La pergamena del mistero
La pergamena del mistero
A New Tower la notte avvolgeva tutto in un oblio oscuro. La luna piena regnava immensa, mostrando tutta la sua splendente bellezza. Poche luci erano ancora accese nelle case. Il lavoro era finito, tutti erano stanchi. Il sonno totale avvolgeva ogni cosa.
Le case ammassate si affacciavano sulle innumerevoli stradine percorse da cavalli e carri ogni singolo giorno. L’odore del pane appena sfornato rendeva tutto più piacevole. Case sopra case, tetti di legno che affiancavano altri tetti, paglia a terra e orme di zoccoli, finestrelle e la reggia.
L’immensa dimora al centro della cittadina era semplicemente stupenda. I muri grigi, arricchiti di grandi pietre, la rendevano ancora più bella. Era di forma circolare, con il tetto di legno, ed era molto alta.
Lungo tutto il suo perimetro, la reggia ospitava balconi dai quali la vista era meravigliosa. Era molto larga e, una volta al suo interno, un lungo corridoio circolare ospitava una miriade di camere. La forma rotonda si notava appena dall’interno.
A New Tower l’attrazione principale, però, era la grossa e magnifica torre situata al centro del piazzale della reggia. La dimora del re la circondava come se la volesse abbracciare. In altezza, arrivava solo a metà della torre, ma restava sempre magnifica.
Sulla torre, bordata da merli e ricca di feritoie, una guardia controllava tutto, attenta. Sotto di essa la collina, poco più in basso le case, ammucchiate l’una al fianco dell’altra.
Si potevano vedere, dai merli della torre, le grosse strade nelle quali venivano allestite le fiere, e poi le mura alte e possenti. Oltre esse, vi erano altre guardie armate di lancia. Il regno era estremamente controllato.
Al di là delle mura si poteva vedere poco. C’era la via percorsa dai viandanti, che però venivano cacciati dalle guardie; il resto era un immenso bosco.
Sotto la fitta coltre di alberi l’ombra e la notte regnavano, nascondendo tutto. Si poteva scorgere solo lo stretto fiume che scintillava di mille colori nella notte.
Si trovava sul lato est delle mura, circondava la cittadina per un lungo tratto, poi si biforcava. La parte di destra entrava nella città attraverso un piccolo foro nelle mura, portando il suo scintillio in tutta la città, fino ad arrivare davanti a una locanda. L’altro ramo del fiume scompariva sotto le ombre del bosco, giungendo in luoghi lontani e inesplorati.
«Jack!» La voce potente del re risuonò per tutto il corridoio, fino alle orecchie del giovane messaggero.
Jack era un ragazzo al servizio del re. Veniva soprannominato Mignolino per via del suo corpicino magro. Aveva dei capelli castani che gli ricadevano sul volto in modo disordinato, ed era sempre gentile e premuroso con tutti.
Jack si voltò di scatto sentendo il suo nome. Osservò intorno. Gli occhi degli anziani sovrani dipinti negli innumerevoli quadri posizionati sulla lunga parete lo fissavano seri. Sentì il sangue gelare. Drizzò la schiena.
«Si-signore!» balbettò, inchinandosi fino a toccare terra.
Davanti a lui, il re, in tutta la sua potente maestà. Portava un lungo mantello rosso acceso che ricadeva sul pavimento piastrellato del corridoio. Il suo volto severo e determinato era contornato da capelli grigi e non più folti come una volta, i suoi occhi azzurri sembravano poter penetrare fino all’anima del povero servitore.
Teneva le labbra serrate in una piccola linea rossa, poco visibile sul volto consumato dalla crudeltà e dal tempo. Tra le grosse mani reali stringeva una pergamena.
Il servitore, ancora chino, si chiese cosa nascondesse il foglio. Dall’espressione del sovrano poteva dedurre che fosse molto importante.
Il sovrano assaporò la fatica che il messaggero compiva nel restare chinato così a lungo. Sorrise maliziosamente.
«Ora ti puoi alzare!» tuonò poi, rendendosi conto che per il messaggero era una vera fatica restare chinato molto tempo.
Jack si ricompose in fretta, stiracchiando la schiena dolente. Il re lo scrutò per istanti lenti con il suo volto crudele. Chiunque lo fissava a lungo provava paura. Nessuno avrebbe mai osato sfidarlo, nessuno se non sua figlia Rose.
Le fiaccole avvolgevano tutto in un’atmosfera tetra. Il fuoco illuminava dei tratti del corridoio lungo e ricco di una miriade di quadri e di stanze. Quel luogo incuteva timore. La notte lo avvolgeva nelle tenebre e non lo lasciava più. Solo il giorno permetteva alla reggia di tornare incantevole.
«Domani all’alba dai questo annuncio, è molto importante!» Il re porse al ragazzo la pergamena.
Jack fece una smorfia. Un semplice annuncio da comunicare al popolo, uno come tanti altri già dati. Avrebbe preferito dei cambiamenti, ma gli ordini erano ordini. Non disse una parola.
«Voglio che specifichi che solo i più ricchi sono ben accetti!» ordinò il re, prima di sparire nelle tenebre di quel luogo.
Jack si chiese cosa significassero le parole del sovrano. Non gli interessava molto, eppure restava il ragazzo curioso di sempre. Si diresse nella sua soffitta per leggere il contenuto della pergamena.
Salì le scale, stando attento a non causare il minimo rumore, continuando a guardarsi intorno. La reggia gli incuteva paura, molta paura.
Seguiva i movimenti delle ombre per accertarsi che nessuno lo seguisse, osservava con la coda dell’occhio il muoversi delle fiamme. Si chiese ancora una volta perché il re avesse dato così tanta importanza a quel pezzo di carta.
La porta di legno grezzo emise un cigolio. Jack entrò di soppiatto nella sua camera. Gli altri servitori non c’erano. Avrebbe avuto tutto il tempo di leggere il foglio.
Si guardò intorno. Vide la piccola candela posizionata su uno sgabello rotto, i cinque pagliericci e la luce della luna che penetrava dalla finestrella posizionata sulla parete grigia. Le stelle rilucevano di colori magnifici.
Jack si era seduto sul suo pagliericcio per iniziare a leggere la pergamena, quando il sonno lo travolse. Le sue palpebre si chiusero, si sforzò di restare sveglio. Ogni tentativo fu vano. Si addormentò, cullato dalla solitudine della stanza. La pergamena rimase poggiata a terra, nascondendo il suo segreto.
La porta della soffitta si aprì una seconda volta, disturbando il sonno di Jack. Entrò un gattino arancione dagli occhi verdi, seguito da tre ragazze.
La prima, la più giovane, portava un grembiule sporco di farina proprio come il suo volto sorridente e coperto di lentiggini. I suoi capelli erano biondi e i suoi occhi neri.
La seconda indossava dei semplici pantaloni sporchi di cenere. I suoi capelli neri erano spettinati e le ricadevano sulle spalle. Le sue guance erano rosse come mele. C’era dello sporco sul suo viso, ma questo non poteva nascondere il suo sorriso acceso, rivolto a Jack.
La terza, la maggiore delle tre, era stupenda. Teneva i capelli castani stretti in un’acconciatura arricchita da piccoli boccioli rossi. Qualche ciocca le ricadeva sul volto candido. I suoi occhi scuri e astuti rilucevano di gioia e cortesia. Sul suo volto, un sorriso soave che emanava gentilezza in tutta la sala. Portava un bellissimo coprispalle color oro arricchito di piume e un lungo vestito blu notte. Tra le mani teneva stretta una pentola fumante e l’odore del cibo riempì la stanza.
«Mignolino, svegliati!» La più piccola delle tre strattonò il ragazzo, che cercò di divincolarsi dalla presa.
«Lasciatemi dormire!» mugugnò.
«Fratello, non vuoi mangiare una buonissima zuppa?» chiese invitante la ragazza dal volto sporco di farina.
«La principessa Rose De Belle ci ha portato un buonissimo omaggio!» spiegò quella sporca di cenere.
Jack si alzò di scatto.
«Io…» farfugliò, cacciando il sonno dai suoi pensieri.
Si stropicciò gli occhi. Davanti a lui la principessa, la sorella minore e la ragazza che faceva le pulizie. Sorrise a tutte e tre assonnato, ma in particolare alla ragazza dal volto sporco di cenere.
«Tieni, Mary.» La principessa Rose porse una ciotola colma di zuppa alla ragazzina che passava la maggior parte del tempo in cucina.
«La ringrazio» cantilenò lei.
«Vi prego, non datemi del lei. Io sono un’amica, oltre che la principessa e dovreste saperlo, considerato che, oltre a Jack, vi ho visto nascere tutte e due!» rispose lei.
La ragazza dal volto sporco di cenere si sedette accanto a Jack e i due si scambiarono un sorriso.
«Hai lavorato molto, Amy?» Lui sorseggiò la zuppa.
«E tu quanti annunci hai dato?» chiese lei.
Il gatto emise un miagolio, la principessa gli porse un pezzetto di pane appena sfornato. Il gatto dagli occhi verdi mangiò tutto in un solo istante, soddisfatto.
Mary andò a sedersi sul suo pagliericcio. «Io ora vorrei dormire, il re mi ha ordinato di tornare in magazzino prima dell’alba. Un po’ di sonno, però, non me lo toglie nessuno!»
«Sei sempre la solita dormigliona.» Amy si ripulì il volto.
«Io ora andrei, buonanotte!» li salutò la principessa con tutta la grazia che aveva.
Rose era di certo la ragazza più bella di New Tower, tutti i nobili avrebbero voluto sposarla. Lei, al contrario, non si sarebbe mai sposata con nessuno.
Adorava la sua vita, amava portare cibo caldo ai suoi amici della servitù e le piaceva passare ore sul suo bellissimo cavallo bianco.
Lei voleva restare com’era. La sua vita le piaceva così, nessuno l’avrebbe mai mutata. Non voleva cambiare per qualcun altro, né per i familiari, né per un ragazzo qualunque.
Lei si sarebbe sposata con la persona che l’avrebbe fatta sorridere, con la persona che avrebbe colmato lo spazio vuoto che ancora regnava nel suo cuore. Ma nemmeno il principe più bello e più ricco di sempre l’avrebbe conquistato.
Lei sarebbe rimasta così, la ragazza che tutti avrebbero voluto prendere come sposa, ma che non si sarebbe mai lasciata ammaliare dalle loro monete d’oro, bensì solo dal loro cuore.
Salutò i suoi unici amici e si stava dirigendo verso la porta, quando vide la pergamena. Si chiese cosa fosse, la raccolse da terra per leggerne il contenuto. I suoi amici la osservarono muti, ogni azione della principessa era molto importante.
Rose lesse:
Cari nobili del regno, gentili e ricchi signori, con mia grande gioia voglio annunciarvi che fra tre lune alla reggia si terrà un ballo. Tutti i nobili del regno sono invitati alla festa. Siate gentili e conquisterete il cuore della principessa Rose De Belle. La ragazza sceglierà uno di voi come marito. Un uomo che resterà accanto alla principessa per sempre. A seguire, i nomi degli invitati.
La pergamena continuava. Venivano elencati fiumi di nomi. Erano persone che Rose nemmeno conosceva. Suo padre non le poteva fare una cosa del genere, non le poteva strappare la libertà che fino a quel giorno l’aveva accompagnata. Non poteva scegliere per lei. Le aveva rovinato la vita già una volta, non le parlava mai… Non poteva permettersi.
Aveva solo sedici anni, non voleva scegliere suo marito tra persone che nemmeno conosceva. Quel matrimonio di convenienza, non lo voleva fare.
Non avrebbe accettato nemmeno uno degli invitati come futuro re di New Tower. Non aveva mai permesso a nessun nobile con la vista offuscata dalla sua ricchezza di amarla, e ora per un capriccio di suo padre doveva sposarsi?
Eppure, gli ordini di suo padre, li conosceva fin troppo bene. Sapeva che non l’avrebbe lasciata protestare. Comprendeva che, se lei avesse detto anche solo una parola sull’argomento, l’avrebbe fatta sposare con il primo che passava.
A lei non sarebbe rimasta nemmeno la possibilità di scegliere tra gli stupidi nobili invitati al ballo e non voleva perdere anche quell’unico brandello di libertà che le era stato dato. Non avrebbe mai deciso la strada per il suo futuro. Il suo cuore era già troppo fragile e ferito. Scoppiò a piangere.
Il suo volto mutò all’improvviso, si sentì in trappola. Quell’insieme di parole l’aveva stravolta. Non si voleva sposare, ma cos’avrebbe potuto fare per impedire che il ballo e il matrimonio accadessero? Nulla, doveva solo accettare le regole che dettava suo padre. Non ci poteva fare nulla.
«Rose, ti senti bene?» le chiese Mary.
La ragazza non rispose subito, i suoi occhi erano fissi sulla pergamena. I suoi amici la chiamarono una seconda volta. Era totalmente stravolta e stanca, era triste e arrabbiata, era felice di essere graziosa e allo stesso tempo odiava il fatto di essere la più bella. Era su tutte le furie.
Avrebbe voluto prendere suo padre a calci per l’intera reggia, ma scacciò i pensieri di vendetta dalla mente. Si rassicurò, mancavano tre lune. Aveva ancora diversi giorni di vita normale, aveva ancora i suoi amici. Era la cosa che più le importava. Era l’unica cosa che le restava.
«Io… sto benissimo!» Si finse felice. Si avvicinò allo sgabello e prese un’altra candela. Le accese entrambe, porgendo la pergamena a Jack. «Vi auguro una buona notte.»
E uscì dalla stanza sbattendo la porta.
Se ne andò dalla soffitta, lasciandosi alle spalle i suoi amici. Le fiammelle del candelabro che utilizzava per farsi luce tremavano agli spifferi.
Una lacrima le rigò il viso cupo, la notte inghiottì i suoi pensieri, lasciandola sola con l’unica consolazione di avere tre lune di libertà. Le ultime della sua vita.
Procedeva in tutta fretta verso la sua stanza. La notte intorno a lei era persistente, solo la luce del candelabro riusciva a distruggere quel buio profondo.
Rose scorse qualcuno alle sue spalle, si voltò. Vide il padre aggirarsi per il corridoio. Soffiò e le fiammelle del suo candelabro si spensero. Seguì la luce procurata dalla fiaccola del padre.
Procedeva veloce, orientandosi tra il dedalo di corridoi che conosceva bene. Il padre camminò fino ad arrivare ai suoi appartamenti. Rose si avvicinò di soppiatto, non poteva parlare del ballo, ma poteva far comprendere al padre tutta la rabbia che provava. Gli spense la fiaccola.
«Voltati!» lo chiamò. La sua voce soave e ricca di grazia echeggiò per tutto il corridoio.
Il padre osservò con i suoi occhi di ghiaccio la figlia nascosta nella notte per qualche istante, senza capire chi fosse. Per quanto si sforzasse, non riusciva a comprendere chi si nascondesse nel buio.
Rose sospirò, raccolse tutto il coraggio che aveva. Ripensò a quanta rabbia provava nei confronti del padre, si fissò la mano che poco prima aveva sfiorato la pergamena. L’alzò. Senza pensarci due volte, mollò uno schiaffo al padre, che rimase stupito dal comportamento della persona ignota davanti a lui.
Rose si era sfogata, gli spifferi le mossero i capelli. Sorrise orgogliosa. Poi si pentì. Pensò che ora suo padre non le avrebbe più lasciato la minima libertà.
Immaginò quante punizioni le avrebbe potuto infliggere. Si immaginò rinchiusa a vita nella reggia insieme all’uomo che l’avrebbe sposata. Si morse le labbra rosse e corse via. I suoi passi erano indecisi, il suo cuore batteva all’impazzata.