Oceano Atlantico, in navigazione verso sud-ovest. A bordo dei drakars – Yaou 18 Giamon a.D. 444 - “La tempesta e le terre di un nuovo continente”
Galadon stava scrutando, nervoso, l’orizzonte. Il suo occhio acuto era esercitato nell’osservazione del mare e dei segnali che quell’elemento primordiale gli mandava. Le navi messe sotto il suo comando avevano lasciato, fuggendo, l’isola natia posta sulla Manica, il canale naturale che unisce il Mare del Nord all’Oceano Atlantico. Era stata un’umida fredda giornata del mese “infausto” di Giamon, quando l’isola iniziò ad affondare sommersa dall’acqua del mare ed una burrasca s’era scatenata. Ai “Figli di Ziusudra”, così erano soprannominati i discendenti degli antichi padri giunti da Atalon, non era restata alternativa che quella di fuggire in fretta imbarcando quanto necessario e possibile portare con sé. Il suo drakar, come altri, era stato tagliato via dal grosso del convoglio guidato dal vecchio Re Gradholon. Quell’improvvisa tempesta, proprio, non ci voleva. Quando gli elementi s’erano chetati, sette drakars erano stati avvolti da una nebbia fitta, fitta, e la marea li aveva fatti galleggiare senza una meta ben definita. Quando, finalmente tornò la limpidezza del giorno seguente, si contarono: erano sempre sette gli scafi che s’erano tenuti in contatto “alla grida”. Fu così che iniziò la loro avventura e presero a seguire la corrente ed i venti propizi che spingevano ad occidente, verso le terre incantate nell’estremo Ovest in un altro continente, che la loro antica mitologia indicava col nome di “Tirn Aill”. Dopo circa trentatré giorni di navigazione entrarono nel Mar dei Sargassi e Galadon approfittò della evidenza di alghe affioranti a pelo d’acqua, per sostenere che quello era sicuramente un segnale dell’esistenza di terre emerse, molto vicine. Col trascorrere dei giorni e delle notti la tensione a bordo cresceva e, già, il malcontento serpeggiava tra gli uomini. Qualcuno aveva ipotizzato il ritorno girando la prua dal lato opposto, ma i viveri scarseggiavano, le forze erano al limite: erano giunti al punto del “non ritorno” L’alternativa era proseguire o restar lì attendendo una morte indegna. Il timore di perire nell’inedia, senza combattere e, quindi, di non poter entrare nel Walhalla, li spingeva ad andare avanti. Vedendo alcuni uccelli volare verso sud-ovest, decisero di seguire quella rotta, tanto più che la corrente li stava portando verso la stessa direzione. Settantotto giorni, da quando si erano trovati nella tempesta che aveva colpito le coste a nord della Bretagna, erano trascorsi vedendo solo l’acqua salata, dalla quale pescavano il cibo, e qualche volta anche l’acqua scesa dal cielo che, subito, avevano ingordamente raccolto dalle vele, piegate ad imbuto, convogliandola dentro gli otri di bordo. Qualche segnale della vicinanza di terre emerse era, invero, apparso: ramoscelli d’albero, foglie galleggianti e la carogna di qualche strano quadrupede, dalla folta pelliccia setolosa, affogato non si sa come e portato, sottobordo, dalla corrente. Quella notte chiusero gli occhi invocando la benedizione di Freya, la “Fata-Dea” dell’amore e del piacere, ma anche della guerra e della morte. All’alba del settantanovesimo giorno pareva che la Dea avesse ascoltato le preghiere, esaudendole. Il sole emerse dal mare tingendolo di fuoco e man mano che saliva al cielo irradiava i suoi raggi coprendo di colori una terra emersa che, uscendo dall’ombra della notte, pareva avesse indossato il suo abito migliore. Un lunghissimo litorale, posto a semicerchio, pareva salutare con le palme svettanti in guisa di braccia protese verso il mare aperto: sullo sfondo alcune cascate d’acqua e di bianchissima spuma formavano l’estuario di un fiume e completavano la visione di quel Eden che sembrava caduto dal cielo. Il peregrinare era cessato e l’ignoto aveva, dunque, un volto che era molto invitante. Diedero di piglio ai remi ed entrando, vogando, nelle acque interne del grande rio si sentivano protetti come in un porto sicuro. Quello che i loro occhi stavano vedendo, altri l’avrebbero chiamata, molti secoli dopo “Terra de Santa Cruz”. Avevano incontrato la terra del pau brasil - il legno rosso di quel luogo - una realtà immensa che oggi, da quell’albero, prende il nome di “Brasile”.
«Voga…voga e…voga, voga!» i capi ciurma diedero il tempo, con la voce, ed i drakars si avvicinarono alla spiaggia fino a quando non ricevettero l’ordine d’arrestare il movimento dei pesanti remi.
«Scia-a-a!» ordinarono, all’unisono, i nocchieri non appena ricevettero il segnale da Galadon. I remi furono innalzati in verticale sulle teste e le grosse imbarcazioni proseguirono sull’abbrivio dell’ultima spinta impressa a forza di braccia.
«Ferma-a-a!» i remi vennero messi nuovamente in acqua per frenare le imbarcazioni. I drakars si fermarono cullati dalle brevi onde della baia, dove le ancore furono gettate e le cime d’ormeggio assicurate, con paletti infissi, sulla spiaggia. Quei navigatori, impavidi, non potevano saperlo, erano giunti all’altro capo del mondo ed avevano incontrato la mitica terra di “Tirn Aill”.