Prima dell’alba-2

2877 Words
«Amos è una specie di fratello.» Il ragazzo lasciò che il mistero avvolgesse le sue poche parole. «Bene, ora vorrei sapere che cosa ci facevi nel magazzino del re!» ribatté lei tutto d’un fiato. Riccioli d’Oro si morse un labbro. Cos’avrebbe dovuto dire a quella ragazza che lo stava per uccidere? Poteva raccontarle la verità, le avrebbe spiegato che erano in molti e che dovevano sfamare un bambino appena nato. Poteva funzionare oppure poteva peggiorare le cose. «Io… sono qui per prendere del cibo.» Riccioli d’Oro era del tutto perso. La ragazza davanti a lui l’aveva sorpreso e spaventato allo stesso tempo. Osservò la sacca piena. Quella notte aveva preso molto cibo e ora lo doveva lasciare. Sospirò e raccolse la sacca per porgerla alla ragazza. «Credo di doverti delle scuse…» disse. Mary gli sorrise. Non prese la sacca. La spinse verso Edmund senza dire una parola. Il suo cuore era fin troppo grande, avrebbe lasciato che il ragazzo prendesse il cibo. La sacca restò tra le mani di Edmund, che sembrava del tutto perplesso. Si chiese perché quella ragazza dal volto sporco di farina gli avesse lasciato un tesoro così grande. «Mi chiamo Mary e sono al servizio del re. Lavoriamo e, se fosse per lui, saremmo già morti di fame. Posso comprendere che tu abbia bisogno di cibo, in fondo anche la principessa Rose De Belle ruba degli alimenti per noi servitori. Tieni quel sacco, prendilo come un mio regalo!» lo invitò la ragazza. Edmund non capiva più molto. Questa Mary a momenti lo uccideva e ora gli stava regalando tutte quelle pietanze? Prese la sacca, la osservò muto, pensando a ciò che era appena successo. Poi la sua mente cambiò del tutto direzione. «De Belle?» chiese, ricordando quando Christie si era finta una nobile. «De Belle è il cognome dei reali!» spiegò Mary, suscitando sempre più curiosità nel cuore del ragazzo. «Conosci una certa Isotta De Belle?» chiese infine lui. Il volto di Mary mutò all’improvviso, e Edmund si chiese il motivo di tanto stupore. «È scomparsa da tempo, della principessa Isotta ormai non c’è più traccia…» rispose Mary con voce rotta. Edmund avrebbe voluto avere il tempo per pensare, ma l’alba era vicina. «Perché ti interessava della principessa?» chiese la ragazza. «Nulla di importante…» Lui controllò che il sole non avesse ancora fatto capolino in cielo. Mary sembrò rassicurata. «Come ti chiami?» Edmund rimase sorpreso. Pensava che Mary lo ritenesse solo un ladro. «Io sono Edmund, ma tutti mi chiamano Riccioli d’Oro!» Mary soffocò una risatina. Aveva notato i riccioli folti del ragazzo, però non si sarebbe mai immaginata un soprannome del genere. «Ti devo ringraziare, sei stata molto gentile a lasciarmi questo cibo…» spiegò lui un po’ in imbarazzo. Non si era mai visto un ladro ringraziare la persona che lo stava per uccidere, eppure qualcosa lo spinse a farlo. «Come ti ho già detto, conosco il valore del cibo!» sorrise lei. «Il re ti fa lavorare e per di più non ti dà da mangiare, non ti ha mai sfiorato il desiderio di fuggire?» Edmund non pensò nemmeno che quella domanda poteva essere indiscreta. Mary fu sorpresa. Non avrebbe mai pensato di scappare, ma il ragazzo aveva ragione. Lei lavorava e non riceveva nemmeno un «grazie», se non dalla principessa. «La reggia ora è la mia casa, io faccio parte della servitù. Credo di non poter cambiare la mia vita.» Edmund non avrebbe mai pensato che non si potesse cambiare vita. In fondo anche lui prima di incontrare Amos era diverso, la sua esistenza era mutata e lui non se n’era nemmeno accorto. Per Edmund la vita cambiava sempre, anche se solo di poco. Ogni avvenimento la modificava. Ogni singola azione, ogni singola parola, ogni singolo sentimento. Avrebbe voluto spiegarlo a Mary, ma non disse nulla. Quella era la scelta della ragazza, non le piaceva che il re la sfruttasse, però non ci poteva fare nulla. «Se mai volessi cambiare il tuo destino, me lo farai sapere!» disse infine. Mary gli sorrise. «Certo, sarà semplice ritrovarti, basterà chiedere di un ragazzo dai riccioli d’oro!» rispose gioiosa. «Io allora chiederò di una ragazza dal volto sporco di farina, se mai avrò bisogno» concluse lui. Si era totalmente dimenticato di Amos. La ragazza l’aveva portato in un mondo parallelo, mettendo da parte il panico che l’aveva invaso poco prima. Edmund sapeva che dopo quell’avvenimento la sua vita sarebbe cambiata, ma di quanto? Poteva mutare di poco, oppure poteva essere stravolta totalmente. «Io credo di dover andare…» disse, un po’ dispiaciuto. «Devo solo trovare il modo per uscire.» Mary rise. «Potresti uscire dalla porta, Riccioli d’Oro.» Indicò una porta poco distante dalla finestra. «Buona idea!» rise lui a sua volta. Strinse la sua sacca colma di cibo. Tra quegli scaffali immensi e ricchi di pietanze aveva scoperto che anche un ragazzo dimenticato da tutti poteva avere amici normali. Amici che non fossero ladri o fuggitivi. Adorava la sua vita, ma da quel giorno l’avrebbe adorata ancora di più. «Sei sicura che il cibo che ho rubato non ti porterà problemi?» chiese Edmund sull’uscio. «Non temere, entro solo io qui e ricorda che non hai rubato. Il mio è un regalo!» spiegò Mary. Riccioli d’Oro salutò la ragazza con un cenno della mano accompagnato da un sorriso lucente. «Arrivederci!» Lei sperò di poter vedere di nuovo quel ragazzo. Edmund si richiuse nell’ombra coprendosi il volto con il cappuccio e salutò un’ultima volta la ragazza, prima di scomparire totalmente. Mary rimase a osservare il magazzino. Aveva appena tradito il suo sovrano facendo scappare un ladro. Si sentì forte. Contemplò il vetro della finestra rotto, pensando che, se il ragazzo avesse bussato, forse sarebbe stato meglio. Nel frattempo Christie aveva già recuperato tre cavalli, aveva viaggiato per la città, oltrepassato gli sguardi curiosi delle guardie fingendosi una paesana e ora si trovava nella scuderia. L’odore del fieno accatastato tra i cavalli si era mischiato alla notte che stava per volgere al termine. Intorno a lei, animali alti e maestosi. Adorava i loro manti diversi, amava la loro grandezza e la loro eleganza e le piaceva il rumore dei loro zoccoli sul terreno. Era un semplice movimento che la faceva sognare e sperare allo stesso tempo. Christie allungò il braccio sul muso di un cavallo, era bellissimo. Un destriero bianco alto e imponente. Lo accarezzò. Adorava il loro pelo folto e avvicinò il volto al suo muso. I loro cuori iniziarono a battere all’unisono. «Ciao, Fiocco, quanto sei bello…» Continuò ad accarezzarlo. L’animale rimase immobile, ammaliato da tutto l’amore che gli donava Christie. Rimasero per diverso tempo in quella posizione, l’uno davanti all’altra, finché Riccioli d’Oro non sbucò dall’entrata della scuderia. Christie sobbalzò, spaventata. «Che ci fai qui?» sussurrò. Edmund si guardò alle spalle. «Sono venuto a cercarti, Amos è scomparso…» Osservò i cavalli che lo fissavano con i loro grandi occhi. Erano quindici, ognuno con un manto diverso. Erano stupendi e magnifici. Sauri, bai, albini, grigi, morelli, pezzati… Edmund sembrò ammaliato da quegli animali magnifici. «Te lo sei fatto scappare?» La voce della ragazza era più indignata che sorpresa. Comprendeva che Amos doveva essere nella reggia. Si chiese, sempre arrabbiata, come avesse potuto abbandonarli. Nel bel mezzo di una città ricca di pericoli… Se l’avessero visto, le sue possibilità di sopravvivenza sarebbero state minime. Albeggiava, avevano poco tempo. A breve, Brenda, Bold, Cassandra e Albert li avrebbero raggiunti, procurando ulteriori guai. «Io… non ho fatto proprio nulla!» si difese Riccioli d’Oro. Lei lo scrutò da capo a piedi, continuando ad accarezzare il cavallo bianco. I suoi occhi ricaddero sui riccioli biondi, poi si spostarono sulla sacca. Aprì leggermente la bocca per protestare, ma Edmund fu più veloce. «Voglio trovarlo, dove pensi che sia finito?» si incuriosì. Il volto di Christie si fece più grave. Sospirò. Non voleva dire a Riccioli d’Oro che Amos l’aveva abbandonato… Eppure doveva. Non proferì parola, si avvicinò al ragazzo, mentre il suo volto si illuminava dei teneri raggi del sole. Il cielo divenne di un azzurro acceso, le stelle scomparvero l’una dopo l’altra. I suoi occhi si posarono sulle case intorno alla grande collina, sulla quale si estendeva la maestosa reggia: la torre al centro e la dimora del re che l’avvolgeva. Ebbe un sussulto, le mura le evocarono ricordi dai quali non poteva liberarsi. Si chiese cosa stesse accadendo all’interno di quel luogo enorme, poi tornò in se stessa. Il suo volto si fece rigido, i suoi pensieri su ciò che poteva accadere al ragazzo scomparso si fecero crudeli. Indicò la reggia. Amos era andato là e Edmund non poteva fare molto per aiutarlo. Il terreno sotto i piedi di Edmund sembrò scomparire in un solo secondo. Perché Amos se n’era andato senza dire nulla? Il fratello che l’aveva protetto ora aveva bisogno di aiuto. Ormai il sole si esibiva timidamente tra le dimore degli abitanti e i ragazzi dovevano tornare dagli amici. Non aveva un piano, c’erano troppe guardie e poche possibilità di vittoria… Una vera catastrofe. Perché l’hai fatto? pensò. Amos non doveva scomparire, non poteva. Lui lo doveva ritrovare, non avrebbe mai cambiato idea. «Lo vado a cercare!» propose deciso. Christie alzò un sopracciglio. «Te lo scordi!» tuonò. La situazione, che era già abbastanza difficile, divenne ancora più complicata. «Amos è come un fratello, mi ha salvato la vita più volte… Non lo abbandonerei mai!» Edmund difese il suo proposito, pur sapendo che Christie aveva ragione. «Se vuoi, vacci, ma sappi che non sarò io a proteggerti. Amos se n’è andato e questa è stata la sua scelta, andare alla reggia per salvargli la pelle sarebbe un rischio. Per lui, per te e per gli altri. Ormai albeggia!» Le speranze di Riccioli d’Oro crollarono all’improvviso. Christie non aveva torto. Non poteva fare più nulla, eppure avrebbe tanto voluto escogitare un piano per salvare l’amico. «È come se tu perdessi Harry, Amos per me significa molto!» la pizzicò con tutta la rabbia che provava. Christie trasalì, annaspò per poi trattenere le lacrime. «Io ho già perso molto e Harry è l’unica cosa che mi resta, non lo perderei mai!» biascicò con voce rotta e irritata. La faccenda doveva chiudersi, subito. Era già andata avanti fin troppo. Dall’espressione di Christie, Edmund si rese conto di averla ferita profondamente. Le parole che aveva pronunciato iniziavano a pesare come macigni sull’anima di entrambi. La situazione si aggravò ancora di più. Christie rientrò nella stalla, prendendo il cavallo dal manto albino. Era un enorme destriero da guerra, stupendo. Lo montò senza degnare nemmeno di uno sguardo Edmund. «Io… Scusa, Christie. Non ti comprenderò mai, eppure non riesco ancora a rendermi conto della realtà che abbiamo di fronte. Loro mancano a tutti e tu lo sai» si scusò Riccioli d’Oro, pentito e pieno di malinconia per ciò che c’era prima, quando al posto di Brenda, indispensabile a tutti, c’erano i ragazzi più simpatici e responsabili di sempre, coloro che erano stati dimenticati nella sofferenza. Coloro che vivevano solo in qualche ricordo di quando la loro vita non aveva intoppi. Tutti, compreso Edmund, avrebbero preferito quel passato ormai lontano. «Prenditi un cavallo, escogiteremo un piano, forse!» ordinò lei al ragazzo, uscendo dalla stalla. Edmund eseguì, mentre una piccola lacrima traditrice rigava il volto di Christie. La collina era alta e sorvegliata, i passi di Amos leggeri come il vento. Nessuno l’aveva visto nascosto sotto il mantello blu, che si intonava perfettamente ai suoi capelli neri. Scrutava a destra e a sinistra in cerca della reggia di New Tower. Il suo cuore batteva all’impazzata. Aveva abbandonato Edmund e non si sarebbe mai perdonato per averlo fatto, eppure, se fosse riuscito a recuperare il cibo del re, nella loro casa di legno avrebbero festeggiato per settimane. Il giorno prima aveva visto quella ragazza, era armato e l’avrebbe minacciata. Pensò che sarebbe stato semplice. Camminò per diverso tempo, percorse molte iarde fino ad arrivare sotto la finestra della giovane. Si nascose nell’ombra creata dalla dimora del re, osservando la finestrella. Era piccola, ma non come quella del magazzino. Le pietre incastonate nelle pareti tondeggianti l’avrebbero aiutato a entrare nella stanza. Si guardò intorno, iniziando ad arrampicarsi. Mary era appena rientrata dal magazzino, i suoi unici pensieri per quel ragazzo dai riccioli biondi. Si fermò davanti alla porta della principessa Rose. Era la sua migliore amica insieme a Amy, ed era la principessa. Si chiese se fosse una buona idea parlarle del ladro cui aveva donato del cibo. Fece per bussare, poi si bloccò. Per quanto volesse bene a Rose, lei restava sempre la figlia del re e molto probabilmente in quel momento stava dormendo beatamente. Voltò la schiena sbadigliando, i suoi pensieri tornarono sul ragazzo biondo. Rose dormiva, ma il suo sonno era leggero. Durante la notte si era svegliata più volte ripensando alla pergamena trovata il giorno prima. Si rassicurava, dicendosi che c’erano i suoi amici, per poi riaddormentarsi. I passi di Mary la svegliarono. Era la decima volta, ormai ci aveva fatto l’abitudine. Si drizzò in piedi. Era giorno, finalmente quella notte lunga e noiosa era terminata. Decise di alzarsi, adorava la brezza mattutina. Il pensiero della pergamena non l’abbandonava, restava immobile nella sua mente, cercando di invadere il suo cuore e rovinare le tre lune che le restavano. Sistemò i capelli castani in un’acconciatura degna di una principessa e prese una rosa, conficcandola nella treccia che si era fatta. Mise un vestito rosso che si intonava perfettamente con le sue labbra fiammeggianti. Sorrise a quella bellissima giornata. Era di nuovo felice, per metà, ma era felice. Non poteva tornare a guardare il mondo con occhi fantasiosi, però aveva i suoi amici e il suo destriero dal manto albino. Le bastava tutto questo. Elegantissima, come sempre, si avviò verso la finestra per ammirare il panorama. Davanti ai vetri non trovò più le case poco al di sotto della collina, non vide più le mura e i contadini che si alzavano presto. Non poté osservare nulla di quello che vedeva prima. Non fu per via del ballo o di uno dei nobili che avrebbe dovuto sposare. Non vide le case per via di Amos. Il ragazzo era davanti a lei, rannicchiato sul davanzale della finestra. Sussultarono entrambi, provando gli stessi sentimenti. Paura, stupore e molto altro. Non fu come quando Mary e Edmund si erano visti, era del tutto diverso. Tra di loro c’era un’intesa perfetta. Non si sarebbero mai stancati di guardarsi. Amos, che avrebbe voluto e dovuto restare nascosto sotto l’ombra della notte, era stato scoperto. Doveva spaventare la ragazza con le armi, ma ignorava che fosse già sveglia. In quella posizione, arrampicato su una finestra, non poteva fare proprio nulla. Le frecce e l’arco erano dentro la faretra; la sua spada, legata alla cinghia intorno al bacino, era impossibile da prendere. Si sarebbe dovuto sbilanciare e poi sarebbe caduto. Non era troppo in alto, ma decise di non rischiare. Rimase paralizzato davanti alla ragazza. I suoi occhi marroni, il suo volto candido, le labbra rosse che spiccavano come due fiammelle nel suo volto e la treccia che le ricadeva sul vestito rosso. Era stupenda, in tutto per tutto. Amos non capiva cosa gli si agitava dentro. Sentiva solo il battito del suo cuore accelerare sempre di più. Non comprese se fosse per la sorpresa o per la paura, due sentimenti che non aveva mai provato nella sua vita ricca di no. Era sempre stato coraggioso, mai aveva temuto qualcuno. Si chiese cos’avesse di tanto strano quella ragazza che lo stava fissando. Mai avrebbe pensato che provasse la sua stessa paura. Rose si chiese chi fosse quel ragazzo dai capelli neri come la notte, si domandò cosa ci facesse quel volto audace fuori dalla sua finestra. Nessuno dei due si mosse, rimasero per diversi istanti l’uno di fronte all’altra. Il resto scomparve, restarono solo loro due e la paura. La sorpresa, l’audacia e ancora la paura. Poi, nella mente della ragazza, tornarono la pergamena e il ballo. I nobili che erano invitati e lo schiaffo che aveva dato al padre. Si irrigidì, pensando che Amos fosse uno degli aristocratici convocati dal re. Si arrabbiò sempre di più. Quel ragazzo non si poteva permettere di entrare in camera sua e, se era veramente un nobile, non si poteva permettere di entrare nella sua vita. Non avrebbe mai consentito a nessuno di toccarla anche solo con un fiore. Poi tornò in se stessa. Iniziò a comprendere tutto, si rese conto che davanti a lei c’era un perfetto sconosciuto. Un ragazzo che stava per infiltrarsi nella sua camera senza che lei se ne accorgesse, un bruto. Criminale, meschino, ladro… Gli diede un pugno e lui si sbilanciò, cadendo all’indietro. Nessuno dei due ebbe il tempo di reagire, nemmeno Rose si era accorta veramente di ciò che aveva fatto. Non si era mai creduta così potente… Era stata come quel ragazzo. Meschina. Richiuse la finestra con un rumore sordo e, con il cuore che le tamburellava nel petto, uscì dalla sua camera, correndo. Amos cadde, sconfitto, su un carro trainato da un palafreno dal manto sauro. L’animale si accorse della sua presenza, iniziando a scalpitare, e la guardia lo vide. Per Amos non c’era più scampo. Era stato scoperto, il suo destino era nelle mani dell’unica persona che fino a quel giorno non gli aveva procurato problemi. Il re.
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