I giorni tra sabato 10 e domenica 18 maggio

707 Words
I giorni tra sabato 10 e domenica 18 maggio Anna aveva promesso ai suoi di andare a trovarli, perciò per una decina di giorni non si sarebbero visti. A John piaceva quel loro rapporto così equilibrato, fondato su un affetto consapevole e privo di slanci eccessivi che permetteva a entrambi di godere dello stare insieme, ma anche di avere una vita privata intima e personale. Tra loro niente obblighi di spiegazioni superflue; nessuna necessità di propinarsi improbabili bugie o tacersi scomode verità. Il cronista passò tutto il sabato e parte della domenica al Giornale: aveva del lavoro arretrato da terminare, riordinare i suoi appunti e impostare un articolo per il martedì successivo. E impegnato com’era stato, nemmeno una volta gli era capitato di pensare al misterioso individuo che si era intrufolato in casa sua, a quelle dannate uova al tegame e a una rivista di cucina che non si era mai sognato di ordinare. Anche i giorni che seguirono furono all’insegna della normalità; così gli fu facile recuperare del tutto l’equilibrio e archiviare la settimana precedente con i suoi come e perché, poi, quando fu domenica pomeriggio, uscì a fare una camminata. Un paio d’ore e tornò a casa. Capì che qualcosa non andava prima ancora di infilare la chiave nella serratura. Niente di definito, quanto piuttosto la stessa sensazione di pericolo che aveva provato una decina di giorni prima. Si sentì come precipitare in un pozzo di cui non riusciva a vedere il fondo. Quando l’effetto della caduta svanì, aprì la porta di casa rimanendo nell’ingresso, immobile e nella penombra, a chiedersi cos’altro avrebbe trovato stavolta, quali tracce l’intruso avesse lasciato di sé. Fu un pensiero consapevole ed estremamente razionale che il suo cervello aveva formulato con calma e lucidità. Ciò lo stupì, ma ormai aveva capito che la sua vita era cambiata, che qualcosa di oscuro vi si era insinuato e che lui non poteva far niente se non seguire lo svolgersi della storia come fa uno spettatore a teatro. Contò fino a dieci, poi accese la luce. Una veloce occhiata intorno, quindi si diresse con passo spedito in cucina e via via anche nel resto dell’appartamento che trovò perfettamente in ordine. Mentre passava in rassegna le stanze spalancava le finestre per cacciarvi l’odore di chiuso, o forse, più realisticamente, per riappropriarsi delle sue abitudini e affermare il diritto di proprietà su quella casa e tutto ciò che vi era dentro. A ogni modo, assaporare a pieni polmoni l’aria della sera gli fece bene. Solo quando entrò in camera da letto ebbe un sussulto: per terra, accanto al comodino, c’era un paio di pantofole. Niente di strano, solo che non erano le sue. Allora volle ispezionare anche l’armadio e i cassetti della biancheria. C’era tutto, ma anche parecchia roba che non gli apparteneva: due camicie azzurre, un completo grigio tipo vigogna e delle magliette intime. Poi, guardando verso il comodino, si accorse che sul ripiano era appoggiata una catena d’oro col ciondolo di un Cristo. Fu soprattutto questo a colpirlo, a dargli la precisa sensazione di una presenza tangibile in casa sua, tra le sue cose, in mezzo ad esse. Tutto il resto, infatti, lo aveva osservato quasi con distacco, ma quel Cristo no, quel Cristo appoggiato vicino alla foto di Anna aveva scatenato in lui tutta una serie di considerazioni, una più pazzesca dell’altra, mentre dentro al cervello prendeva sempre più consistenza la consapevolezza che qualcuno si stava appropriando poco alla volta di casa sua e della sua vita. E nemmeno aver cambiato la serratura era servito a tener fuori l’intruso. Si sedette sul letto e cominciò a pensare. Si disse che avrebbe dovuto mantenere la calma, che gli avvenimenti di quelle ultime settimane avevano una spiegazione razionale, ma soprattutto che avrebbe dovuto affrontare il problema con decisione: quel gioco, qualunque gioco fosse, doveva finire al più presto. Solo così sarebbe tornato padrone della sua vita. «Anna» bisbigliò. «Devo parlare con lei.» Fu una consolazione che durò il tempo di un pensiero, perché quasi immediatamente fu colto da un dubbio: faceva bene a raccontarle quella storia? Gli avrebbe creduto? Meglio pensarci con calma, perciò se ne andò a letto. Girato su un fianco, in posizione quasi fetale, poco gli importò che quell’inquietante Cristo col capo reclinato continuasse a sbirciarlo dal comodino. «Per caso ce l’hai con me?» gli chiese, poi spense la luce e si mise a dormire.
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