Capitolo 14 – La risata 2

1107 Words
Ripenso al suo sorriso. Quel sorriso appena accennato, che solleva un angolo delle labbra, che accende una piccola luce nei suoi occhi cupi. Quel sorriso che mi ha offerto come un regalo raro. Ripenso alla sua mano. Le dita che sfioravano la mia tempia, spostando la ciocca di capelli dietro l'orecchio. Quel gesto semplice, quasi anodino, che ha scatenato una scossa elettrica in tutto il corpo. Ripenso alla sua voce. Grave, calma, sempre calma. Anche quando dice cose terribili. Anche quando fa minacce appena velate. Anche quando confessa di essere un Moretti. La sua voce è calma, posata, come se niente potesse toccarlo. E poi ripenso alla sua risata. Perché ha riso. Poco fa, prima di andarsene per davvero. Dopo che gli ho detto che era insopportabile, irritante, misterioso. Ha riso. Non una risata forzata. Non una risata di cortesia. Non quel risolino freddo che la gente usa per riempire i silenzi imbarazzanti. Una vera risata. Una risata che viene dalla pancia, che sale nella gola, che esplode contro i muri del garage. Una risata grave, profonda, magnetica. Una risata che ha risuonato contro il cemento come un'onda contro gli scogli, che ha fatto tremare le lampadine, che ha fatto vibrare l'aria intorno a noi. Ho rischiato di cadere. Letteralmente. Le ginocchia mi hanno ceduto. Meno male che ero appoggiata alla cassa degli attrezzi. Senza quel supporto, sarei crollata sul pavimento di cemento. Perché quella risata, è il tipo di risata che non si sente spesso. Il tipo di risata che qualcuno conserva per i momenti rari, per le persone rare. Il tipo di risata che ti fa sentire scelta. Speciale. Unica. E lui ha scelto me. Non so perché. Non so cosa ci trovi in me. Sono solo un meccanico sporco con le occhiaie, cicatrici sulle mani e sogni universitari che non riesco a realizzare. Non sono niente. Non valgo niente. Non rappresento niente. Ma lui ha scelto me. Mi ha regalato una Ferrari. Mi ha dato il suo cognome – Moretti, quel nome che pesa una tonnellata, quel nome che fa tremare la gente. Mi ha parlato dell'orfanotrofio, dell'anello, dell'iris che cresce nei posti bui. E ha riso. Per me. Poso la chiave inglese. La mano tocca meccanicamente l'anello dell'iris sul petto. L'anello è caldo contro la pelle – riscaldato dal mio corpo, dal mio cuore, da tutto quello che provo. Lo accarezzo con la punta delle dita. Lucas. Il ragazzo dell'orfanotrofio è diventato un mafioso. Il ragazzo silenzioso è diventato un capofamiglia. Il ragazzo che non parlava mai è diventato un uomo che dà ordini di vita o di morte. E io mi sto innamorando di lui. Mi mordo il labbro. Scuoto la testa. Sorrido da sola nel buio, sotto il telaio dell'Audi, con i neon che ronzano e il freddo che morde. — OK, mormoro tra me e me. OK, mi sto sciogliendo per un tizio che esce dall'ombra. Un tizio che fa caricare cadaveri nei bagagliai delle Mercedes. Un tizio che porta abiti Armani e gira in Ferrari. Un tizio che si chiama Moretti e che fa paura a tutti. Andrà benissimo. Andrà malissimo. Lo so. Lo so dall'inizio. Dal secondo in cui ho visto quel tubo del freno tagliato sulla Mercedes. Dal secondo in cui Tony mi ha puntato l'arma alla tempia. Dal secondo in cui Lucas è entrato nel garage e mi ha guardato come se fossi l'unica persona al mondo. Questo tipo di storie non finisce mai bene. Le ragazze come me non si innamorano degli uomini come lui. Le ragazze come me si innamorano di ragazzi della loro età, gentili e ordinari, che lavorano in ufficio e che le portano al cinema il sabato sera. Le ragazze come me non flirtano con la mafia, non ricevono Ferrari in regalo, non cadono sotto il fascino di capi criminali. Ma non sono una ragazza normale. Non lo sono mai stata. Sono Emily Parker, ex orfana, ex studentessa, meccanico notturno in un garage clandestino. Sono sopravvissuta alla morte dei miei genitori, all'orfanotrofio, alle famiglie affidatarie, alle notti insonni e alle giornate senza riposo. Sono una sopravvissuta. Anche Lucas è un sopravvissuto. A modo suo. Un sopravvissuto che ha scelto le tenebre. Ma pur sempre un sopravvissuto. Allora forse questa storia non deve per forza finire bene. Forse ha solo bisogno di essere vissuta. Intensamente. Appassionatamente. Fino in fondo. Mi rimetto al lavoro. Le mani si attivano sui bulloni, i tubicini, i flessibili. Il motore dell'Audi è freddo sotto le dita – l'auto non è stata accesa per ore. Il metallo è gelato, ma non lo sento. Perché nella mia testa, sento ancora la sua risata. Quella risata rara, grave, magnetica. Quella risata che risuona contro le pareti del mio cranio, ancora e ancora, come un'onda che rifiuta di ritirarsi. Quella risata che mi ha fatto sciogliere, che mi ha fatto vibrare, che mi ha fatto capire che non potrò più tornare indietro. E so, in fondo a me stessa, che non la dimenticherò mai . Emily Tre giorni. Settantadue ore. Quattromilatrecentoventi minuti. Tre giorni a controllare il telefono ogni cinque minuti, a sobbalzare a ogni vibrazione, a sperare che fosse lui. Tre giorni ad aspettare un messaggio, una chiamata, un segno. Qualsiasi cosa. Solo una parola. Non è mai lui. La mia vita ha ripreso il suo corso normale – o almeno, quello che passa per normale nella mia esistenza. Il garage, la notte. Le auto di lusso, i clienti loschi, le mani nel grasso. Marco che racconta le sue barzellette pesanti, Luis che brontola contro tutto e contro niente, i compressori che fanno le fusa come bestie malate. Tutto è come prima. Ma niente è come prima. Perché penso a lui. Tutto il tempo. Senza sosta. Ossessivamente. Stringendo un bullone, penso alle sue mani – quelle dita sottili ma potenti, quelle nocche solide, quei palmi che devono essere morbidi nonostante tutto quello che hanno fatto. Ascoltando la radio gracchiare rock, penso alla sua voce – quel timbro grave e calmo che non ha bisogno di gridare per farsi obbedire. Vedendo una berlina nera passare per strada, penso a lui, al suo abito scuro, alla sua silhouette slanciata, al suo sguardo profondo che vede tutto. È ridicolo. È patetico. È un'ossessione malsana. Mi odio un po' per questo. Stasera, lavoro su una Porsche. Una 911 Turbo S. Grigia, discreta, quasi modesta accanto alla Ferrari SF90 Stradale che Lucas mi ha regalato. Sì, regalato. È ancora parcheggiata in fondo al garage, sotto un telo, dove l'ho lasciata tre giorni fa. Non ho osato prenderla. Non ho osato salirci. Mi accontento di guardarla, da lontano, come un animale mitologico , magnifico, ma pericoloso.
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