Capitolo 5 – L'apparizione

1381 Words
Emily Il giorno dopo sono al garage prima del solito. Molto prima. Marco mi lancia un'occhiata quando apro la porta. Sta bevendo il suo caffè, in piedi vicino alla scrivania, le mani intorno alla tazza. – Hai una faccia da cimitero, Emily. Hai dormito? – Non proprio. – È quel cliente dell'altra notte? Ti ha spaventata? Alzo le spalle. Non posso dirgli la verità. Non posso dirgli che sono quasi stata uccisa. Che ho visto un cadavere – credo. Che l'uomo più pericoloso della città mi ha mandato un messaggio alle quattro del mattino. Allora mento. – Solo insonnia. Passerà. – Se vuoi, vai a casa. Ti pago lo stesso la giornata. – No, no. Il lavoro mi distrarrà. Marco annuisce, non del tutto convinto, ma mi lascia in pace. Torna al suo caffè e alle sue carte. Mi sistemo sotto l'Audi della sera prima. Dovrei finirla, ma la mia mente è altrove. Le mie mani lavorano da sole – stringere un bullone, allentare un dado, controllare un livello – ma il mio cervello, lui, è a chilometri di distanza. Dov'è, lui? Nel suo ufficio? In una villa? A dare ordini a uomini armati? A fare il morto? A fare il bene? Non so nulla di lui. Non so proprio nulla. Il mio telefono vibra. Esco da sotto la macchina. Mi raddrizzo, mi asciugo le mani piene di grasso sulla coscia. Le mie dita lasciano tracce nere sul tessuto blu dei miei pantaloni. Un messaggio. – Passo a trovarti. Lucas. Il mio cuore fa un balzo. Rispondo, le dita frettolose: – Sto lavorando. – Lo so. – Non puoi entrare così. – Ho una macchina da riparare. – Quale? – La tua. – Non ho una macchina. – Ne avrai una. Tra cinque minuti. Leggo il messaggio tre volte. Quattro. Cinque. Ma che tipo è? Arriva, salva la vita, manda messaggi strani nel cuore della notte, e adesso vuole regalarmi una macchina? – Lucas, non è uno scherzo? – Non scherzo mai, Emily. Tranne con te. Non ho il tempo di rispondere. La porta del garage si apre. Una Ferrari rosso sangue scivola all'interno. Il rumore del motore è grave, profondo, quasi sensuale. La macchina avanza lentamente, come un felino che si avvicina alla preda. I fari illuminano il garage, spazzano le pareti, gli attrezzi, le casse. Si ferma in mezzo all'officina. È una SF90 Stradale. Le conosco a memoria. 1000 cavalli. Motore V8 biturbo, tre motori elettrici. Ibrida. 0 a 100 in 2,5 secondi. Prezzo: più di mezzo milione di euro. Il genere di macchina che non toccherò mai nella mia vita. Il genere di macchina che non vedrò mai in un garage come questo. La portiera si apre. Lucas scende. Oggi non indossa l'abito. Ha un maglione nero di cachemire, morbido, spesso, che abbraccia le sue spalle. Pantaloni da abito grigi, eleganti, semplici. Scarpe italiane lucidate, nere, brillanti come specchi. I suoi capelli sono leggermente umidi, come se fosse appena uscito dalla doccia. Una ciocca gli cade sulla fronte. La sposta con un gesto meccanico. Profuma di buono. Persino a distanza, a due metri, sento il suo profumo. Lo stesso della sera prima. Legno, cuoio, spezie. Mi avvolge, mi accarezza, mi confonde. Marco si avvicina, tutto sorrisi. La sua pancia lo precede. I suoi occhi brillano. – Signore, che macchina magnifica! Una SF90, vero? Non ne avevo mai vista una dal vero. Cosa possiamo fare per voi? – Sono venuto per Emily, dice Lucas. Neppure guarda Marco. I suoi occhi sono fissi su di me. Marco sbatte le palpebre, sorpreso. Guarda me, poi Lucas, poi di nuovo me. – Emily? – È per una riparazione, Marco, dico in fretta. Nient'altro. – Certo, certo, balbetta Marco facendo un passo indietro. Vi lascio. Si allontana. Raggiunge la sua scrivania. Ma osserva. Lo vedo con la coda dell'occhio. Non ha ripreso il caffè. Ci sta guardando. Lucas si avvicina a me. È troppo vicino. Dovrei indietreggiare. Dovrei mantenere le distanze. Ma non mi muovo. Sento il calore del suo corpo attraverso i vestiti. Il suo profumo mi avvolge, più forte. Le mie dita sono nere di grasso, la mia tuta è macchiata, i miei capelli sono in disordine. Nascondo le mani dietro la schiena. – Hai macchie dappertutto, dice. – Sono una meccanica, Lucas. È un po' il principio. – Io lo trovo bello. – Trovi bello lo sporco? – Trovo che sei bella tu. Persino coperta di grasso. Sorride. Questo sorriso. Non è un sorriso da capo mafioso. Non è un sorriso da pericolo. È un sorriso da uomo. Un sorriso che mi fa sciogliere dentro. Distolgo lo sguardo. Fisso la Ferrari. – La Ferrari, cosa ha? Un problema al motore? Un guasto all'elettronica? Un rumore sospetto? – Nessuno. – Allora perché l'hai portata? – Perché volevo vederti. – Sei ridicolo. – Lo so. Lui posa la mano sulla mia guancia. La sua pelle è morbida. Calda. Contrasto strano con le mie dita sporche, le mie mani callose. Non sembra preoccuparsene. Non toglie la mano. – Hai paura di me? chiede. La sua voce è bassa. Quasi un sussurro. – Sì. – Perché? – Perché sei pericoloso. Perché il tuo uomo ha quasi ucciso me. Perché sono sicura che hai morti sulle mani. Perché arrivi qui con una Ferrari che vuoi regalarmi, perché mi mandi messaggi alle quattro del mattino, perché mi guardi come se fossi l'unica persona sulla terra. Lui non nega. Non conferma neppure. Si limita a guardarmi, gli occhi scuri, il viso impassibile. – Eppure, dico, sei qui. E non ti scappo. – Perché non scappi? – Perché… Cerco le parole. Il mio respiro si accorcia. È così vicino. – Perché quando mi hai guardata, la prima volta, ho sentito che mi conoscevi. Davvero. Non come gli altri. Non come gli uomini che mi vedono e vedono solo una ragazza povera con una tuta sporca. – Ti ho vista, Emily. – Ecco. Mi hai vista. Come se ci fossimo già incontrati. Come se le nostre vite si fossero incrociate da qualche parte, prima. Il suo sguardo vacilla. Un secondo. Solo un secondo. I suoi occhi si ammorbidiscono. C'è dolore, lì dentro. Un ricordo che fa male. – Ci siamo già incontrati, Emily. – Dove? – Un giorno te lo dirò. Lui toglie la mano. Lentamente. Fa un passo indietro. L'aria tra noi diventa più fredda. Mi manca già. – La Ferrari è tua, dice. – Cosa? – Te la regalo. Perché tu vada all'università. Perché non prenda più i mezzi pubblici di notte. Perché tu sia al sicuro. – Lucas, è una Ferrari. Una SF90. Vale più di tutto quello che ho guadagnato in vita mia. Non posso accettare. – Puoi. E la accetterai. – E se rifiuto? – Allora la brucio. – Sei pazzo. – Sì. Completamente. Tira fuori le chiavi dalla tasca. Sono attaccate a un portachiavi di cuoio, semplice, elegante. Me le porge. Le guardo. Sono belle. Il metallo luccica sotto i neon. Le mie mani tremano. – Prendi, Emily. È solo una macchina. – Solo una macchina, ripeto. Una Ferrari. Mezzo milione di euro. Solo una macchina. – Per me, sì. Prendo le chiavi. Le mie dita sfiorano le sue. Una scintilla. Dev'essere una scarica elettrica. Il pavimento è umido, l'aria è carica, sarà di certo quello. O forse no. – Te le restituirò, dico. – No. – Non sono una ragazza che si compra. – Non ti compro, Emily. Ti aiuto. È diverso. – Perché mi aiuti? Mi guarda. A lungo. I suoi occhi scendono sul mio collo, sull'anello d'iris. Lo fissa. – Perché sei l'unica persona che non mi ha mai chiesto soldi. Fa un altro passo indietro. Mi guarda un'ultima volta. I suoi occhi sono calmi. Ma in fondo c'è qualcosa. Tenerezza, forse. O tristezza. – A presto, Emily. – A presto, Lucas. Si volta. Attraversa il garage. I suoi passi risuonano sul cemento. Apre la porta. Sparisce. La porta si richiude dietro di lui. Resto lì, le chiavi della Ferrari in mano, il cuore a pezzi, il sorriso sulle labbra. La macchina è lì, davanti a me. Rossa. Calda. Il motore ticchetta mentre si raffredda. L'ho guardata a lungo. Lunghissimo. Mi sto innamorando di un mafioso. E il peggio è che credo che anche lui si stia innamorando di me.
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