Chapter 9

1229 Words
Antico Brasile – Paraná. Guaratuba – Lun 24 Equos a.D. 444 - “Il villaggio fortificato” Nel giorno dello sbarco, un accampamento di capanne fu posto poco all’interno della spiaggia sulla quale i sette pesantissimi drakars, lunghi 28 metri, furono ormeggiati nella baia. L’incontro con i nativi non avvenne pacificamente: dovettero combattere per guadagnare il diritto alla sopravvivenza nella nuova terra, che macchiarono, palmo a palmo, col sangue della conquista. Galadon non si fidava dei nativi e benché avesse notato che possedevano delle armi rudimentali, aveva anche capito che di queste avevano una perfetta padronanza: il numero dei feriti ne era la prova evidente. Quei nudi selvaggi che avevano assaggiato la robustezza delle armi celtiche forgiate in metallo affilato si ritirarono. Il capo dei Celti diede, di conseguenza, disposizione di difendere il campo scavando un largo fossato riempito dell’acqua di un fiume vicino e contornandolo, poi, con un recinto di rami intrecciati. Mise delle sentinelle a salvaguardia delle sette imbarcazioni che sarebbero servite per l’esplorazione ed il trasporto di uomini e cose lungo il litorale.Il mese successivo la fortificazione del vallo era stata completata ponendo dei pali conficcati, al suo interno, con la punta acuminata rivolta all’insù. Una passerella, retraibile, permetteva il transito sia in uscita sia in entrata. Era nato, così, il primo villaggio fortificato, di stile celtico, al di là dell’Oceano Atlantico. Molte altre cose dovevano apprendere gli indios da quei Celti, barbuti e dalla pelle bianca, così differenti, venuti dalla grande acqua salata. Antico Brasile – Paraná. Guaratuba – Gwener 25 Elimbiu a.D. 444 - “L’assemblea” I sette drakars avevano un equipaggio composto da un nocchiere, o capo ciurma, e di 40 uomini ognuno. Il piccolo popolo Celta, nella nuova terra, poteva contare complessivamente su 287 uomini ma, purtroppo, su quei legni bretoni, ma di foggia scandinava, il destino aveva voluto che non si fosse imbarcata neppure una donna. Gli indios, che dopo la prima disfatta avevano ritenuto più conveniente mutare atteggiamento nei confronti dei biondi stranieri, avevano delle figlie bellissime. Esse avevano capelli lisci, gambe sottili di coscia lunga e dai polpacci torniti, glutei pieni, fianchi stretti, seni procaci e capezzoluti ma anche neri occhi un poco a mandorla, nasini proporzionati e sensuali nonché bocche da baciare. Si aggiunga il fatto che la nudità non era, per quei selvaggi, un fatto del quale avere vergogna e che l’incedere delle donne dava, nel movimento ai loro corpi, l’apparenza di una profferta d’amore. La mancanza di donne tra i Celti era un serio problema e gli uomini, in mezzo a tanta grazia del Cielo, stavano impazzendo di desiderio: occorrevano dei provvedimenti immediati. Galadon decise di convocare un’assemblea generale per discutere di quel fatto. «Amici, vi ho riuniti per parlare di donne…» esordì Galadon, tra le risate generali. Poi, dopo aver soffocato un moto di riso anch’egli, aggiunse: «… anch’io, come voi, sento la mancanza di una pelle giovane sulla mia. Siamo giunti in un posto bellissimo pieno di tentazioni, ma non possiamo fare man bassa su tutto, armi alla mano.» «Che cosa proporresti di fare?» chiese uno degli uomini. «Mi sono informato, per quanto mi è stato possibile a gesti e disegnando immagini sulla sabbia. È usanza di questi selvaggi cedere le proprie figlie mediante il versamento di una dote.» «Una dote! A quanto ammonterebbe questa dote?» chiese un altro del gruppo. «Non si tratta di denaro. Gli indios non ne conoscono il valore e non ne fanno uso. Qui vige il sistema dello scambio. Noi offriamo qualcosa a loro e loro ci danno le figlie.» «Che cosa possiamo offrir loro, che possa interessarli?» chiese un uomo alto due metri con i capelli rossicci. «Ho notato che guardano, con invidia, le nostre armi e gli oggetti di metallo che possediamo.» «Se cediamo le nostre armi… resteremo alla loro mercé» replicò l’uomo dai capelli rossicci. «Quel che dici è vero, ma potremmo fabbricare degli utensili. Siamo tutti degli esperti nell’arte della fusione e nel lavorare il metallo» propose Galadon. In effetti l’idea non era da scartare, tutti loro sapevano lavorare il metallo, martellandolo a caldo. Avrebbero fabbricato molte cose, eccetto le armi, ovviamente. Un altro problema si presentava come conseguenza di quell’eventuale decisione. «Chi farà la scelta delle donne e chi condurrà le trattative con le famiglie?» chiese un piccoletto non più alto di un metro e sessanta. «Ho pensato anche a questo…» rispose Galadon, che aveva in mente un suo disegno personale, e poi aggiunse: «… il loro re, che qui chiamano “Cacique”, tratterà per conto delle famiglie con il nostro re. Ognuno di voi sceglierà la fanciulla, o le fanciulle, che gradirebbe impalmare e, concluso il contratto preliminare, si darà da fare per fabbricare gli oggetti richiesti dal futuro o futuri suoceri.» L’idea di potersi accoppiare anche con più di una donna aveva reso ancor più interessante la cosa. Restava il fatto che, tuttavia, i Celti sbarcati in quel luogo non avevano un re. Il loro re era rimasto al comando del convoglio diretto, chi sa dove, sulle coste della Cornovaglia o della Bretagna. «Non abbiamo un re! Propongo di eleggerne uno che ci rappresenti in questo negozio… diciamo, matrimoniale» saltò su uno dei capi ciurma. «Candido al titolo di nostro re la persona che, finora, ci ha guidati e che è in grado di comunicare con il re dei selvaggi. Propongo Galadon. Egli discende da una stirpe di eroi: è noto che il suo bisavolo ha generato il proprio figlio - il nonno di Galadon - con una donna del Sidhe. Chi è d’accordo alzi la mano» propose Elék, un giovane di trentatré anni ma, anche, uno dei più fedeli a Galadon. Dopo circa un’ora, e molte discussioni, i candidati erano diventati cinque e poi tre, ma infine, si erano ridotti a due: Galadon ed Emrishan, il druido. Fu il druido a dirimere la contesa fra le due fazioni: «figlioli non c’è scelta da fare! Il motivo è semplice: solamente io posso ungere il re che acclamerete. Del resto non è concesso ad un druido, qual io sono, di essere anche re.» Fu così che il disegno, segreto, di Galadon si avverò: egli venne acclamato “Re dei Celti di Tirn Aill”. Le trattative matrimoniali andarono a buon fine ed il villaggio risuonò, per molti giorni del rumore di ferro battuto e l’aria si ammorbò dell’odore del minerale fuso nelle fornaci di creta e pietrame, che rimase per qualche tempo ancora. Avvenne, in fine, la cerimonia della consegna delle giovani ai pretendenti e delle doti dei Celti alle famiglie degli indios. Il Druido dei Celti ed il Pajé degli Indios sancirono le unioni secondo i rispettivi riti e tutti furono paghi e gaudenti in una festa dove le novelle spose, aiutate dalle madri, cucinarono i cibi più svariati. I Celti assaggiarono per la prima volta il peixe piranha arrostito, dalla carne arancione e dal sapore delicato, il capivara grasso, dal gusto di maialino, la carne di jiboia e la bianca coda di jacaré, dal sapore di pesce, la carne di scimmia arrostita sulla brace, che pareva quella d’un capretto ed anche la carne di uccelli di vario tipo, compresi i variopinti pappagalli, messi allo spiedo, e poi, frutta, moltissime varietà di frutta tropicale, matura e profumata, a loro sconosciuta. Il tutto era stato preparato in gradi quantità e tutti se ne saziarono a volontà, fino a scoppiarne.
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