Chapter 2

1597 Words
Prologo Qualche settimana dopo che il suo ultimo romanzo era stato dato alle stampe, Learco ricevette, dall’editore, una laconica e-mail dal seguente tono: «da West Press, il co-editore, ho ricevuto il volume, ancora fresco di inchiostro. Mi piace! Dateci sotto con il prossimo della stessa serie. Sono sicura che anche quello sarà un successo.» Tanto ottimismo era stato ingenerato nella Preside, responsabile delle attività della casa editrice di “Uniavalon”, dalle giovani matricole del Corso di Letteratura Moderna. Erano stati i giovani, della Commissione di Lettura e Selezione, che avevano promosso la sua ultima fatica letteraria, se così lo si può definire un romanzo, scritto sul filo del mito e della fantasia. Avevano anche proposto di far scrivere un seguito partendo dalla leggenda di Atalon, l’antica Atlantis, i cui sopravvissuti avevano fondato poi la città di Avalon dalla quale l’Università prendeva il nome ed anche una certa simbologia raffigurata nel logo: la “Corona Navalis”. Castellammare di Stabia da sempre è legata al mare così come all’Oceano era unito al destino di Atlantide. La Preside dell’università era un’anziana signora, partenopea “verace” di Vico Equense, che quando parlava si rivolgeva, compitamente, alle persone dando del “voi”. Quella del “voi” è un’espressione di grande riguardo che, nella napoletaneità del linguaggio, si dà alle persone che più si stimano. Ciò non toglie che avesse una mentalità giovane che gli proveniva dall’aver vissuto accanto ai “suoi ragazzi” come amava definire le leve che preparava ad affrontare il futuro. Learco rammentava, pur tuttavia, le parole vergate nel Poscritto del romanzo precedente: “…lo sapevo che non è il mio genere questo tipo di storia, fin troppo fantasiosa, tra il mito ed un’improbabile realtà romanzesca” come, del resto, ricordava perfettamente d’aver affermato che non avrebbe mai più fatto un’esperienza del genere. Per lui quell’esperimento era stato l’unico ed avrebbe dovuto essere anche l’ultimo. Learco dovette tuttavia ricredersi perché qualcuno aveva scoperto, in lui, una nuova capacità descrittiva e gli stava chiedendo di proseguire dando avvio ad una nuova serie di racconti, quelli della “Trilogia di Avventure di Atalon”. Ancora incredulo, stava già pensando ad un altro romanzo in linea con quello sul “Regno di Avalon”. Strano a dirsi, ma l’idea gli venne alla mente disegnando la copertina del nuovo romanzo. Non aveva ancora le idee chiare su ciò che avrebbe scritto, né conosceva la nuova trama. Aveva l’abitudine di dire a se stesso: «… prima abbozzo la copertina, poi vedo cosa mi ispira e, quindi, comincio a buttare giù il copione.» Era così che nascevano i sui fantasiosi romanzi. Anche questa volta aveva cominciato a tracciare con mano nervosa il disegno: una specie di storyboard, perché di ogni romanzo Learco ne vedeva un film. Disegnò sette drakars, le antiche navi vichinghe, su uno sfondo che doveva richiamare alla mente il luogo dove si sarebbe svolta l’avventura che avrebbe descritto. «Sette! Perché sette scafi, con la testa del serpente marino scolpita sulla prora, e non dieci o dodici?» si era chiesto dubbioso ma, poi, aggiunse: «…sette vanno bene: sono rappresentati da un numero magico che sarà di buon auspicio per il mio nuovo romanzo.» Un poco più difficile fu desumere il titolo, ma esso gli venne ispirato dall’onda posta sotto le imbarcazioni: l’onda lunga tipica dell’Oceano Atlantico quando questa raggiunge le coste del Sudamerica. Dopo quest’abbozzo si mise al computer e traslò tutti gli elementi: la copertina provvisoria che venne fuori era, veramente d’effetto. Il titolo non lo era da meno: “L’onda lunga del destino”. Ora poteva concentrarsi sul tema che il disegno gli ispirava. La fantasia cominciò a volare e la mente a macinare nozioni, ricordi, cose antiche che pensava d’avere dimenticate e che, repentine, gli sovvenivano affacciandosi in quel mondo surreale dove, per i prossimi mesi, avrebbe trascorso buona parte del proprio tempo facendo ricerche per descrivere le avventure che intendeva digitare sul proprio computer. Brasile, Stato di São Paulo – Litoral Sul Paulista. Città di Praia Grande – Domenica 17 maggio 2015 - “Studio dello scrittore Learco Learchi” In quella giornata dell’inverno brasiliano, Learco s’era messo davanti al computer per iniziare il nuovo romanzo. Quello che voleva scrivere era un racconto ambientato nei primi secoli d.C. e più esattamente nell’anno 444 d.C. del calendario celtico. L’autore decise di rendere edotto il lettore sulla particolarità di quel calendario luni-solare e dei termini con i quali si definiscono i mesi ed i giorni della settimana. Per far ciò fece ricorso ad una ricerca sul calendario celtico trovato in Francia nella località di Coligny. Sul “Calendario di Coligny” trovò un articolo di Oriano Spazzoli del quale decise di riportare le parti del testo ritenute più interessanti. “Il Calendario di Coligny” Sull’antica tavola di bronzo erano annotati in sequenza i giorni dell’anno suddivisi in 12 mesi così ripartiti: sette mesi da 30 giorni e cinque da 29, per un totale di 355 giorni ed una media di 29,58 giorni per mese. Questa suddivisione si deve al fatto che il calendario celtico tradizionale era un calendario lunare, cioè assumeva come suddivisione fondamentale il ciclo delle fasi lunari o “mese sinodico” (ricordiamo che la sua durata dipende dalla velocità della Terra intorno al Sole, e il fatto che questa varia ,compatibilmente alla seconda legge di Keplero, provoca la sua variazione da una durata minima di 28 giorni a un massimo di 31, con una durata media di 29,53); i suoi 12 mesi, i cui nomi erano Samonios (30 giorni a partire dalla prima metà di Novembre), Dumannios (29), Rivros (30), Anagantios (29), Ogronios (30), Cutios (30), Giamonios (29), Simivisonios (30), Equos (30), Elembiuos (29), Edrinios (30), Cantlos (29), venivano fatti iniziare al primo quarto di luna ed erano suddivisi non in settimane, come per noi, ma ciascuno in due parti, di cui la prima era di 15 giorni e la seconda, che aveva inizio all’ultimo quarto dello stesso ciclo lunare, aveva una durata di 14 o 15 giorni. Nel calendario di Coligny le due quindicine sono separate dalla dicitura Atenoux, cioè “luna nuova” o “ritorno al buio” oppure “rinnovamento” (in quanto, mentre la prima conteneva la fase di luna piena, nella seconda era inclusa quella di luna nuova). I mesi di 30 giorni erano ritenuti Mat, o fortunati, quelli di 29 giorni erano Anmat o Ambilis, ovvero infausti. La differenza di durata tra l’anno lunare celtico e l’anno solare di 365,2 giorni determinava la necessità di un adeguamento del calendario, che veniva effettuato aggiungendo un mese ulteriore di 30 giorni ogni 30 mesi sinodici lunari. Ad una approfondita analisi questa scelta pare grossolanamente approssimativa anche tenendo conto dell’aggiunta resa necessaria dal fatto che i mesi del calendario celtico non iniziavano con la luna nuova, ma con la luna al primo quarto (sarebbe stato meglio se mai, aggiungere un mese “corto” di 29 giorni ogni 30 lunazioni); tuttavia è difficile pensare che i druidi, noti come profondi conoscitori della matematica pitagorica e dell’astronomia, avessero compiuto un simile errore. Una possibile via d’uscita da questa questione ci viene allora fornita da una frase della “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, in cui si fa riferimento all’antichissimo rituale celtico della raccolta del vischio: “È poi questo (il vischio) molto raro a trovarsi e una volta trovato è raccolto con gran pompa religiosa e innanzi tutto al sesto giorno della Luna, che segna per questi gli inizi dei mesi, degli anni e dei secoli, che durano trenta anni, giorno scelto perché la Luna ha già tutte le sue forze senza essere a metà del suo corso”. Il sesto giorno della Luna corrisponde all’avvento della fase di primo quarto, scelta come inizio dei mesi, degli anni e di un ciclo più lungo della durata di 30 anni, che Plinio chiama “saeculum”. Intorno alla scelta di questo periodo si discute ancora; di certo se non vi fossero altre correzioni oltre a quelle già citate, alla fine di un “secolo” celtico lo sfasamento tra il calendario lunare e il ciclo solare sarebbe notevole, e del resto uno dei principali problemi del calendario celtico era lo scorrimento progressivo dei mesi rispetto alle stagioni. Però il fatto che nel calendario di Coligny accanto a tutti i giorni dei mesi aggiuntivi sia annotato il nome di uno dei 12 mesi nella loro esatta successione, e che vi sia anche una fila di fori in cui potevano essere inserite delle asticelle, utili probabilmente ad eseguire un conteggio, ci dice che forse quel lungo periodo era stato scelto perché al suo interno con una opportuna strategia computazionale, peraltro ancora ignota, si potesse ricondurre l’inizio dell’anno celtico all’inizio del ciclo solare.Ma c’è dell’altro: la Luna era, dunque, astro di primaria importanza per i Celti (molti popoli di origine celtica festeggiavano divinità particolari oppure si riunivano per prendere decisioni importanti durante il plenilunio). Perciò i druidi si dedicarono anche allo studio del fenomeno delle eclissi e alla sua periodicità (in particolare alla determinazione della periodicità delle eclissi, le uniche che allora si potessero studiare compiutamente, dal momento che le eclissi di Sole possono essere viste soltanto in una parte ridotta della superficie terrestre). Oggi sappiamo che esistono 4 tipi di periodicità delle eclissi di luna (ad ogni periodo si ripete un tipo particolare di sequenza cronologica di eclissi). Uno di questi quattro periodi, l’Inex, ha la durata di 358 lunazioni, circa 30 anni celtici: esso potrebbe essere il “saeculum” druidico.
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