CAPITOLO UNO-1

2012 Words
CAPITOLO UNO TIJAH Si stiracchiò, sdraiata a pancia in giù in una conca della ter­ra, mentre il sole del tardo pomeriggio le si abbatteva sul collo scoperto. Per la dea, le mancava avere i capelli lunghi. Myrri era solita farle le trecce ogni notte, prima di andare a letto. Le sue carezze delicate le facevano sempre venire sonno. Il ricordo avrebbe portato lacrime di rabbia ai suoi occhi, se solo ne avesse avute altre da versare. Ma dopo le cose che ave­va visto, e le notti passate a singhiozzare in silenzio in modo da non svegliare i bambini, il suo cuore era freddo e pesante come una pietra. Oh, sorella. Darei ogni cosa per averti di nuovo al mio fian­co. Ogni cosa. Myrri non rispose, ma ciò perché non aveva mai pronunciato una sola parola a voce alta in vita sua. E anche perché era mor­ta. Il silenzio riusciva a essere più accusatorio di qualunque re­plica immaginaria. Se Tijah fosse scesa in quei tunnel con lei, Myrri sarebbe stata ancora viva. Avrebbe potuto salvarla con il legame, allo stesso modo in cui Nazafareen aveva salvato Da­rius. Oppure sarebbero morte insieme, come avrebbero dovuto fare sin dal principio. Tijah non aveva mai preso in considera­zione l’idea di poter essere lasciata indietro. Da sola e consu­mata dal senso di colpa. Era il destino più crudele che si potes­se immaginare. Strizzò gli occhi attraverso le ondate di calore che sorgevano dal suolo bianco e frastagliato. Rivoli di sudore si scavavano una lenta via lungo il lato del naso. Non muoveva un muscolo da un’ora. Aveva a malapena sbattuto le palpebre. Stava osser­vando il villaggio sottostante, alla ricerca di segni di vita. Non ce n’era stato nessuno. Aveva lo stesso aspetto degli altri villaggi che avevano supe­rato negli ultimi quattro giorni mentre attraversavano la Great Salt Plain: un ammasso polveroso di case di mattoni con tetti rotondi e strette fessure per finestre per tenere fuori il caldo del deserto. Con l’eccezione che quel villaggio in particolare non era un carnaio bruciato. Perché? Tijah sapeva ciò che i negromanti e i loro Druj facevano quando arrivavano in un villaggio. Ne aveva visto le conse­guenze per una dozzina di volte, finora. Il primo se lo era aspettato perché si poteva sentire la puzza da leghe di distanza. Quando il piccolo Abid aveva capito cosa era stato fatto alle pecore negli ovili, si era sentito male e aveva vomitato sui piedi nudi di Parvane. A quel punto, Tijah aveva ordinato ad Achae­menes di prendere i cinque bambini e di stare alla larga da quel luogo, maledicendo se stessa per non averci pensato prima. Era stata l’unica a entrare. Aveva sperato di trovare dei sopravvis­suti. Tijah sentiva il ronzio delle mosche nei suoi sogni, ora, in quelle stesse notti in cui si svegliava con un urlo intrappolato in gola e l’immagine di uomini senza volto che incombevano su di lei con dei pugnali. Così tanti orrori che si mescolavano in­sieme. C’erano così tanti uomini cattivi al mondo. Si era costretta a contare i morti in ogni villaggio. All’inizio per onorarli, per ricordare i caduti. Ma era stato così che era ar­rivata a sospettare che i Druj non stessero uccidendo tutti. Oh, non mancavano i cadaveri carbonizzati e torturati. Ma Tijah aveva capito che non erano abbastanza. Ciò significava che a ogni fermata i negromanti si rifornivano di schiavi. Magari an­che di spettri. Dopodiché, quando la mattanza era terminata, mettevano a ferro e fuoco il villaggio e si spartivano ogni creatura vivente che restava. Da quello che sapeva Tijah, i non-morti non man­giavano gli animali. Uccidevano soltanto per piacere. Ma o quel particolare villaggio era stato risparmiato – cosa assai improbabile – oppure era stato ignorato. Be’, era un colpo di fortuna di cui avevano un disperato bisogno. Avevano finito cibo e acqua un giorno prima. Da quando era cominciata la se­quenza di città fantasma, le priorità di Tijah erano radicalmente cambiate. Non si aspettava più di comprare cavalli o provviste. Il suo unico scopo a quel punto era di tenere in vita tutti. Aveva pensato a tornare indietro. Non lei stessa, ma Achae­menes e i bambini. Avrebbe dovuto provarci con più determi­nazione, nel momento stesso in cui si erano imbattuti nel primo villaggio. «Ti interessa così poco di loro?» aveva domandato Tijah. «Questa pianura è un campo di battaglia. Anzi, neanche un campo di battaglia, un ossario.» «Possiamo affrontare qualche Druj», aveva risposto Achae­menes. «Davvero?» Tijah lo aveva fissato fino a quando lui non ave­va distolto lo sguardo. «Sapevi che i negromanti utilizzano il fuoco? Non sono stupidi. Sanno come combattere i daeva. E sono difficili da uccidere, molto più difficili dei non-morti.» Dall’espressione del viso, aveva compreso che il ragazzo non sapeva niente del fuoco. In pochi ne erano a conoscenza. Tijah lo sapeva perché li aveva affrontati prima, ma i cosiddetti antimagi non attraversavano le montagne da generazioni. Fino­ra. Eppure Achaemenes aveva puntato i piedi. «Noi andremo a Gorgon-e Gaz», aveva detto, la voce ferma. «E troveremo i no­stri genitori e li libereremo.» Aveva lanciato un’occhiata ai bambini, seduti con lo sguardo vitreo a terra, in attesa di sapere cosa avrebbero dovuto fare. «Hanno bisogno di conoscere le loro origini. Devono sapere che non sono Druj. Tu non hai idea di cosa abbiano subito. Delle bugie che abbiano dovuto ascoltare.» Tijah non aveva avuto niente da dire. Se Myrri fosse stata lì, sarebbe stata d’accordo. Perciò erano andati avanti. E Tijah si era ritrovata in quel caldo territorio severo e ostile. Nel suo vuoto perfetto, nel silenzio. Non pensava che sarebbe riuscita a tollerare di stare in una città, con le sue moltitudini brulicanti e i volti che la osservavano. Le avrebbe fatto ricorda­re Karnopolis e ciò che era successo lì. Ma la Great Salt Plain aveva un’austera bellezza che Myrri avrebbe apprezzato. In­fuocata durante il giorno e gelida di notte, ma oh, le stelle! Più di quante ne avesse viste da quando aveva lasciato le dune can­gianti e dorate di Al Miraj tutti quegli anni prima. Avevano camminato e camminato, e avevano incontrato cose strane e meravigliose che avevano attenuato gli altri orro­ri: spire di puri cristalli bianchi che si ergevano dalla terra come palazzi semi sepolti, e fiumi di sale che il vento aveva modellato fino a farli sembrare capelli, e un lago prosciugato colpito da una qualche antica bufera che lo aveva trasformato in un pantano di fango appiccicoso. Lì erano quasi rimasti bloccati. Dopodiché, Tijah era stata attenta a evitare qualunque posto che non fosse ricoperto da un denso strato di sale. Gran parte dei villaggi aveva un’oasi nelle vicinanze, perciò Tijah era riuscita a riempire le otri almeno fino all’ultimo, dove aveva trovato il pozzo pieno di cadaveri. Era successo il giorno prima. Adesso era troppo tardi per tornare indietro. E anche Tijah desiderava arrivare a Gorgon-e Gaz. Ne aveva bisogno. Era l’unico modo in cui pensava di poter vendicare la morte di Myrri e, se voleva dire morire lei stessa, lo avrebbe accettato. In effetti, era qualcosa su cui contava. Ma i ragazzini… aveva ancora in mente di lasciarli in un luogo sicuro. Tel Khalujah, magari. Lì c’erano i Water Dog, e un’alta muraglia. Guarnigioni di soldati. E allora perché non sono stati mandati qui? Perché tra i de­funti non hai visto neanche una tunica rossa o blu? Tijah cambiò posizione quanto le bastava per evitare che un ciottolo le si conficcasse nel fianco destro. Non era la prima volta che quella vocina le poneva domande senza risposta. La gente del Dasht-e Kavir era impotente come capre raccolte da­vanti a un branco di iene, abbandonata sia dal vecchio Re che dal nuovo. E se neanche nessuna delle satrapie orientale aveva mandato aiuti, quando la notizia dei massacri ormai doveva averle raggiunte, ciò significava che… Non voleva pensarci. Osservò il villaggio fino a quando il sole non si trovò sospe­so appena sopra le cime delle montagne lontane. Uno dei van­taggi della Great Salt Plain era che nessuno poteva coglierti di sorpresa. Si allungava, piatta e informe, in tutte le direzioni e non c’erano luoghi in cui nascondere un esercito. Ovunque fos­sero finiti i Druj, Tijah era ragionevolmente sicura che non fos­se lì. A parte la mancanza di corpi e di mosche e del fetore, il terreno intorno al villaggio non era stato profanato come quello degli altri in cui erano stati. I negromanti e i loro servitori era­no esseri disgustosi e ultraterreni, ma lasciavano impronte e se­gni di zoccoli proprio come gli uomini. Tijah tornò strisciando all’ammasso di disordinati arbusti dove Achaemenes aspettava insieme ai bambini. Come un cro­giolo, il deserto lo aveva sia fiaccato che indurito, facendo eva­porare ogni parte di pelle esposta insieme agli ultimi frammenti di innocenza. I suoi occhi erano tormentati, ma lo erano anche quelli di Tijah. «Laggiù non si muove niente», disse. «Qualcuno deve averli avvertiti», rispose Achaemenes, i ra­gazzini raccolti intorno a lui come anatroccoli. «Sono stati for­tunati e sono scappati.» «Probabilmente è così. Oppure si sono rintanati da qualche parte.» Tijah non parlò di Ash Shiyda, il villaggio dove tanti anni prima era stata inviata insieme ai Water Dog. Una carovana di mercanti aveva segnalato possibili problemi in quell’area. Quando la sua compagnia era arrivata, Ash Shiyda era sembra­ta deserta. In realtà, i Druj li stavano aspettando, nascosti nelle abitazioni ormai vuote. Era stato allora che Tijah aveva ucciso il suo primo revenant. Ricordava gli occhi come specchi, le ter­ribili ferite sul corpo infestato da larve. Reggeva una spada con le mani scorticate. L’arma che brandiva era alta quasi quanto lei. Se Myrri non lo avesse distratto mentre lei gli strisciava alle spalle… «Ascoltate.» Tijah si portò le mani ai fianchi e osservò i bambini. «Cosa ne sapete dei non-morti? Dei Druj?» Smossero i piedi. Pegah lanciò un’occhiata ad Achaemenes, richiedendo il suo consenso per poter rispondere, e Tijah avreb­be voluto scuoterla fino a farle battere i suoi perfetti denti bian­chi. «Andiamo», disse Achaemenes, passandosi una mano sulla mascella. Gli stava crescendo la barba e gli era venuta l’abitu­dine di toccarsi i peli sottili quando veniva invocata la sua au­torità. «Ricordate gli insegnamenti del magus. Cominciamo dai lich.» «Sono come ombre», disse prontamente Parvane. «Se ti toc­cano, sei morto.» Diede un pizzicotto ad Abid, che sghignazzò, facendo uscire la lingua e fingendo di accasciarsi al suolo. «E come li fermate?» Tutti i bambini cominciarono a dare la risposta, tutti tranne Anu, la quale, quando non stava litigando con gli altri, di solito non parlava affatto. «Con l’aria!» «E cosa mi dite degli spettri?» domandò Achaemenes. «Tagliamo loro la testa!» ribatté Pegah, con gli occhi scintil­lanti. Aveva soltanto quattro anni in meno rispetto ad Achae­menes e venerava la terra su cui camminava. «E i revenant?» chiese Tijah. «Soldati non-morti, tornati dall’aldilà», intonò Parvane. Pa­role che aveva imparato a memoria. «Bisogna decapitare anche quelli. Quando nascono, sorgono dal terreno.» «Vecchi Druj puzzolenti!» sbottò Abid, scoppiando a ridere. Erano passati due giorni da quando aveva visto le pecore sven­trate nell’ovile, le interiora sparse tra i corpi, gli occhi vitrei fissi sul sole. Soltanto due giorni. Ma, con la sua resistenza da bambino, era stato in grado di cancellare quella scena dalla mente. Normalmente, Tijah lo avrebbe invidiato. A volte avrebbe voluto soffrire della stessa amnesia. Ma non quel giorno. Non quando le loro vite dipendevano dal fatto di rimanere allerta e spaventati. «Credi che sia divertente perché non ne hai mai visto uno», disse Tijah sottovoce, ma con un tocco di minaccia. «Non hai mai sentito l’aria sibilarti vicino al volto mentre cerchi di impe­dirgli di farti a pezzi con le loro spade di ferro.» Il ghigno di Abid svanì. Piccolo e scheletrico per la sua età, improvvisamente sembrò molto più grande dei suoi sei anni. Tijah si sentì in colpa per averlo terrorizzato, ma andava fatto. I Druj non erano orchi delle fiabe. Forse era stato un errore tene­re i ragazzini lontani dai villaggi. Forse avrebbero dovuto vede­re. «Ascoltatemi», continuò Tijah. «Se ci imbattiamo in qualche lich, sentitevi liberi di dissolverli con l’aria. È ciò che i daeva sanno fare meglio. I magi vi hanno insegnato come si fa?» I ragazzini più grandi annuirono fermamente, i due più gio­vani in modo un po’ più incerto. Achaemenes si limitò a guar­dare, il volto inespressivo. «Ora, gli spettri sono veloci, davvero veloci», proseguì Ti­jah. «Una mia cara amica ha perso la sorella a causa di uno spettro. Li ho visti. Sembrano persone, tranne per gli occhi, che sono completamente neri.» Si toccò l’angolo delle palpebre. «Una volta che vi hanno presi, è finita. Non c’è ritorno. Perciò se vedete qualcosa di simile, non esitate neanche per un secon­do. Non è umano, non è un daeva e vi ucciderà in un batter d’occhio. Scappate, ci siamo capiti? Lo stesso vale per i reve­nant. Sono persino peggio. Se incontriamo qualcosa del genere, lasciate che sia io a occuparmene.» I ragazzini fissarono Tijah, l’elsa della spada ricurva che portava sulla schiena. Pegah parve sul punto di alzare gli occhi al cielo, ma l’espressione di Tijah la fece sospirare e togliere dalla tunica un invisibile granello di polvere.
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