La sua voce è bassa, intensa, vibrante. Ogni parola è una carezza. Ogni frase è una dichiarazione.
— Perché sei l'unica, Emily, che ne vale davvero la pena.
Resto muta. La gola è annodata. Gli occhi pizzicano – non piangerò, non piango mai, ma ci manca poco.
Lui sorride. Quel sorriso che appartiene solo a lui. Appena accennato, ma che dice più di tutte le parole.
Poi si volta per davvero.
— Aspetta, dico ancora.
— Sì?
— Sei davvero Lucas? Il Lucas dell'orfanotrofio? Il ragazzo silenzioso sulla panchina?
Si immobilizza. La schiena è voltata. Vedo le sue spalle irrigidirsi sotto il tessuto dell'abito. Le mani si stringono lungo il corpo.
Per molto tempo, non risponde. Poi gira la testa, quanto basta perché io veda il suo profilo. La linea della mascella. La curva della guancia. L'occhio scuro, profondo, che mi fissa come se mi vedesse per la prima volta.
— Sì.
Una parola. Una sola parola. Ma contiene tutto.
Supera la porta. La notte lo inghiotte.
Resto lì, appoggiata alla cassa degli attrezzi, le gambe di cotone, il cuore in fiamme, le dita aggrappate al metallo arrugginito.
Lucas Moretti.
Il ragazzo silenzioso della panchina è diventato un capo mafioso. Il ragazzo che non parlava mai è diventato un uomo che dà ordini. Il ragazzo a cui avevo regalato un iris per il suo compleanno inventato è diventato un uomo che uccide.
Ma è tornato. Dopo diciassette anni, è tornato.
Per me.
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Emily
Se n'è andato da trenta secondi. O trenta minuti. O trenta ore. Non lo so più. Il tempo si è fermato sulla porta metallica che si è richiusa dietro di lui.
Sono ancora appiccicata a questa cassa degli attrezzi, incapace di muovermi, incapace di pensare ad altro che a lui. Il mio corpo è una statua di sale. Le gambe sono due pilastri di cemento. Le mani sono aggrappate al bordo della cassa, le nocche bianche, le dita intorpidite.
Lucas Moretti.
Il Lucas dell'orfanotrofio.
Tutto si mescola nella mia testa. I ricordi, le immagini, le sensazioni. Il ragazzo silenzioso sulla panchina rotta, gli occhi persi nel vuoto, le mani infilate nelle tasche di un giaccone troppo grande. Il ragazzo che non diceva mai niente, ma ascoltava tutto. Il ragazzo che nessuno notava – tranne me.
E l'uomo che è appena uscito. Alto, forte, elegante. Un abito Armani. Una Ferrari rosso sangue. Una voce grave che dà ordini. Mani che hanno impugnato un'arma, ne sono sicura. Uno sguardo che vede tutto, che sa tutto, che non dimentica niente.
Come possono queste due persone essere la stessa?
Chiudo gli occhi. I ricordi risalgono a ondate, come una marea che rifiuta di ritirarsi.
Ci rivedo, nel cortile dell'orfanotrofio Sainte-Anne. Fa freddo, è grigio, è umido. Gli alberi non hanno foglie. La panchina è rotta. Mi siedo accanto a lui, dondolo le gambe nel vuoto, e gli parlo. Gli racconto la mia giornata. Le mie speranze. I miei sogni. Lui non risponde. Non mi guarda nemmeno. Ma so che mi ascolta.
Gli regalo un iris per il suo compleanno – un compleanno che ho inventato, perché mi ha detto che non ne aveva uno. Ricordo la sorpresa nei suoi occhi. Una scintilla, una crepa nella corazza. Ha preso l'anello, l'ha girato tra le dita, e ha detto grazie con una voce così debole che l'ho a malapena sentita.
Il giorno dopo, se n'era andato. Sparito. Svanito. Sono andata al suo letto, nel dormitorio dei ragazzi. Era vuoto. Le lenzuola erano pulite, piegate, come se non fosse mai esistito.
Ho pianto quella notte. In silenzio, per non svegliare nessuno – come sempre. E poi, infilando la mano sotto il cuscino, ho trovato l'anello. E il biglietto.
Aspettami.
L'ho aspettato. Non tutti i giorni, non consciamente. Ma quella promessa, l'ho conservata da qualche parte in fondo a me, come una brace sotto la cenere. E adesso, diciassette anni dopo, è qui. Lucas Moretti. Capo mafioso. Salvatore improbabile. Fantasma del mio passato.
La porta del garage si spalanca all'improvviso.
Sobbalzo. Il cuore mi balza nel petto – una frazione di secondo, credo che sia lui, che è tornato, che mi dirà ancora cose che mi fanno sciogliere.
Ma è Luis.
Torna dalla sua sigaretta, le guance arrossate dal freddo della notte, le mani infilate nelle tasche della giacca da lavoro. Si ferma di colpo vedendomi. Gli occhi si socchiudono, le sopracciglia si aggrottano.
— Emily? Cosa fai?
— Niente, io...
Mi stacco dalla cassa degli attrezzi. Le gambe tremano ancora un po'. La schiena è indolenzita per essere rimasta così a lungo appoggiata contro il metallo freddo. Cerco di assumere un'aria normale, di fare come se niente fosse, di rassicurare Luis.
Ma non sono una brava attrice. Non ho mai saputo mentire.
— Sei tutta pallida, dice Luis avvicinandosi. Cos'è successo?
— Niente, ti dico. Solo... la stanchezza.
— Il tizio in abito, là, quello che è appena uscito. Ti ha fatto qualcosa?
La sua voce è dura, protettiva. Luis non si fida di nessuno – tranne che di Marco, e di me, un po'. Se pensa che qualcuno mi abbia fatto del male, è capace di prendere una chiave inglese e lanciarsi all'inseguimento.
— No, no, è venuto per una riparazione. Era un cliente.
— Una riparazione? In una Ferrari?
— Sì. Un problema di... freni.
Luis mi guarda, le sopracciglia sempre aggrottate. Non ci crede nemmeno per un secondo. Luis non crede mai a niente, comunque. La sua intera vita è una successione di diffidenze e interrogatori silenziosi. Ma non fa altre domande. Si accontenta di annuire, di lanciare un ultimo sguardo verso la porta da cui è uscito Lucas, e di dirigersi verso il suo banco da lavoro.
— Stai attenta a te stessa, Emily, dice senza voltarsi.
— È quello che faccio.
— No. Non stai mai attenta a te stessa. È proprio quello il problema.
Ha ragione. Non sto mai attenta a me stessa. Ho passato la vita a sopravvivere, a lavorare, a risparmiare, a rimandare i miei sogni a più tardi. Non mi sono mai presa il tempo di fermarmi, di respirare, di guardarmi intorno. E adesso, con Lucas Moretti che entra ed esce dalla mia vita come una cometa, sto ancora meno attenta del solito.
Mi sdraio di nuovo sotto l'Audi. Le mani afferrano la chiave inglese, i bulloni, i tubicini. Il lavoro, è tutto quello che mi resta. Il lavoro, è quello che mi tiene sana di mente. Le dita si attivano sui pezzi metallici, ma la mente è altrove.