammutinamento a cui badare, adesso – poi ci ri­pensò. Avrebbe parlato dopo con quella ragazza. Avevano sol­tanto poche ore di luce solare e Tijah voleva entrare e uscire dal villaggio velocemente. Ancora dovevano incontrare un vero Druj, avevano assistito solo alle conseguenze del loro passaggio attraverso la piana, ma lei sapeva che erano lì fuori. Un intero esercito. Salì in cima alla bassa altura su cui si erano fermati a riposa­re. Una serie di aride colline circondava il villaggio da ovest. Per il resto, la Great Salt Plain si allungava a perdita d’occhio in un lenzuolo ininterrotto di terra arida. Tijah pensava che fos­sero a due o tre giorni di distanza dalla catena del Khusk. Gor­gon-e Gaz giaceva dall’altra parte. Si schermò gli occhi con la mano, guardando la linea piatta dell’orizzonte, dove il cielo si faceva tenue e sfoca­to, come se qualcuno ci avesse passato un pollice sopra. Era un fenomeno causato dal calore, lo sapeva. Proprio come gli accu­muli scintillanti di mercurio che parevano acqua. Nel Sayhad, i viaggiatori morivano cercando di raggiungere quelle pozze, che fluttuavano sempre fino a trovarsi fuori portata. «Perciò il villaggio è sicuro?» domandò Achaemenes. «Non ho detto questo. Ho detto che sembra sicuro. Capisci la differenza?» «Quello che volevo dire…» «So cosa volevi dire. È un peccato che i daeva non possano sentire i Druj. Renderebbe le cose più semplici. Ma non abbia­mo scelta. Dubito ci siano altre fonti d’acqua nelle prossime cinquanta leghe. Di conseguenza dobbiamo andare.» Il sole toccò le cime delle colline, dipingendole di un oro rossastro. Uno stormo di uccelli volò oltre la formazione frasta­gliata sovrastante. Doveva essere una migrazione. Non c’era un posto in cui valesse la pena fermarsi a lungo in quella terra de­solata. Tijah li immaginò arrivare in un luogo verde e inconta­minato, un’isola in mezzo all’oceano circondata da crepacci battuti dalle onde, con l’eco del ruggito del mare. Il pensiero la rese malinconica. Quanto sarebbe stato bello avere la capacità di volare via e basta… «Restiamo tutti vicini», disse, afferrando le redini della ca­valla. L’animale rispose a malapena al suo tocco. La testa era bassa, gli occhi scuri fissi a terra. Quella cavalla avrebbe dovu­to essere di Myrri. Tijah le accarezzò il muso. «C’è dell’acqua laggiù, vecchia ragazza», mormorò. «È soltanto a mezza lega di distanza. Se posso farcela io, puoi farcela anche tu.» Avevano tutti un disperato bisogno di acqua fresca. Tijah stessa proveniva dal Sayhad e aveva un’alta tolleranza al caldo secco – più che al freddo, quello era certo – ma persino lei non sarebbe potuta andare avanti per sempre con un sorso di acqua calda come piscio. Si fecero strada lungo la collina, Tijah in testa e Achaemenes e i ragazzi al seguito, verso la via impervia che conduceva al villaggio. Parvane reggeva la mano del fratello, Bijan. Era alta per avere soltanto undici anni, alta quasi quanto Tijah, che po­teva guardare gran parte degli uomini negli occhi. Pegah si oc­cupava di Abid. Come al solito, Anu si teneva in disparte, an­che se Tijah aveva notato che non si allontanava mai troppo da Achaemenes. Mentre si avvicinavano al villaggio, notò le cime dei giardini all’interno. Gli abitanti del luogo dovevano essere autosuffi­cienti per sopravvivere. Dovevano avere pozzi e un qualche tipo di sistema di irrigazione. Tijah individuò una stalla di pie­tra con un grezzo riparo di paglia che offriva protezione dagli elementi. C’era un vago odore di letame, ma anche gli animali erano stati portati via, cosa che Tijah prese per un segno positi­vo. Non c’erano corpi rigonfi a decomporsi al sole. Il vento fischiava lungo la pianura, soffiandole la sabbia sot­tile negli occhi. Tijah avrebbe voluto avere con sé il suo qarha da Water Dog, molto probabilmente l’indumento più utile che avesse mai avuto. Una lunga sciarpa che si avvolgeva intorno alla testa e che serviva con la pioggia e la neve, con la polvere e il vento. Ma si era lasciata alle spalle la sua vecchia vita. Adesso indossava una semplice tunica e dei pantaloni, che una volta erano stati bianchi ma che adesso si erano ridotti a uno squallido grigio a causa del viaggio attraverso la piana. I bambini vestivano ancora il blu degli schiavi daeva. Soltanto quel colore sarebbe stato sufficiente a farli riconoscere, se qualcuno nel raggio di cinquecento leghe lo avesse notato. Tijah sentiva gli occhi di Achaemenes su di sé, ma tenne la testa fissa in avanti. Il ragazzo aveva finalmente perso la zop­pia alla gamba destra. L’infermità era scomparsa nel momento in cui Nazafareen lo aveva liberato dal legame, ma la sua men­te aveva impiegato giorni ad accettarlo. Quanto restiamo aggrappati alle nostre abitudini anche quando non ci servono più! Quando raggiunsero l’apertura nel basso muro dove la strada attraversava il villaggio, Tijah si voltò per lanciare ai ragazzini un’occhiata severa. Molti di loro non avevano la minima idea di cosa avrebbero dovuto affrontare. Lo sapevano, ma non ci credevano davvero. Non lo avrebbero fatto fino a quando non avessero dovuto combattere il loro primo non-morto. Ma Tijah non avrebbe tollerato sciocchezze. «Cibo e acqua», disse. «Non toccate nient’altro.» Tijah entrò nella prima casa da sola, mentre gli altri aspetta­vano in strada. Il pianoterra faceva da stalla, con balle di fieno impilate contro le pareti. Una bella notizia per la cavalla. Tijah sguainò la scimitarra e scandagliò lentamente le ombre fino a quando non fu certa che la stanza fosse vuota. Una ripida e buia rampa di scale conduceva al primo piano, la pietra ormai liscia a causa del passaggio di piedi. Tijah sbirciò verso l’alto, poi cominciò a salire, fermandosi a ogni scalino, restando in ascolto per il minimo segno di movimento. Solo gli dei sapevano da quanto quel villaggio fosse lì. Un migliaio di anni, forse. Gli abitanti del Dasht-e Kavir erano di­scendenti dei pastori che vagavano liberi con le loro greggi. Ri­cordava il magus di Tel Khalujah che lo spiegava durante le le­zioni di storia mentre lei ascoltava con un orecchio solo, so­gnando di quel giovane soldato attraente che faceva parte della guardia personale del satrapo. Come si chiamava? Farhad? Op­pure Farbod? Quando Tijah raggiunse la cima delle scale, aspettò per un intero minuto. Udì solo il vento e le tenui voci dei bambini all’esterno. Cautamente cominciò a esplorare il primo piano. Non appe­na raggiunse la camera da letto, rilassò le spalle. Roteò il collo e fu ricompensata da uno scrocchio soddisfacente. Non era af­fatto come Ash Shiyda, tutto era perfettamente intatto, a ecce­zione delle persone. No, quello era un esodo organizzato. I ve­stiti spuntavano da scrigni di legno come se gli oggetti preferiti fossero stati afferrati in fretta e furia. Riusciva a vedere i punti privi di polvere sugli scaffali e sui tavoli dove erano custoditi beni sentimentali. Allo stesso modo, rimanevano solo i tappeti più piccoli e rovinati. A sua volta, gran parte del cibo era stata portata via, anche se Tijah trovò una mezza pagnotta di pane duro e qualche cipolla rinsecchita. Raccolse il cibo e tornò in strada. «Credo sia a posto», disse. «Controlliamo le altre case.» «Ho sete», si lamentò Abid, spingendo via il pane che gli ve­niva offerto. «C’è una falda acquifera sotto la collina», disse Achaeme­nes. «La usano per l’irrigazione.» Inclinò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. Alla ricerca del Nesso, in modo che lo guidas­se verso l’acqua. «Il pozzo è al centro della città.» Tijah esitò. Per la dea, aveva sete anche lei. «Va bene. Fai strada.» Seguirono Achaemenes attraverso le vie polverose. Alcune delle case erano state ricavate da blocchi di pietra arenaria che spuntavano dalla pianura. Avevano l’aspetto di termitai gigan­teschi, con finestre irregolari e tetti a punta. Il sole scese dietro le colline. Ombre profonde avvolsero i vicoli tra gli edifici. Le soglie oscure simili a caverne e la totale assenza di suoni – fatta eccezione per i loro passi nella polvere – misero in soggezione i ragazzini. Nessuno parlò fino a quan­do non raggiunsero il cortile centrale. C’era un pozzo di pietra, con un secchio e una corda. L’acqua era buona e fresca. Ancora meglio, era bagnata. Quando tutti si furono dissetati e lei si fu occupata del cavallo, Tijah esplorò le case che si affacciavano sul cortile. Gran parte del cibo era stata portata via, ma ebbe miglior fortuna nei giar­dini sul retro. Un piccolo frutteto ospitava un noce e qualche pera verde. Tijah si riparò all’ombra e ne mangiò una. Era ama­ra e farinosa. Probabilmente dopo avrebbe avuto mal di stoma­co, ma era troppo affamata per curarsene. «Non mi hai mai detto cosa ti è successo al volto», disse Achaemenes, abbassandosi al suo fianco. Tijah alzò lo sguardo. Il dolore andava meglio rispetto a qualche giorno prima, anche se la mascella ancora le doleva nel punto in cui uno dei mercenari di Al Miraj l’aveva colpita. Fece scivolare la lingua su un dente. Le sembrava che si muo­vesse. «Qualcuno mi ha fatto troppe domande», rispose, lanciando il torsolo oltre il muro di pietra. «Dovresti vedere come è ridot­to lui.» Achaemenes sollevò un sopracciglio, ma lasciò perdere. «Do un’occhiata in giro», disse. «Renditi utile, allora. Abbiamo bisogno di provviste. Vestiti caldi, teli. Questo potrebbe essere l’ultimo villaggio ancora in piedi prima delle montagne del Khusk.» Guardò Abid che pas­sava l’alluce sulla sabbia. «Hanno bisogno di scarpe.» Achaemenes annuì. «Non allontanarti.» «Non lo farò.» Dopo che i ragazzini ebbero divorato qualche rimasuglio di carne essiccata e parte di una vecchia forma di formaggio che Tijah aveva scoperto in una credenza, il loro morale si alzò. Parvane faceva finta di essere un lich e inseguiva Abid e Bijan. Tutti quelli che venivano toccati erano considerati fuori gioco. Si muovevano così velocemente che Tijah riusciva a malapena a seguirli. Pegah, che aveva tredici anni, naturalmente si consi­derava troppo grande per quelle stupidaggini, perciò si sedette contro il pozzo e seguì gli altri con aria indulgente. Tijah fu quasi sul punto di fermare tutto, ma era la prima volta nel giro di giorni che i bambini avevano l’opportunità di divertirsi ed era evidente che il villaggio fosse deserto. Perciò li lasciò con Parvane e andò dentro una delle case alla ricerca di qualcosa di utile. Alcuni minuti dopo, sentì qualcuno alzare la voce all’esterno. Non per la preoccupazione, ma per la rabbia. Quando raggiunse il cortile, trovò Anu e Parvane che erano ar­rivate alle mani. Anu spinse duramente Parvane, facendola fini­re a terra. Dopo un momento di silenzio dovuto allo shock, Par­vane balzò in piedi. Era sul punto di avventarsi su Anu quando Tijah si mise tra loro. «Dateci un taglio», disse. Anu sputò nella terra ai piedi di Tijah. A differenza di Parva­ne, che teneva i capelli ben acconciati, quelli di Anu erano sel­vaggi e intrecciati. Aveva l’aspetto di un’abitante di Bactria, con la pelle che si andava desquamando per via del sole e occhi verde chiaro che ora si posarono su Tijah, sfidandola aperta­mente. «L’avevo avvertita di non toccarmi», grugnì Anu. «L’avevo avvertita.» Tijah si voltò verso l’altra ragazza, la quale incrociò le brac­cia, sulla difensiva. «Perché, Parvane? Sai com’è fatta.» «È stato un incidente», protestò Parvane. «Bijan mi ha spin­to. Non l’ho colpita forte!» «Che sta succedendo?» Achaemenes emerse dall’imboccatu­ra di un vicolo buio. Portava una brocca d’acqua spaccata in una mano e una pila di teli nell’altra. Parvane gli lanciò un’occhiata accattivante. «Anu è come un animale selvatico, è sempre stata così, lo sai», rispose, sbatten­do le ciglia. «C’è qualcosa di sbagliato in lei. A lei piace litiga­re. Nessuno può rivolgerle la parola senza rischiare la testa. Non vuole mai giocare. Se ne sta lì seduta e basta, con quell’espressione cattiva.» E quindi Parvane fece un’imitazione di Anu stranamente accurata, afferrandosi le ginocchia e don­dolando avanti e indietro con gli occhi fissi e scontrosi. «È abbastanza», disse stancamente Achaemenes. «Non mi interessa chi ha cominciato. Tu sei la più grande e questo non è il posto adatto a litigi da bambini.» Anu tenne gli occhi a terra, rifiutando di difendersi. Tijah aveva già assistito a qualcosa del genere. Quella ragazzina si chiudeva. «Ma…» «Basta, ho detto.» Achaemenes si voltò verso Anu. «Stai bene?» Nessuna risposta. Achaemenes sospirò, rivolgendosi a Bijan e Abid, che ave­vano smesso di giocare per seguire gli esiti della lite. «Tijah dice che fa molto freddo sulle montagne che dobbiamo attra­versare. Pegah, prendi tuo fratello e controlla le case sul lato si­nistro. Cercate principalmente cibo e vestiti, ma anche armi, chiodi e filo, qualunque cosa ci possa essere utile. Parvane e Bijan, voi state con me.» Achaemenes mosse qualche passo verso Anu, stando attento a non avvicinarsi troppo. «Perché non vai con Tijah?» le domandò delicatamente.
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